Papa Francesco raccomanda a chi avvicina le famiglie l’approccio realistico, capace di cogliere il mix di gioie e dolori,   tensioni e   riposo, oppressioni e liberazioni,   fastidi e piaceri, evitando il linguaggio ‘perfettista’: «Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare... Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti» (AL 325). Egli preferisce evitare le distinzioni tradizionali tra famiglie "regolari" e "irregolari" per abbracciare come Chiesa tutti e condividere la sofferenza delle coppie che vivono storie non facilmente catalogabili: «Sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (AL 296).

L’AL trasuda la chiara convinzione che senza la carità e la misericordia la verità può divenire capestro (ciò non comporta l’“etica della situazione” e l’“individualismo etico”). L’imperfezione è vista come una comune condizione di tutti gli esseri umani, il che ci impone di non fare della dottrina una barriera insormontabile, giacché: «ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma» (AL 304). Sono proprio misericordia e fiducia le molle del vero amore che sollecita alla fedeltà assecondando l’esigenza della persona – e vale la reciproca - di essere amata per sempre nella fiducia che l’altro corrisponderà, oltre il rispetto e la giustizia, per straripare nella donazione della vita (Gv 15,13), come chiede il Vangelo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», Mt 10,8» (AL, 102). Chi dice ‘Ti amo’ si stima capace di spendere la propria vita con e per l’altro e si consegna nella sua nudità, al di là dei paludamenti del prestigio sociale, ritenendo un onore poter contribuire al suo essere. E’ come se dicesse: “Tu vali molto. Io ho piena fiducia in te e la mia felicità sta nel poterti far felice”. «L’amore di amicizia - ripete il Papa sulle orme di San Tommaso - si chiama “carità” quando si coglie e si apprezza “l’alto valore” che ha l’altro»[1]. Tale fiducia va riconfermata di fronte ai piccoli-grandi errori in cui l’altro può incorrere, ai difetti resi odiosi e insopportabili dalla persistenza nel tempo, ripetendo: “Tu vali più degli errori che hai commesso”.

Gli sposi alimentano così un capitale sociale di fiducia, un tesoro che nasce dall’investimento reciproco e che riversa positività a cascata sulla società e sulla Chiesa. La fiducia è infatti la base della convivenza umana ed anche dell’economia: se tutti ritirassero la fiducia da una banca, una scuola, una nazione, queste istituzioni crollerebbero. Così è per il matrimonio: ciascuno, investendo il suo capitale, ossia la sua stessa persona, su un essere particolare, scommette sulla propria capacità di amarla per sempre senza che l’io si annulli nel tu, né lo invada e inglobi: «Questa stessa fiducia rende possibile una relazione di libertà (AL, 115). L’amore non guarda alla quantità, come scrive S. Weil: «L'amicizia consiste nell'amare un essere umano come si vorrebbe poter amare in particolare ciascuno di quelli che compongono la specie umana. Come un geometra riguarda una figura particolare per dedurre le proprietà universali del triangolo, allo stesso modo, colui che sa amare dirige su un essere umano particolare un amore universale»[2].

Troppo frequentemente purtroppo tra i credenti si constata il contrasto tra pratica religiosa - frequenza ai riti, preghiera… - e insufficiente capacità di amare in famiglia, quando non si compiono ingiustizie e violenze, quasi fossero tollerabili sotto l’ombrello dell’istituzione civile e\o sacramentale. Un dato che non cessa di allarmare è che la famiglia, fulcro della vita d'amore, si tramuta nel suo contrario, “covo di vipere”, come diceva F. Mauriac, luogo da cui difendersi, per salvare il senso della dignità, la vocazione professionale e/o reli­giosa. Non si può essere “stolti” nell’amore e incoraggiare una oblatività a senso unico, che finirebbe col danneggiare se stessi, l’altro e la tenuta del matrimonio. Perciò in un breve ma incisivo paragrafo, il Papa condanna la violenza contro le donne come ‘codardia’ e ‘vergogna’ di una falsa mascolinità, con una presa di posizione che raramente si ascolta dalla bocca dei predicatori della Domenica: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico – egli scrive - c’è ancora molto da crescere in alcuni Paesi. Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne in alcune coppie di sposi contraddice la natura stessa dell’unione coniugale» (AL, 54). Il Papa accenna anche alle mutilazioni genitali, all’ “utero in affitto”, alla “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica” per poi concludere plaudendo allo stile di reciprocità (parola preferibile a ‘complementarietà’[3]), comprensiva del riconoscimento dei diritti e della dignità, significativamente interpretati come frutti dello Spirito: «C’è chi ritiene che molti problemi attuali si sono verificati a partire dall’emancipazione della donna. Ma questo argomento non è valido, ‘è una falsità, non è vero. E’ una forma di maschilismo’[4]. L’identica dignità tra l’uomo e la donna ci porta a rallegrarci del fatto che si superino vecchie forme di discriminazione, e che in seno alle famiglie si sviluppi uno stile di reciprocità. Se sorgono forme di femminismo che non possiamo considerare adeguate, ammiriamo ugualmente l’opera dello Spirito nel riconoscimento più chiaro della dignità della donna e dei suoi diritti» (AL, 54).

Nell’accostare gli sposi, non si possono trascurare le famiglie cosiddette ‘normali’, onde prevenire possibili fallimenti: “Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307). Quel che viene in evidenza nello spirito dell’esortazione è l’approccio amichevole ad ogni persona nell’ascolto del vissuto della sua affettività. Si tratta di accompagnare le famiglie, da fratelli e servitori, le famiglie (“carità famigliare”), tutte variamente alle prese con percorsi accidentati che richiedono orecchie attente e mani operose, ossia una Chiesa vicina che non scarta nessuno, tanto meno in nome di Dio. Traspare il sogno di una Chiesa capace di donare pienezza di gioia in ogni situazione di imperfezione: «Contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette anche di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, per smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo… Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa» (AL, 325).

Rispetto alle analisi lamentose e apocalittiche sui mali delle famiglie si sentiva il bisogno di uno sguardo positivo, ricco di misericordia e gioioso!

 

 Spiritualità della  gioia

L’esortazione intreccia continuamente l’analisi delle dinamiche relazionali e i riferimenti analogici all’amore divino, in un parallelismo lontano da ogni automatismo. Se Dio è unico, diverse sono le spiritualità che lo riflettono, come la storia e i santi dimostrano con i loro specifici approcci. Papa Francesco, dopo aver chiarito che «La famiglia non è qualcosa di estraneo alla stessa essenza divina» (AL, 11), scrive: «coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica» (AL 316). Tale percorso non viene indirizzato verso esercizi ascetici, devozionismi e preghiere, ma viene centrato sulla carità che illumina le reali condizioni di vita, i contesti, le pulsioni, le dinamiche relazionali. Giustamente molti sono rimasti colpiti dalla capacità di introspezione psicologica che segna l’esegesi paolina, dato che il Papa, facendo tesoro della sua esperienza pastorale, si mette nei panni degli uomini e delle donne che si amano, entra nel mondo delle loro emozioni - positive e negative – rispettando il sacrario delle coscienze e della loro ‘stanza nuziale’.

Papa Francesco raccomanda concretezza a coloro che hanno la tendenza a essere “teorici, idealisti”, puntando frettolosamente sull’amore oblativo e sull’amicizia spirituale. Chiede di non presentare «un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (AL 36). Gli sposi non dovrebbero sentirsi schiacciati dalla perfezione esemplare di quei personaggi della Chiesa, fondatori, consacrati, donne e uomini carismatici, chiamati ad un’altra missione e percepiti spesso come irraggiungibili, benché venerati. Per tutti vale ciò che chiede Gesù: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, ma guai a giudicare un qualunque essere umano sul registro della perfezione divina; così pure: “non c'è amore più grande che quello di chi dà la vita per coloro che ama” (Gv 15,13), ma sarebbe pretenzioso giudicare peccatore chi non ce la fa a sacrificare la sua vita per l’altro. A ciascuna persona e a ciascuna coppia il suo ritmo. Si può solo aiutarla a ripulire la coscienza dalla polvere del mondo, in modo da riuscire a cogliere i sussurri, latenti e imperiosi, dello Spirito.

Il tono è di meraviglia e di gioia, ma non si tratta di una sviolinata; i ‘passi dell’amore’ alla ricerca di una qualità sempre migliore richiedono l’attenzione a compiere bene i piccoli gesti quotidiani come ad affrontare gli eventi imprevisti. Chi ama sa che non può essere una moglie o un marito felice sulla base di una proclaamazione, ma facendo felice l’altro nelle occorrenze e nei bisogni della quotidianità. Si può progredire così sino al dono di sé, anche senza una esplicita intenzione e senza richiamarsi alla spiritualità, semplicemente obbedendo ciascuno all’altro, anzi facendo concretamente ciò che si sa essere nei suoi desideri. E’ l’amore stesso che indica la strada e attira all’incontro con la fede chi non l’ha e alla verifica della fede chi ritiene di averla. Ogni gesto feriale appare sacro, superando la contrapposizione tra sacro e profano, tra evento solenne e feriale, giacché niente appare secondario agli occhi dell’amore e della fede: «i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della Sua Risurrezione» (AL, 317).

La spiritualità non è un traguardo, uno status che si raggiunge una volta per tutte, ma un processo perenne fatto di progressi e regressi. Papa Francesco mette in guardia dal disagio che può provocare l’esemplarità assoluta della famiglia di Nazareth e del rapporto Cristo Chiesa: «non si deve gettare sopra due persone limitate   il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio”» (AL 122). Il rispetto alla legge della gradualità in ogni percorso delle anime impone di non sorvolare sulla quotidiana «combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri» (Al 126). Ciò vale anche nel rapporto con i figli, come un invito a non premere l’acceleratore ma educarli rispettando le tappe dei loro percorsi, in modo che possano sentirsi “compresi, accettati e apprezzati» (AL 271).

Ascoltando le esperienze, occorre provare empatia per chi ci consegna frammenti di alterne fasi della vita a due, con il mix di momenti irenici e conflittuali, gratificanti e frustranti, trionfali e fallimentari, talvolta abbandoni e riunificazioni. L’avventura spirituale della coppia procede secondo un suo ritmo e passando attraverso morti e resurrezioni si eleva dalla terra verso il cielo « C’è una chiamata costante che proviene dalla comunione piena della Trinità, dall’unione stupenda tra Cristo e la sua Chiesa, da quella bella comunità che è la famiglia di Nazareth e dalla fraternità senza macchia che esiste tra i santi del cielo» (AL, 352).

La gradualità non nega affatto la meta, ma accetta la croce del tempo, in una dialettica che evita da una parte l’appiattimento realistico e dall’altra lo svolazzamento idealistico. Perciò il Papa sottolinea la virtù della pazienza («La carità è paziente») liberandola da alcuni fraintendimenti: “Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (AL, 92).

E’ oltremodo opportuno questo richiamo congiunto alla pazienza e alla difesa della persona. Quando la dignità viene offesa e calpestata proprio dal coniuge, quale credibilità può avere il sacramento dell'amore? Come si può insegnare ai figli il rispetto, la cura, la donazione all'altro se tra mamma e papà prevalgono prepotenze e indifferenza, se si tradiscono e picchiano gettando i figli nell’angoscia? I genitori che amano i loro figli e non vogliono perdere autorevolezza fanno del tutto per controllare gli sfoghi dell’ira: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31).

L’amore paziente non può limitarsi all’autocontrollo, ossia a reprimere comportamenti negativi; implica l’arte di prevenire i desideri dell’altro e di comunicare sapientemente studiando la personalità dell’altro, le ra­gioni del suo pensare e agire. Molti conflitti potrebbero evitarsi esercitandosi in questo compito ermeneutico indelegabile della comprensione del linguaggio dell'altro, valorizzando l’intuizione, l’intelligenza, gli strumenti cognitivi delle scienze umane, sempre restando diffidenti verso il rischio di dare per scontata la pretesa di pensarlo a "nostra immagine". La fede invita a «contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei» (AL, 323). Proprio l’essere a immagine di Dio protegge da ogni pretesa di controllo, dominio, strumentalizzazione. Questa alterità mai catturabile di ogni essere umano è un invito a sempre riaprire il dialogo, a non chiudere le porte al perdono che consente all’amore di rinascere.

La pazienza non riguarda soltanto le offese importanti, i tradimenti, le trascuratezze, ma anche la capacità di tollerare i limiti, le piccole fissazioni, le delusioni, le manìe che il tempo talvolta rende in­sopportabili. Essa «si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato» (AL, 92).

Il Papa aggiunge una ulteriore caratteristica della pazienza: essa non può essere inerme. Contiene in sé la forza di una virtù attiva, che spera e costruisce, mentre attende fiduciosa: «Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza”, nominata al primo posto, non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”» (n. 93). Concretamente, «È buona cosa darsi sempre un bacio al mattino, benedirsi tutte le sere, aspettare l’altro e accoglierlo quando arriva, uscire qualche volta insieme, condividere le faccende domestiche» (AL, 220).

Non si può sottacere che taluni modelli di spiritualità - che talvolta traspaiono anche nelle liturgie ecclesiali - usano contenuti e linguaggi tipici di altri tempi e si rivolgono a persone individualmente consacrate, secondo spiritualità di taglio monastico, poco adatte alla vita di famiglia. Non si tratta di una rivendicazione di dignità rispetto alla gerarchia delle vocazioni (gli ‘eletti’ e gli ‘scartati’? I ‘consacrati’ e gli ‘sconsacrati’ come diceva I. Giordani?) ma del rispetto delle differenti chiamate di Dio. Non si possono applicare ai coniugi modelli di una vocazione verginale che non è propriamente la loro, a cui fanno fatica a conformarsi, ivi compreso il modo di considerare la maternità, l’invito ad esercitarsi individualmente sulle virtù, a ritmare il tempo per i salmi, a lavorare sulla propria anima. Tutto ciò non sempre si accorda con l’impegno prioritario ad amare che scaturisce dal patto nuziale. Non pochi praticanti conoscono gli effetti boomerang provocati da questo travaso di spiritualità dai vergini agli sposi, quali si riscontrano talvolta in certe coppie di sposi così poco attrattive con mogli dedite alla parrocchia, sciatte e pie, che in famiglia creano un clima decisamente non ottimale; così pure diaconi, impeccabili sull’altare e così poco collaborativi in casa.

In situazioni particolari, gli sposi dovrebbero sospendere certe buone pratiche religiose, pur di soccorrere alle necessità dei propri cari al fine di mantenere l’unità in primis con colui\colei che agli occhi della fede è “vicario” del Cristo stesso. La carità va dunque ordinata prioritariamente a quel tu scelto come compagno\a di vita. Chi intende accompagnarle nel cammino di spiritualità deve comprendere il valore di quella che Maria Corsini Beltrame chiamava “euritmia”[5], ossia quella sintonia del ‘noi’, che esige il distacco dall’io (obbedienza reciproca), dai beni individualmente desiderati, da amici e parenti ricercati per la propria gratificazione e, stando al Vangelo, anche dall’accostarsi all’altare: “Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23). Sarebbe distorsivo applicare a due sposi certe forme di obbedienza richieste ai monaci, perché nella coppia non c’è un superiore ed entrambi devono accordarsi per meglio custodire l’amore e servire al bene di ciascuno e della famiglia nel suo insieme. Le virtù richieste ai vergini di per sé valgono anche per gli sposi, ma in modo diverso e più relazionale, in accordo con la loro vocazione alla comunione sponsale, tesa ad entrare nella mente e nel cuore dell’altro tenendo conto delle sue tendenze, delle abitudini acquisite, delle domande latenti, dei segni di fragilità, dei silenzi, della vocazione, rallentando o accelerando per sincronizzarsi sui passi dell’altro.

Da non sottovalutare al riguardo la raccomandazione di Papa Francesco circa la formazione dei sacerdoti: «ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie» (AL 202), nonché l’invito a coinvolgere le famiglie (cfr AL 203) con l’aggiunta che "può essere utile" l'apporto delle donne (AL 202). Gli sposi che si promettono fedeltà hanno bisogno di essere rafforzati da testimoni che li rassicurino sulla presenza del Cristo tra loro, il quale prende in mano le sorti del matrimonio nelle necessità concrete e nel cammino di purificazione dall’egoismo, dai sentimenti di ostilità e di vendetta, derive sempre possibili quando l’amore si trasforma nel suo opposto. Perciò, nonostante le cadute, le fragilità, l’incapacità di corrispondere ad un ideale alto di coniugalità, tutti gli sposi che accettano di camminare nell’amore, che lo riconoscano o meno, hanno per compagno e guida il Cristo stesso, e lasciano trasparire in filigrana quel  “mistero grande” di cui parla S. Paolo, destinato a imitare quaggiù la vita trinitaria di lassù. Dal Cristo essi si aspettano quel ‘di più’ di gioia promessa agli amici: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 11).

[1] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-II, q. 26, a. 3.

[2] S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008, p. 156 ss.

[3] Non potendo in questa sede approfondire i significati, rimandiamo alo nostro: Lei & Lui. Comunicazione e reciprocità, Effatà, Cantalupa (TO) 2005.

[4] Papa Francesco, Catechesi del 29 aprile 2015), L’Osservatore Romano, 30 aprile 2015, p. 8.

[5]   Per Maria Beltrame “Euritmia” èl’unità degli sposi(M. Beltrame Quattrocchi, Radiografia di un matrimonio - originalmente L’ordito e la trama - Ed. Fonte nel Deserto, S. Agata, Napoli 1998, 23. Cf anche AA.VV., Un’aureola per due, Effatà, Cantalupa 2004).