Le perle della carità coniugale

Altre ‘perle’ dell’amore coniugale ci consegna Papa Francesco seguendo S. Paolo:

La Carità   non è invidiosa, non si vanta né si gonfia.L’invidia si manifesta nella tristezza per ciò che di buono accade ad altri: dimostra che non ci interessa la loro felicità, poiché siamo concentrati sul nostro benessere. Frustrazione, compensazione, incapacità di sopportare i propri limiti sono   processi che possono indurre a desiderare che anche l’altro subisca le nostre prove e provare invidia per i suoi successi.Di contro: nell’amore non c’è posto per dispiacersi del bene dell’altro (cfr At 7,9; 17,5); «L’amore ci porta a un sincero apprezzamento di ciascun essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità» (AL,96). La famiglia è proprio il luogo in cui ci si aspetta che chiunque faccia qualcosa di buono e abbia successo, provochi gioia e condivisione (AL, 110). Dio ama quanti sanno rallegra della felicità dell’altro e accettano che ciascuno faccia una strada distinta dalla propria (AL, 95). Costoro divengono “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”[1]. Diversamente ci condannano “a vivere con poca gioia, dal momento che, come ha detto Gesù, «si è più beati nel dare che nel ricevere!” (At 20,35), ovvero: «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7).

La Carità non manca di rispetto… non si adira. Momenti di disunità vanno messi in conto: moti di orgoglio, difesa di sé e dei propri interessi, scatti d’ira, ri­picche uccidono l’unità. Scagliarsi contro il “colpevole”, scambiarsi accuse significa farsi del male. Per un buon matrimonio è indispensabile imparare a tenere sotto controllo l’escalation della collera e trasformarla in un confronto civile e costruttivo, come pure darsi delle “regole” minime per i momenti di conflitto, da   concordare nei momenti di serenità, possibilmente prima del matrimonio, da fidanzati. Nell’ottica della prevenzione, il Papa rimbalza l’invito di Paolo a non alimentare l’ira: «Non lasciarti vincere dal male» (Rm 12,21). Chi ama non colpevolizza l’altro, perché è consapevole anche dei propri limiti. Una cosa è sentire la forza dell’aggressività che erompe di fronte ad un’offesa e altra è acconsentire all’ira e lasciare che essa ci domini: «Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). «Alimentare l’aggressività intima (ira) non serve a nulla. Ci fa solo ammalare e finisce per isolarci. L’indignazione è sana quando ci porta a reagire di fronte a una grave ingiustizia, ma è dannosa quando tende ad impregnare tutti i nostri atteggiamenti verso gli altri» (AL, 103).

Detto in positivo, l’amore si sforza di essere amabile e rivolgersi all’altro con squisita delicatezza per non ferirlo: «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore»[2]; “Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano” (AL, 100). Lei e lui ce la mettono tutta per rendersi amabili «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano»[3] (AL, 99), perché l’amore « non opera in maniera rude… scortese... I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri» (AL, 99); risponde al male col bene, lavorando per ristabilire la pace perché non sopporta che regni l’inimicizia. Un tale amore contagia tutti quelli che incontra, giacché nessun essere umano può vivere degnamente se non è amato, se non è inserito in una famiglia, che sia essa natu­rale o di elezione, di sangue o di appartenenza ideale, visibile o invisibile.

Il perdono possibile.Sta a ciascuno dei partner cercare di ridurre i danni dei litigi evitando, personalmente e come coppia, le sofferenze inutili, che possono diventare atroci quando passano giorni e giorni di assordante silenzio, di musi lunghi, di colpi più o meno bassi. Il dono dell’amore può e deve mettere in conto il perdono, conditio sine qua non della convivenza in generale e del matrimonio cristiano in particolare. Si è parlato in proposito di “Patto degenerativo”, diretto a difendersi da livelli di aggressività e dall’esplosione irruenta di emozioni negative. Si dovrebbe valorizzare soprattutto il “Patto rigenerativo” ossia la reale possibilità di ricominciare nella via dell’amore. Se non lo si fa «la nostra vita in famiglia cesserà di essere un luogo di comprensione, accompagnamento e stimolo, e sarà uno spazio di tensione permanente e di reciproco castigo» (AL, 108).

La comunione familiare esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di   alla comprensione, alla tolleranza, al perdono, alla riconciliazione. Il perdono nella coppia non è un fatto eccezionalmente legato ad eventuali tradimenti, da sopportare eroicamente. Basta un malinteso perché esplodano quotidianamente piccoli litigi passibili di ingrossarsi a valanga e raggiungere il buco nero della comunicazione. E’ doveroso per gli sposi metterlo in contro e impegnarsi a prevenirlo, pur sapendo che sarà per molti versi inevitabile e finanche vitale: se si litiga si continua a sentirsi legati, non si è indifferenti. Come fare la pace? « Mettermi in ginocchio? No! Soltanto un piccolo gesto, una cosina così, e l’armonia familiare torna. Basta una carezza, senza parole» (AL, 104). Anche se restano degli aspetti da discutere, è bene compiere piccoli atti di solidarietà che assicurino il partner della permanente sintonia di fondo, di voler restare al proprio posto nonostante tutto, attendendo pazientemente la piena riconciliazione e la rinascita dell'amore. Se proviamo a domandarci quali sono le coppie riuscite nella vita matrimoniale e quali le ragioni, ci accorgiamo che non è il conflitto a far fallire la promessa matrimoniale, ma l’incapacità di gestirlo, di negoziare nuove regole, di perdonarsi rigenerando l’alleanza matrimoniale[4].

Non sempre è opportuno applicare senza mediazione il comandamento del perdono, se non si creano le condizioni di dispo­nibilità interiore che impediscono alla parola o al gesto di riconciliazione di appa­rire piuttosto come un ghigno, una smorfia, uno sforzo puramente muscolare. Per perdonare occorre la pazienza del tempo che evita le trappole di un perdono confuso troppo in fretta con l’oblio; è vero che la carità eccede la giustizia, ma non si sostituisce ad essa. Non si può nemmeno perdonare se c’è oblio, se a chi è stato umiliato non viene resa la parola che ricostruisce il suo punto di vista. Sarebbe ciò che Jankélévitch chiamava il "perdono smemorato", frutto della leggerezza e dell’indifferenza[5].

Non bastano ragionevolezza e buona volontà; c'è bisogno di misericordia e di Grazia per superare l’analisi delle ragioni e dei torti; è necessario che uno i coniugi divenga motore ca­pace di porre gesti di solidarietà anche indipendente­mente (ma non indifferen­temente) dall'atteggiamento dell'altro, per riaccendere un amore che appare spento, divenendo protagonista per la propria parte di quel processo di rigene­razione indispensabile a combattere la necrosi dell’amore. Conferma Francesco:«Questo presuppone l’esperienza di essere perdonati da Dio, giustificati gratuitamente e non per i nostri meriti. Siamo stati raggiunti da un amore previo ad ogni nostra opera, che offre sempre una nuova opportunità, promuove e stimola. Se accettiamo che l’amore di Dio è senza condizioni, che l’affetto del Padre non si deve comprare né pagare, allora potremo amare al di là di tutto, perdonare gli altri anche quando sono stati ingiusti con noi»(AL, 108).

Se il perdono non può cambiare ciò che è accaduto, può però trasformare il suo significato, liberan­dolo dal peso della colpevolezza che paralizza i rapporti. Siamo e restiamo eredi del passato, ma possiamo alleggerirne il peso, lenirne le sofferenze con la potenza dell'amore e talvolta anche trasfigurarle in più abbondanti risorse e più approfonditi legami (si pensi a certe crisi matrimoniali superate). La vita della coppia viene riscaldata, salvata dall’irrompere di questo flusso di gratuità, giacché è inevitabile che prima o poi ciascuno dei due, anche involontariamente, ferisca l'altro.

Anche saper chiedere perdono al coniuge e ai figli è essenziale alla vita di famiglia. Francesco spiega: «Oggi sappiamo che per poter perdonare abbiamo bisogno di passare attraverso l’esperienza liberante di comprendere e perdonare noi stessi. Tante volte i nostri sbagli, o lo sguardo critico delle persone che amiamo, ci hanno fatto perdere l’affetto verso noi stessi. Questo ci induce… a riempirci di paure nelle relazioni interpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo. C’è bisogno di … perdonarsi, per poter avere questo medesimo atteggiamento verso gli altri» (AL, 107).Infatti: : «Chi è cattivo con sé stesso con chi sarà buono? [...] Nessuno è peggiore di chi danneggia sé stesso», Sir 14,5-6» (AL, 101).

Il perdono reclama umiltà: «per poter comprendere, scusare e servire gli altri di cuore, è indispensabile guarire l’orgoglio e coltivare l’umiltà... La logica dell’amore cristiano non è quella di chi si sente superiore agli altri e ha bisogno di far loro sentire il suo potere, ma quella per cui “chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore”, Mt 20,27» (AL, 98). «Vale anche per la famiglia questo consiglio: «Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili», 1 Pt 5,5» (AL, 98).

La carità tutto scusa.S. Paolo completa il suo inno con quattro totalità: “Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Secondo Papa Francesco«può significare “mantenere il silenzio” circa il negativo che può esserci nell’altra persona. Implica limitare il giudizio, contenere l’inclinazione a lanciare una condanna dura e implacabile. «Non condannate e non sarete condannati» (Lc 6,37). Benché vada contro il nostro uso abituale della lingua, la Parola di Dio ci chiede: «Non sparlate gli uni degli altri » (Gc 4,11). “Soffermarsi a danneggiare l’immagine dell’altro è un modo per rafforzare la propria, per scaricare i rancori e le invidie senza fare caso al danno che causiamo. Molte volte si dimentica che la diffamazione può essere un grande peccato, una seria offesa a Dio, quando colpisce gravemente la buona fama degli altri procurando loro dei danni molto difficili da riparare» (AL, 112). La maldicenza nella coppia provoca danni spesso irreparabili perché coinvolge parenti, amici e conoscenti, rendendo molto più difficile ritornare a bene-dire dell'altro. «Gli sposi che si amano e si appartengono, parlano bene l’uno dell’altro, cercano di mostrare il lato buono del coniuge al di là delle sue debolezze e dei suoi errori. In ogni caso, mantengono il silenzio per non danneggiarne l’immagine. Però non è soltanto un gesto esterno… neppure l’ingenuità di chi pretende di non vedere le difficoltà e i punti deboli dell’altro, bensì… ricorda che tali difetti sono solo una parte, non sono la totalità dell’essere dell’altro… si può accettare con semplicità che tutti siamo una complessa combinazione di luci e ombre. L’altro non è soltanto quello che a me dà fastidio. È molto più…non pretendo che il suo amore sia perfetto per apprezzarlo. Mi ama come è e come può, con i suoi limiti, ma il fatto che il suo amore sia imperfetto non significa che sia falso o che non sia reale. È reale, ma limitato e terreno…non potrà né accetterà di giocare il ruolo di un essere divino né di stare al servizio di tutte le mie necessità. L’amore convive con l’imperfezione, la scusa, e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata» (AL, 113).

Ha fiducia (tutto crede).La re­ciprocità coniugale è frutto di reiterate azioni di fiducia, in una rifondazione perenne, bene indicata dall'espressione "sposarsi più volte nella vita".Sottolinea papa Francesco che la fiducia: «rende possibile una relazione di libertà. Non c’è bisogno di controllare l’altro, di seguire minuziosamente i suoi passi, per evitare che sfugga dalle nostre braccia. L’amore… rinuncia a controllare tutto… rende possibili spazi di autonomia, apertura al mondo e nuove esperienze, permette che la relazione si arricchisca e non diventi una endogamia senza orizzonti. In tal modo i coniugi, ritrovandosi, possono vivere la gioia di condividere quello che hanno ricevuto e imparato al di fuori del cerchio familiare. Nello stesso tempo rende possibili la sincerità e la trasparenza, perché quando uno sa che gli altri confidano in lui e ne apprezzano la bontà di fondo, allora si mostra com’è, senza occultamenti» (AL, 115). Infine: «permette che emerga la vera identità dei suoi membri e fa sì che spontaneamente si rifiuti l’inganno, la falsità e la menzogna» (AL, 115).

Tutto spera. Chi ama spera sempre che, nonostante tutto l’altro potrà migliorare: «Spera sempre che sia possibile una maturazione, un sorprendente sbocciare di bellezza, che le potenzialità più nascoste del suo essere germoglino un giorno. Non vuol dire che tutto cambierà in questa vita. Implica accettare che certe cose non accadano come uno le desidera, ma che forse Dio scriva diritto sulle righe storte di quella persona e tragga qualche bene dai mali che essa non riesce a superare in questa terra» (AL, 116). L’amore, credendo che a suo tempo il "buio sarà sconfitto", trova la forza di continuare a sperare in situazioni apparentemente disperate[6]. Si sforza di guardare l’altro dal punto di vista del cielo dove: “completamente trasformata dalla risurrezione di Cristo, non esisteranno più le sue fragilità, le sue oscurità né le sue patologie. Là l’essere autentico di quella persona brillerà con tutta la sua potenza di bene e di bellezza” e potremo “contemplare quella persona con uno sguardo soprannaturale, alla luce della speranza, e attendere quella pienezza che un giorno riceverà nel Regno celeste, benché ora non sia visibile» (AL, 117).

Tutto sopporta. L’amore si sposa con l’avverbio ‘nonostante’. Per dirla con Papa Francesco: «L’ideale cristiano, e in modo particolare nella famiglia, è amore malgrado tutto. A volte ammiro, per esempio, l’atteggiamento di persone che hanno dovuto separarsi dal coniuge per proteggersi dalla violenza fisica, e tuttavia, a causa della carità coniugale che sa andare oltre i sentimenti, sono stati capaci di agire per il suo bene, benché attraverso altri, in momenti di malattia, di sofferenza o di difficoltà. Anche questo è amore malgrado tutto» (AL, 119). Non si puó pretendere che tutti affrontino le situazioni difficili con le stesse armi e sappiano superarle. Il rapporto con la sofferenza è personale e misterioso, richiede un assenso nel segreto dell’anima, che non è possibile delegare ad altri, ma che compone un ricamo la cui bellezza si percepisce solo dal verso dritto, ossia dall’alto da dove si vede il senso dell’insieme. Si riconosce allora il valore pedagogico della sofferenza, che aiuta a purificare lo sguardo rendendolo trasparente, a maturare una saggezza inaspettata, lungimirante e feconda.

Nel discorso di chiusura del Sinodo Papa Francesco ha proposto a tutti, laici, religiosi e clero, questa missione, proponendo l’analisi dell’acrostico di famiglia:

Formare le nuove generazioni a vivere seriamente l’amore non come pretesa individualistica… ma… come l’unica via per uscire da sé, per aprirsi all’altro…

Andare verso gli altri perché una Chiesa chiusa in se stessa è una Chiesa morta…

Manifestare e diffondere la misericordia di Dio alle famiglie bisognose, alle persone abbandonate, agli anziani trascurati, ai figli feriti … ai peccatori…

Illuminare le coscienze, spesso accerchiate da dinamiche dannose e sottili …

Guadagnare e ricostruire con umiltà la fiducia nella Chiesa, seriamente diminuita a causa dei comportamenti e dei peccati dei propri figli

Lavorare intensamente per sostenere e incoraggiare le famiglie sane

Ideare una rinnovata pastorale famigliare… capace di trasmettere la Buona Novella con linguaggio attraente e gioioso e di togliere dai cuori dei giovani la paura di assumere impegni definitivi

Amare incondizionatamente tutte le famiglie e in particolare quelle che attraversano un momento di difficoltà: nessuna famiglia deve sentirsi sola o esclusa dall’amore o dall’abbraccio della Chiesa; il vero scandalo è la paura di amare e di manifestare concretamente questo amore”[7].

 

[1] Ef 2, 19.Il Papa esemplifica con alcune espressioni amabili e incoraggianti di Gesù: «“Coraggio figlio!” (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano… Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù» (AL, 100).

[2]Catechesi (13 maggio 2015): L’Osservatore Romano, 14 maggio 2015, p. 8.

[3]Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 114, a. 2, ad 1.

[4] Secondo John Gottman, che ha analizzato in 27 anni migliaia di coppie di diverse etnie ed estrazioni sociali, la riuscita di una coppia dipende essenzialmente da sette regole d’oro: arricchire il menù della tenerezza, coltivare la stima reciproca, avvicinarsi nella vita quotidiana (non basta la classica cena dell’anniversario), lasciarsi influenzare dal partner (per l’autore questa è una difficoltà più tipicamente maschile), risolvere i problemi risolvibili, superare i blocchi, andare nella stessa direzione (cf J. Gottman e N. Silver, Intelligenza emotiva per la coppia, Rizzoli, Milano 1999). Lo stesso autore ha individuato 10 killer dell’amore: Non dare per scontata la conoscenza del partner, non indovinare, non accusare, non ignorare i suoi messaggi, non dire sì quando si pensa no, non usare il silenzio come un’arma, non dare in escandescenze, non minacciare, non sminuire il partner, non cercare alleanze esterne.

[5] Per approfondire questo tema rimandiamo al nostro: Perdono per…dono.Quale risorsa per la società e la famiglia, Effatà, Torino 2006.

[6] “Il buio sconfitto” fa riferimento al titolo del libro: Il buio sconfitto. Cinque relazioni speciali tra eros e amicizia spirituale, Effatà, Cantalupa (TO), 2016.

[7] Papa Francesco, Discorso a conclusione dei lavori della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi,24 ottobre 2015.