Bellezza e spiritualità dell’amore coniugale

 

 

 

Premessa

Continuiamo a rileggere l'Amoris Laetitia

  1. L’ ‘estasi’ dell’eros

Tra i temi trattati, particolarmente significativo è l’accento posto sulla coniugalità. L’incipit già dice che si tratta di una ‘sinfonia dell’amore’, che valorizza l’attrazione naturale tra l’uomo e la donna e dunque l’eros, come il Creatore lo ha iscritto nella differenza sessuale. Rispetto alla storica insistenza del Magistero sull’intero nucleo famigliare e sulla procreazione, Papa Francesco mette in luce la centralità della coppia uomo donna che si ama e si promette fedeltà e cura reciproca. Pur ricollegandosi al Magistero precedente (specie alla Familiaris Consortio), si sofferma più intensamente sull’alleanza io-tu che costituisce il noi, fondamento sia del nucleo familiare sia della procreazione. L’incontro, la comunicazione, l’attrazione sono al cuore della relazione sponsale: «È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è "il primo dei beni…". O anche, come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici, in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […]. Da questo incontro che guarisce la solitudine sorgono la generazione e la famiglia» (AL, 12-13). Confessando i propri sentimenti, ciascuno chiede e provoca il sorriso dell’altro, inviando messaggi di complicità e confidando – senza affatto pretenderlo – di essere ricambiato (“Amor ch’a nullo amato amar perdona”[1]). Se ci si sposasse senza sincerarsi di tale reciprocità di sentimenti e impegni, si metterebbero le premesse del fallimento, venendo a mancare l’equilibrio della circolarità dell’amore sponsale.

Il risalto dato all’eros va collegato alle preziose riflessioni di Benedetto XVI al n. 5 della Deus caritas est: «…l'eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni» e al n. 7: «Nel dibattito filosofico e teologico… tipicamente cristiano sarebbe l'amore discendente, oblativo, l'agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall'amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall'eros... In realtà eros e agape… non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro… Anche se l'eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente - fascinazione per la grande promessa di felicità - nell'avvicinarsi poi all'altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell'altro... Così il momento dell'agape si inserisce in esso; altrimenti l'eros decade e perde anche la sua stessa natura. D'altra parte, l'uomo non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può - come ci dice il Signore - diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Cristo Gesù, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)».

In questa prospettiva antropo-teologica che avvicina cielo e terra, tutto ciò che riguarda l’amore carnale assume una luce nuova e positiva, anche alla luce delle conquiste culturali del Novecento sull’affettività e sulla sessualità: il bacio, la carezza, l’amplesso non sono solo soddisfacimento egocentrico delle pulsioni, ma anche un propulsore del dinamismo messo in atto dalla natura verso l’amore altruistico. L’eros è la condizione di partenza del viaggio. Si tratta di una virata di bordo rispetto alle diffidenze tradizionali nei confronti della sessualità, vista come tentazione (per non parlare del matrimonio come ‘remediumconcupiscentiae’). Il Papa si spinge nell’autocritica: «...dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica... spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione. Né abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete» (AL, 36).

Tale approccio positivo alla sessualità - niente affatto ingenuo - mette   "sul candelabro" la bellezza dell’unione intima con quel tu amato di cui si apprezza il valore infinito: «La bellezza - “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche - ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà» (AL, 127).

Lei e lui, separatamente e insieme, spinti dalla passione e sostenuti dal desiderio di far felice l’altro - e al contempo se stessi - fanno un percorso a tappe verso l’agape, in un equilibrio altalenante tra gratificazioni e ostacoli, conquiste e fallimenti, momenti egoistici e altruistici. Divengono così cesellatori dell’arte di amare, nel modo in cui l’altro vuole essere amato, sapendosi ritirare se il dono non è gradito. Come intuiva Platone, l’amore è ‘divino’ nella misura in cui si nutre di rispetto, consenso, pudore. «Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore»[2].

L’amore conduce all’esercizio di tutte le virtù, infatti amandosi imperfettamente, gli sposi tendono all’amore perfetto, che Papa Francesco declina partendo dall’intramontabile inno alla Carità di S. Paolo (1 Cor 13,4-7; cf AL, nn. 90-119) di cui fa "una vera e propria esegesi attenta, puntuale, ispirata e poetica” attraverso le lenti di una coppia di sposi. Il viaggio non è esente da sofferenze: due sposi che fanno dell’amore un progetto di vita si espongono a rifiuti, ostacoli, fallimenti, ma s’impegna a mantenere la promessa di non rompere l’alleanza e continuare ad amare.

Innumerevoli passaggi dell’esortazione sembrano rispondere alla domanda di qualità delle giovani coppie, le quali non sopportano un matrimonio ‘puntuale’, finalizzato alla sistemazione, ridotto a routine, impolverato dall’indifferenza; temono troppo la mancanza di rispetto, la strumentalizzazione, la violenza[3]. Vogliono scommettere sulla possibilità effettiva di regalarsi una vita felice, pur non avendo garanzie di riuscita di fronte ad eventi imprevisti e ai mutamenti che potranno intervenire nell’identità e nei contesti di vita. L’altezza della posta in gioco, che nell’AL rimanda chiaramente all’amore divino e trinitario, non dovrebbe spaventare né accentuare l’irenismo della famiglia sempre felice dello spiritualismo e della pubblicità, ma presentare realisticamente l’infinità varietà di tappe felici e dolorose, invitando ad insistere nell’amare per trasformare i conflitti in risorse per nuovi e più profondi orizzonti: «Poche gioie umane sono tanto profonde e festose come quando due persone che si amano hanno conquistato insieme qualcosa che è loro costato un grande sforzo condiviso» (AL, 130). L’esperienza e le sofferenze incontrate nella vita insegnano ad amare, giacchè, come dice Ingmar Bergman in un suo film: “all’Università non ci hanno insegnato ad amare”.

Parimenti significativa in AL è la valorizzazione della gioia: «Nel matrimonio è bene avere cura della gioia dell’amore. E’ una decisa distinzione dall’imperativo etico kantianamente inteso ( ‘tu devi” come “una catena che blocca la libera espansione di sé” e soffoca la   sensibilità e l’affettività) e dal piacere ossessivo, che rinchiude il rapporto in una sola dimensione e non permette di trovare altri tipi di soddisfazione. La gioia, invece, allarga la capacità di godere e permette di trovare gusto in realtà varie, anche nelle fasi della vita in cui il piacere si spegne. Per questo san Tommaso diceva che si usa la parola “gioia” per riferirsi alla dilatazione dell’ampiezza del cuore»[4]. Papa Francesco ricorda il film Il pranzo di Babette, in cui la generosa cuoca sa suscitare la gioia dei convitati che la ringraziano e lodano: «Come delizierai gli angeli!». «Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda se stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui» (AL, 129).

La gioia va custodita e richiede di “scegliersi a più riprese» (AL, 163), soprattutto oggi, dato l’aumento delle aspettative di vita - i coniugi restano insieme per cinque o sei decenni – e la necessità di rinnovare i registri dell’amore: «Non possiamo prometterci di avere gli stessi sentimenti per tutta la vita. Ma possiamo certamente avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere uniti finché la morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità» (AL, 163). Ciò vale soprattutto quando l’altro è sfigurato dalla vecchiaia e dalla malattia: «L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili. Lo sguardo che apprezza ha un’importanza enorme e lesinarlo produce di solito un danno. Quante cose fanno a volte i coniugi e i figli per essere considerati e tenuti in conto! Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci… L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano» (AL, 128). Chi ama sa contemplare la bellezza e la sacralità dell’amato anche quando è “fisicamente sgradevole, aggressivo o fastidioso”, continuando a ‘scrivere’ una vita a due: «Ognuno, con cura, dipinge e scrive nella vita dell’altro» (AL, 322).  

[1] Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto V, verso 103.

[2] Papa Francesco, Catechesi (13 maggio 2015), L’Osservatore Romano, 14 maggio 2015, p. 8.

[3] Ci piace ricordare i movimenti di spiritualità coniugale sorti negli ultimi 70 anni, come le Equipes Notre Dame (Parigi nel 1938). In Italia  nel 1948 si formarono a Milano i primi Gruppi di spiritualità familiare, nati nell'ambiente dei Laureati di ACI. Dopo il Concilio si  sono moltiplicati anche all'interno di movimenti più ampi: Incontro matrimoniale, Oasi di Cana, Movimento Famiglie Nuove, Famiglie dell'AC, del RNS, dei Catecumenali, Mistero Grande, Caresto, Casa della tenerezza,  A.mar.lui. (Associazione Maria e luigi Beltrame Quattrocchi) e in particolare l'accademia INTAMS con sede a Bruxelles che sollecita gli studi sulla spiritualità coniugale.

[4] Cfr Summa Theologiae I-II, q. 31, a. 3, ad 3.