Quaresima 2015

 

Dall'umanesimo familiare alle Cinque strade della Traccia per Firenze 2015

 

a cura di Attilio Danese e Giulia P. Di Nicola, copresidenti dell'associazione A.MAR.LUI.

 

Premessa

1. Molte difficoltà della famiglia oggi sono da collegare a inadeguate e insufficienti politiche familiari, ma altre hanno a che fare con la mancanza di senso da dare alla vita umana. Della crisi della famiglia inevitabilmente risente il sistema in termini di perdita del capitale umano. La complessità degli ingranaggi internazionali e degli sviluppi della tecnica sono tali che l'ingovernabilità sembra farsi regola di vita politica. Il vero nocciolo del problema però è di tipo culturale e spirituale dato che la dispersione del singolo e delle sue intenzioni non garantisce l'affermazione dei valori umani. Il sistema è autoreferenziale e si autoregola rivelando la sua manchevolezza, perché non tutto è pensabile in termini di funzionalità e di autoreferenzialità interna, pena l’essere disfunzionale a se stesso, proprio per la esclusione del mondo della vita, dell'affettività e della spiritualità.

E’ una necessità dello stesso sistema economico-politico, per la sua stessa autoregolazione, concepirsi a servizio delle famiglie più che servirsi delle famiglie. Ci vuole un “gusto per l’umano”, per “leggere i segni dei tempi e parlare il linguaggio dell’amore” coltivato nelle famiglie. Ne è convinto Monsignor Cesare Nosiglia, presidente del Comitato preparatorio, che ha firmato la presentazione della Traccia, “un testo aperto” che parte dalla constatazione che nelle nostre comunità esiste “un bisogno di discernimento comunitario di fronte alle sfide del mondo contemporaneo”, ma anche ”la voglia di camminare insieme, di assaporare il gusto dell’essere Chiesa, qui e oggi, in Italia”. L’opzione di fondo: “Partire dalle testimonianze che sono esperienza vissuta della fede cristiana e che si sono tradotte in spazi di ‘vita buona del Vangelo’ per la società intera”.

2. L'Associazione AMARLUI sta portando avanti la riflessione già inviata su un nuovo tipo di umanesimo familiare individuando nelle cinque vie per Firenze 2015 il contributo che la Scrittura, la Traccia, l'esperienza dei Beati Beltrame Quattrocchi e quella delle famiglie possono fornire in preparazione al Convegno.

Ripartiamo dall'esperienza diretta di questa coppia di Beati perché si tratta di un novum che nella storia della Chiesa rappresenta la beatificazione di una coppia in quanto coppia: Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi[1]. Generalmente non si ama una letteratura che si occupa di amori senza turbolenze, di quadretti familiari irenici. Sembra che una storia d’amore possa attrarre solo se ha i colori accesi dell’innamoramento, delle passioni e dei tradimenti, con le relative follie, i tumulti erotici, gli abbandoni sofferti. Tutto l’interesse si spegne se una coppia di innamorati si trasforma in una famiglia, se l’effervescenza dello statu nascenti si assesta in istituzione, lo straordinario in ordinario, la poesia in prosa, la novità in routine. Eppure la storia semplice di Maria e Luigi riesce ad affascinare, sia quella raccontata nei libri sia quella espressa nelle manifestazioni artistiche[2].

La Chiesa, assecondando il desiderio di Giovanni Paolo II, presentò nel 2001 ai fedeli una coppia di sposi che ripete l’eterna storia di un innamoramento in cui l’amore, ben oltre l’ebbrezza dell’attrattiva, diviene quel vincolo sacro, umano-divino che dà stabilità alla promessa intrecciandola con l’amore di Dio. Non è ‘ordinaria’ la stupenda avventura di un uomo e una donna che si conoscono, riconoscono, formano di due “una sola carne”, vivono una storia comune senza più voltarsi indietro. La concordia dei cuori, di cui parlano con la vita Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi, la cui avventura di sposi qui portiamo come testimonianza in ciascun perccorso indicato dalla Traccia, non si spiega senza l’opera della grazia e del Sacramento del matrimonio. E’ il frutto di una collaborazione a tre, di cui la parte principale e la più discreta è quella di Dio.

La lettura delle cinque vi strade che portano a Firenze 2015 parte allora sì dalle parole di papa Francesco e dalle indicazioni della traccia, ma anche dall'esperienza concreta di una coppia di Beati e dalle considerazioni d i coppie cristiane che si sforzano con gioia di aderire al Vangelo lungo l'itinerario proposto dai Vescovi italiani.  

3. La famiglia come è noto “è attaccata da tanti fronti”, con bambini che “vivono tra diverse case, costretti a fare i conti con complesse geografie relazionali”. Oggi i luoghi sono diventati “sempre più frontiere: linee di incontro-scontro tra culture, e anche tra visioni del mondo diverse di una stessa cultura”. Ripartiamo allora sinteticamente da ciascuna via:

Uscire, per non correre il rischio dell’”inerzia strutturale” e “liberare le nostre strutture dal peso di un futuro che abbiamo già scritto”.

Annunciare, perché “la gente ha bisogno di parole e di gesti” e di famiglie che sappiano “prendere la parola in una cultura mediatica e digitale” e che parlino soprattutto il linguaggio della testimonianza.

Abitare, per “continuare ad essere una Chiesa di popolo”, famiglia di famiglie, sul modello della buona notizia che la famiglia annuncia, ripensando i propri “modelli” a partire dalla consapevolezza che “una Chiesa povera per i poveri” non è un “optional” ma una vicinanza solidale e reale alle famiglie povere in continua crescita.

Educare, per ricostruire le “grammatiche educative” e immaginare “nuove sintassi”. Soprattutto per riacquisire la responsabilità educativa per troppo tempo delegata ad altre agenzie di socializzazione.

Trasfigurare, cioè assicurare la “qualità della vita cristiana”. Le famiglie sono convinte che la sfida passa per la scelta vocazionale dell'essere famiglie che aspirano alla santità, nella ferialità dei gesti e delle circostanze, sapendo leggere negli eventi il disegno di Dio su ciascuna famiglia e sulla comunità delle famiglie che formano la Chiesa.

4. Dalla Traccia emerge la consapevolezza che si sta attraversando nel mezzo la cultura postmoderna nella quale “Nessun criterio è condiviso, per orientare le scelte pubbliche e private e tutto si riduce all’arbitrio delle contingenze”. La cultura del frammento presenta quelle “schegge di tempo e di vita, spezzoni di relazioni” con il rischio di “un uomo senza senso”, che affligge soprattutto la parte più fragile delle famiglie stesse (vedi esperienza crescente dei giovani neets, senza lavoro, senza istruzione e senza senso). In questo contesto di crisi vengono “allentati i legami” e “indeboliti i nessi” del volto umano delle persone. Ciascuno rimane “centrato su se stesso” e impegnato in un “corpo a corpo” con l’altro. Il “male” del nostro tempo è l’autoreferenzialità, che “rende asfittica la nostra vita”.

Eppure, nonostante tutto, i giovani continuano ad avere fiducia nell'istituto familiare, se nei sondaggi italiani ed europei lo indicano come primo valore. Le donne e gli uomini di oggi hanno “un enorme bisogno di relazione”, che emerge dalla rete ma anche dalla “solidarietà intergenerazionale all’interno delle famiglie”. I genitori delle giovani coppie si sono trasformati in "ammortizzatori sociali" per i propri figli e nipoti, sapendo rinunciare essi stessi alle comodità della vita di pensionati per abbracciare stili di vita più sobri, con scelte testimoniali a difesa della legalità, con rivendicazione di responsabilità nei confronti della   scuola e forme di donazione nel volontariato, con una straordinaria capacità di accoglienza degli immigrati, specie nelle comunità situate i luoghi degli sbarchi: tutti segnali “poco notiziabili, ma concreti”. Le famiglie testimoniano che occorre prima di tutto "imparare ad ascoltare la vita delle persone, per scorgere i segni di un’umanità nuova che fiorisce”. In questo senso si è parlato di un umanesimo familiare che la famiglia annuncia con il suo essere famiglia ( "Famiglia annuncia ciò che sei"). Se come è scritto nella Traccia, il “metodo” di Gesù è la testimonianza, e le due “direttrici principali di un nuovo umanesimo” sono la cura e la preghiera, le famiglie possono diventare i laboratori concreti per avviare la rivoluzione nascosta di un umanesimo cristiano a misura di persona che si prepara a vivere gioie e difficoltà insieme al Risorto.

 

 

I Settimana

 

A. Uscire - Una Chiesa ‘in uscita’

 

1. Dalla Evangeli Gaudium di Papa Francesco

 

n. 20. “Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole pro­vocare nei credenti. Abramo accettò la chiamata a partire verso una terra nuova (cfr Gen 12,1-3). Mosè ascoltò la chiamata di Dio: « Va’, io ti man­do » (Es 3,10) e fece uscire il popolo verso la terra promessa (cfr Es 3,17). A Geremia disse: « An­drai da tutti coloro a cui ti manderò » (Ger 1,7). Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chia­mati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiun­gere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”.

 

 

2. Da La Traccia.

L’insistenza con cui papa Francesco invoca una Chiesa ‘in uscita’ s’intreccia con il cammino compiuto in Italia sulla strada della conversione pastorale e di una prassi missionaria: «La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. [...]   Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti» (Evangelii gaudium 24). Sorge la domanda: come mai, nonostante un’insistenza così prolungata sulla missione, le nostrecomunità faticano a uscire da loro stesse e ad aprirsi? Il rischio di un’inerzia strutturale, dellasemplice ripetizione di ciò cui siamo abituati è sempre in agguato. Gli obiettivi per le azioni delle nostre comunità non possono essere predeterminati o delegati alle tante istituzioni create al servizio della pastorale. Piuttosto, devono essere il frutto di un discernimento dei desideri dell’uomo operato dalle medesime comunità e dell’impegno per farli germinare. Liberare le nostre strutture dal peso di un futuro che abbiamo già scritto, per aprirle all’ascolto delle parole dei contemporanei, che risuonano anche nei nostri cuori: questo è l’esercizio che vorremmo compiere al Convegno di Firenze. Ascoltare lo smarrimento della gente, di fronte alle scelte drastiche che la crisi globale sembra imporre; raccogliere, curare con tenerezza e dare luce ai tanti gesti di buona umanità che pure in contesti così difficili sono presenti, disseminati nelle pieghe del quotidiano. Offrire strumenti che diano lucidità ma soprattutto serenità di lettura, convinti che, anche oggi, i sentieri che Dio apre per noi sono visibili e praticati»[3]... La legge si radica nell’essere amati e si attua nell’amare: «Gesù ha guardato alle donne e agli uomini che ha incontrato con amore e tenerezza, accompagnando i loro passi con pazienza e misericordia, nell’annunciare le esigenze del Regno di Dio» (Sinodo dei Vescovi 2014 – XI Congregazione generale, Relatio post disceptationem del Relatore generale, card. Péter Erdö, n. 12). E, così, Dio si rivela in una suprema tensione verso l’uomo: Dio è per l’uomo, si mette al servizio dell’uomo. Dio per primo – come s’intuisce nella cosiddetta parabola del figliol prodigo (cf. Lc 15,20) – esce incontro all’uomo, lo raggiunge lì, dove si trova, persino nella lontananza estrema del suo peccato, nella precarietà della sua esistenza ormai minata dalla morte. L’uomo è la periferia presso la quale Dio si reca in Gesù Cristo: al suo peccato non è opposto un rifiuto sdegnoso, poiché ormai di esso Cristo accetta di farsi carico («Dio per noi lo fece peccato»: 2 Cor 5,21).

3. Dall'esperienza di Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi[4]

Maria, pur essendo realista nel comprendere la difficoltà di Luigi nel rapporto con la suocera e d’altro canto le esigenze dei genitori, cerca di orientare l’uno e gli altri alla carità reciproca: «Credi a me: più saggio nella vita è sopportare questi piccolissimi gioghi, che gridar contro essi; e poi, in fondo, in fondo, tutte le minuscole, quanto numerose convenienze sociali, che costituiscono gran parte del consorzio umano, tutti questi microscopici sacrifici che ci costano, non sono che un continuo ingentilimento dell’esser nostro, una benefica smussatura agli angoli del nostro carattere»[5] (ML3SD005).

In altri termini, Maria sollecita Luigi ad uscire da sé, ad abbandonare le sofferenze inutili, che spesso ci procuriamo da noi stessi, quasi coccolandoci («amore; è un veleno quell’acre voluttà in cui talvolta ti compiaci», ML100705). Luigi riconosce l’opportunità delle raccomandazioni di Maria e si affida dolcemente a lei come un bimbo alla mamma: «corsi a te come un bimbo si rifugia in grembo alla mamma consolatrice» (LM070805).

* L’attività di scrittrice, da sola, non dà ragione della multiforme attività di Maria, che unisce all’impegno della penna quello del volontariato nelle associazioni e nella parrocchia. La sua é la Parrocchia di S. Vitale, che si estendeva allora in vicoli e viuzze verso il Colosseo, nella quale abitavano immigrati dalla Campania e dalla Ciociaria, dall’Abruzzo, formando una sorta di ‘ghetto’ di gente povera, successivamente ‘ripulito’ dal fascismo, facendo traslocare le famiglie in periferia. In quel contesto, Maria prende ad impartire lezioni di catechismo alle donne del popolo, nell’ambito dell’istituzione “Le Madri cristiane” (si conservano ancora alcuni quaderni di Maria, contenenti schemi di lezioni ed elenco delle frequentanti). A fine anno organizza la premiazione, preceduta da una specie di esamino. Le sue lezioni si basano sul Catechismo di Pio X sono dirette in particolare alle madri. Maria infatti nutre un grande rispetto verso queste donne, spesso analfabete e si rammarica quando il Parroco, in occasione dell’esame finale, si rivolge loro adoperando ironicamente il linguaggio del popolo. Diverse di queste donne, ed anche   le loro figlie, prendono a frequentare casa Beltrame Quattrocchi, per una ragione o per l’altra.

* La stessa sollecitudine verso i bisognosi spinge Maria a recarsi con i figli a far visita alle vittime del terremoto di Avezzano, e durante la guerra, ad aiutare i feriti ricoverati negli ospedali di fortuna sorti a Roma. Come infermiera volontaria della Croce Rossa e come ferrista, durante la guerra di Etiopia e la seconda guerra mondiale, Maria si prodiga in sala operatoria per assistere i militari feriti. E’ molto stimata dai medici. Frequenta anche un corso di specializzazione sulle malattie tropicali. Si racconta che al Celio un soldato morente, ringraziandola per quanto fatto per lui, le fa questo augurio: «Che ti possa venire incontro la Madonna quando morirai» (cf MGM, §277)[6].

Al di là degli impegni associativi, Maria si dona senza riserve a tutto ciò che le appare un’occasione preziosa per contribuire alla ricostruzione del tessuto morale, civile e religioso della società distrutta dalla guerra. E’ nel suo stile di cogliere a volo ogni occasione che la vita le offre per fare del bene. Così ad esempio quando la convivente del padrone della villa di Montepulciano ha un parto gemellare improvviso e difficile in piena notte   Maria accorre rapidamente, riesce a battezzare i due piccoli appena nati e a salvarne uno. Dopo questo episodio, anche i genitori si sposano regolarmente.

* Partecipazione associativa. Tutte le volte che possono, Maria e Luigi partecipano all’attività dell’UNITALSI, accompagnando e assistendo gli ammalati a Loreto e a Lourdes. Così don Tarcisio: «Sempre abbinati nei viaggi a Lourdes o a Loreto con il treno ammalati dell’UNITALSI. Sempre pronto a cooperare attivamente con lei nelle molteplici attività di apostolato, a partire dai primi albori dello Scautismo Cattolico Italiano (A.S.C.I.), che tutti e due accolsero e sostennero con appassionato entusiasmo fin dal suo apparire in Italia, - nel 1916. Egli ne fu subito convinto e zelante pioniere. Già in quello stesso anno uno dei primissimi Reparti, il Roma V, venne fondato dall’Assistente Centrale dell’ASCI, il gesuita padre Gianfranceschi, all’Istituto Massimo, scuola alla quale i nostri genitori avevano affidato la formazione umanistica e morale di noi due maschi, io venni subito iscritto fra i “lupetti”, e nel ‘17 fu la volta di Cesarino» (MGL, § 181).

* Il gusto dell’ospitalità. L’ospitalità é un “ministero” che tutti i conoscenti testimoniano riguardo all’intera famiglia Beltrame Quattrocchi. Maria è consapevole di averne ricevuto uno speciale “talento” e fa del suo meglio per farlo fruttare. Nonostante i numerosi impegni dentro e fuori casa, gode nel ricevere ospiti, semplicemente perché fa parte della sua natura e della educazione ricevuta, avvolgendo di attenzioni chi arriva in casa, riservandogli la parte migliore, curando nei minimi particolari il suo benessere e costruendo, così facendo, il clima più adatto alla penetrazione del Vangelo. Luigi é in perfetta sintonia e apprezza le capacità di sua moglie, lieto che la sua casa sia “ambita” dagli amici, considerata luogo raffinato e discreto di cultura, di riposo, di ristoro dell’anima. Maria lo conferma: ‹‹L’amico che veniva, ospite, in casa era accolto con gioia riconoscente. Il povero che bussava alla porta era sempre considerato come una benedizione. Colui la cui stella sembrava tramontata, epperò diventava dimenticato dai più, era certo di trovare in lui un’amicizia operosa e paterna e riprendeva coraggio e fiducia››[7].

* In qualche caso l’ospitalità comporta una non comune capacità di fidarsi di Dio: non si ospita facilmente qualcuno che è affetto dalla spagnola, se si conosce il rischio. Maria e Luigi accolgono senza indugio una bimba, i cui genitori erano morti a causa dell’epidemia. Il papà era amico di Luigi, che perciò si sente interpellato in prima persona ad impegnarsi per le figlie ormai orfane. Maria ricorda commossa l’episodio: ‹‹Durante la “spagnola” era caduto malato un suo amico che aveva perduto la sposa da otto giorni, lasciando tre bambine, di cui la più piccola di quaranta giorni. Egli andò a confortarlo, ad assisterlo nell’ultimo passo e portò a casa la neonata, per organizzare il suo allevamento artificiale, finché la nonna superstite non potesse farlo da sé. Avevamo pure i nostri bambini, la “spagnola” era tremendamente infettiva. Ma la sua carità superò tutto con la divina economia che vince sempre, facendosi ragione di ogni prudenza umana. Così mille volte, in ogni circostanza, anche con sacrificio grave››[8].

La piccola Carla invece rimane in casa Beltrame Quattrocchi e Luigi si occupa di lei, facendo da “balio”, nomignolo che Carla gli conserverà a vita.

* Casa Beltrame Quattrocchi è un porto di mare per persone di ogni tipo: se capita l’amico dell’amico, non c’é che da aggiungere un posto a tavola, accogliendo la sorpresa che il nuovo giorno porta con sé, senza risparmiarsi: costi quel che costi («Ospiti sempre e chi ne ha più ne metta», MF190233), sull’ospitalità non si transige.

* Rischio. Talvolta un sacerdote o una suora inviano un soggetto un po’ disadattato, un’anima “in pena”, il che comporta difficoltà e rischi. Ancor più rischioso é dare rifugio in tempi di guerra a qualche fuggitivo. Tuttavia don Tarcisio attesta che non c’erano mai in casa meno di due ricercati. Una volta in casa Beltrame si ferma a lungo un fuggitivo dal carcere, che si imbarca poi con lui per Anzio, che i tedeschi stanno per lasciare. Un altro episodio memorabile riguarda l’ospitalità data all’intera famiglia del Ministro della Marina de Courten, che la notte dell’8 Settembre dorme per terra per poi passare l’indomani dalle suore. Il figlioletto invece si ferma ancora per 9 mesi.

* Solidarietà. Maria e Luigi avvertono come un dovere ma anche come un piacere il sentimento di solidarietà verso quanti si trovano in stato di bisogno e si avvicinano alla famiglia per mille possibili richieste. Lo testimoniano numerosissimi amici, parenti, vescovi, monaci, suore… Così sottolinea Maria ricordando Luigi: «Carità fraterna, soprannaturale, generosa, esercitata con semplicità e modestia costante… Durante i tre giorni dell’ultima malattia, gli chiesi: “È venuto il tale a chiedere: quanto gli do?: cinquecento o mille?” e lui “Mille, sempre meglio abbondare con i poveri”››[9].

 

4. Considerazioni

*Uscire da sé. Gli sposi imparano ad essere disposti a cambiare i propri programmi, a rinunciare alla propria volontà, ad uscire dai propri pensieri, dal coccolare la propria immagine: occorre patteggiare l’unità sulla disposizione a posporre il proprio io. Solo vivendo fuori dall’idolatria dell’io per andare incontro all’altro, solo rinnegando se stessi è possibile fare di due una caro, come solo spezzandosi, Gesù ha reso possibile l’impossibile matrimonio che ci rende una caro con Lui. I gesti dell'unione sponsale costituiscono un apprendistato dell’arte di uscire da sé per comunicare se stessi attraverso la parola, gli sguardi, il corpo. Le modalità plurime di esplorazione, abbandono, accoglienza, costituiscono una scuola nascosta di sponsalità come tratto etico qualificante la persona in quanto tale, chiamata a porsi in relazione comunicativa col suo Creatore.

* Incontro al disagio. Sempre più numerose diventano le famiglie   con forme di disagio magari nascoste. Perciò è importante prendere in considerazione non solo quelle che il senso comune consi­dera “famiglie a rischio”, già incappate in tipologie di marginalità patente, ma anche quelle con situa­zioni negative più sfumate che attengono alla bassa qualità della vita. "Uscire" significa essere capaci di fiutare tali disagi e intervenire in "punta di piedi" aiutando a immettere nuova vita nelle relazioni di coppia, ben oltre agli interventi di ‘pronto soccorso’. Solo nel faccia a faccia si può leggere la sofferenza e verificare se e come le coppie e le singole persone reagiscono alle situazioni. Il popolo, nell’antico adagio “due cuori e una capanna”, esprime la convinzione che l’amore può rendere sopportabili an­che le condizioni più sfavorevoli avendo il potere di trasformare anche la vita più ‘banale’ in un’avventura interessante. L'importante per le famiglie cristiane che vogliono "uscire" è non chiudersi dentro la capanna del proprio benessere.

* Incontro all'assenza di Dio. Una situazione sempre più comune è relativa alla   eliminazione del respiro della trascendenza nella vita quotidiana: di Dio si pensa di fare a meno nelle relazioni tra un uomo e una donna. Al contrario, tra le povertà post-materialisti­che va inclusa anche la mancanza di senso spirituale dell’esistenza, giacchè l'occultamento della presenza di Dio nei rapporti famigliari, nella cultura, nella politica e nel mondo del lavoro, non è senza conseguenze[10]. Di Dio si parla pochissimo in famiglia, come rivelano gli adolescenti, che confessano di parlarne piuttosto con i nonni[11]. Eppure senza un riferimento a Dio, percepito come amore che dà senso alla storia personale e di coppia e dunque al perché e per chi vivere, viene a mancare l’essere che dà senso al vivere, la cui assenza è da correlare più di quanto si fac­cia normalmente a non pochi disturbi del carattere e suicidi. La felicità coniugale non può essere acquistata a basso prezzo, sradicando dalla coscienza quelle aspirazioni spirituali, non necessariamente confessionali, che dilatano gli orizzonti dell'amore e li fecondano. Diversamente si alimenta l'idolatria di valori alternativi e peggiorativi della qualità della vita di coppia. Lo sviluppo di movimenti, sette, forme eclettiche (New age) che offrono oasi alternative di spiritualità prova la persistente domanda di spiritualità che, anche quando non si concretizza in questa o quella confessione di fede, anela comunque a cogliere la presenza del divino nel mondo. In assenza del senso religioso della vita, non di rado, il vivere stesso - non il vivere in una o un’altra condizione - perde senso, e poiché manca il rapporto con quel Tu presente nei meandri più nascosti dell’anima, capace di consolare il dolore, rinfo­colare l’amore e illuminare anche l’esistenza più buia.

*Solidarietà attiva. Dare a chi ne ha bisogno qualcosa di proprio, con gioia (“Dio ama chi dona con gioia”, 2 Cor 9, 7), indipendentemente dal calcolo del possibile ritorno, che si tratti di beni materiali o di risorse umane come il tempo, l’attenzione, la cultura, è ugualmente una via principe di contatto con Dio. È un atto che nasce dalla solidarietà spontanea e insieme da un’esigenza di giustizia, che scavalca la pura logica del dare e avere, dello scambio mercantile. Proprio per il fatto che esula calcolo dell’interesse é un’eco del cielo. Non è raro che   giovani sposi si rechino, magari proprio nel viaggio di nozze, nei Paesi sottosviluppati a prendersi cura dei malati, a costruire strade, ad aiutare le donne a partorire, i bambini a nascere ed essere educati, consumando periodi interi della     loro giovinezza a servizio dei più bisognosi. Anche se nel compiere tali azioni di solidarietà l’intenzione non è esplicitamente caritatevole e religiosa, essa ha comunque valore spirituale ed educativo nei confronti di sé, dei figli e della società tutta[12].

 

*Le famiglie come periferie esistenziali

Le periferie esistenziali non sono solo le periferie materiali delle grandi città, ma anche quelle spirituali delle famiglie che si sentono sfiduciate e sole. Occorre entrare nella logica della Croce, che significa, come ha detto papa Francesco (27 marzo 2013): “uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio”, per offrire “Gesù misericordioso e ricco di amore”. Il Papa insiste: “Aprire le porte del nostro cuore, della nostra vita, delle nostre parrocchie – che pena tante parrocchie chiuse! -, dei movimenti, delle associazioni, ed ‘uscire’ incontro agli altri, farci noi vicini per portare la luce e la gioia della nostra fede. Uscire sempre!”.

Il 18 maggio 2013: “In questo momento di crisi non possiamo preoccuparci soltanto di noi stessi, chiuderci nella solitudine, nello scoraggiamento, nel senso di impotenza di fronte ai problemi. Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala. Pensate ad una stanza chiusa per un anno; quando tu vai, c’è odore di umidità, ci sono tante cose che non vanno”.

Quello che papa Francesco dice alla Chiesa tutta vale particolarmente per le famiglie cristiane (19 maggio 2013): «Una Chiesa chiusa è la stessa cosa: è una Chiesa ammalata. La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!” (cfr Mc 16,15). Ma che cosa succede se uno esce da se stesso? Può succedere quello che può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente. Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite!». Ancora: “se vogliamo seguirlo e rimanere con Lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo uscire’, cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana”.

Nell’udienza del 26 giugno 2014, il Papa ha rilevato che il problema del cristianesimo contemporaneo è la stanchezza:“Siamo pietre vive o siamo, per così dire, pietre stanche, annoiate, indifferenti? Avete visto quanto è brutto vedere un cristiano stanco, annoiato, indifferente? Un cristiano così non va bene, il cristiano deve essere vivo, gioioso di essere cristiano; deve vivere questa bellezza di far parte del popolo di Dio che è la Chiesa. Ci apriamo noi all’azione dello Spirito Santo per essere parte attiva nelle nostre comunità, o ci chiudiamo in noi stessi, dicendo: ‘ho tante cose da fare, non è compito mio”?

 

 

Domande per la riflessione familiare e comunitaria:

- Come far si che i cambiamenti demografici, sociali e culturali, con i quali le famiglie cristiane sono chiamate a misurarsi, divengano l’occasione per nuove strade attraverso cui il vangelo della famiglia possa essere accolto.

- Le nostre famiglie cristiane sono pronte ad “uscire” o risultano ancora condizionate da una “inerzia strutturale, della semplice ripetizione di ciò cui siamo abituati”?

- Come passare da una “pastorale familiare abituale” ad una “pastorale della famiglia missionaria”?


 

II Settimana

 

B- Annunciare il Vangelo della misericordia e della gioia

 

1. Dall'Evangelii Gaudium

 

21. La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che torna­no dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17). La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il Padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cfr Lc 10,21). La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell’ascoltare la predicazione degli Apostoli «cia­scuno nella propria lingua» (At 2,6) a Pentecoste. Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma segue la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo e oltre. Il Signore dice: «Andiamocene al­trove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,38). Quando la semente è stata seminata in un luogo, Egli non si trattiene per spiegare meglio o per fare segni ulteriori, bensì parte verso altri villaggi seguendo l’ispirazione dello Spirito.

 

2. Dalla Traccia

«Le tante povertà, antiche e nuove, che la crisi evidenzia, si condensano nella povertà constatata da Gesù con preoccupazione: la carenza di operai che annunciano il Vangelo della misericordia (gli apparivano «come pecore senza pastore», ricorda l’evangelista: Mt 9,36).

La gente ha bisogno di parole e gesti che, partendo da noi, indirizzino lo sguardo e i desideri a Dio. La fede genera una testimonianza annunciata non meno di una testimonianza vissuta. Con il suo personale tratto, papa Francesco mostra la forza e l’agilità di questa forma e di questo stile testimoniali: quante immagini e metafore provenienti dal Vangelo egli riesce a comunicare, soddisfacendo la ricerca di senso, accendendo la riflessione e l’autocritica che aprono alla conversione, animando una denuncia che non produce violenza ma permette di comprendere la verità delle cose. Le nostre Chiese sono impegnate da decenni in un processo di riforma dei percorsi di iniziazione e di educazione alla fede cristiana. Il Convegno di Firenze è il luogo in cui verificare quanto abbiamo rinnovato l’annuncio – con forme di nuova evangelizzazione e di primo annuncio; come abbiamo articolato la proposta della fede in un contesto pluriculturale e plurireligioso come l’attuale.

Occorrono intuizioni e idee per prendere la parola in una cultura mediatica e digitale che spesso diviene tanto autoreferenziale da svuotare di senso anche le parole più dense di significato come lo stesso termine “Dio”[13].

 

3. Dall'esperienza di Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi

 

 

*Una laicità sacerdotale

In Maria e Luigi l’amore per la Chiesa è stato senza condizioni; il rispetto per il ruolo del sacerdote nella comunità dei credenti senza tentennamenti. Sottolinea che il vero sacerdote è Gesù stesso: «Senza dubbio è lui che consacra, ma il sacerdote principale è Gesù Cristo che offre al Padre il più puro, il più santo, il più accetto dei sacrifici»[14]. Considerando la fragilità delle persone, Maria cerca di responsabilizzare quanti si trovassero di fronte a sacerdoti non degni del ruolo che rivestono: «Iddio ci comanda il rispetto verso di essi… ma non ci promette né ci annunzia che saranno tutti santi e tanto meno che il nostro rispetto verso di loro dovrà essere subordinato alla loro santità. Se per sventura ti incontrerai con qualche sacerdote che non è santo come tu lo vorresti, soccorrilo con la carità delle tue preghiere… »[15].

Teneva a sottolineare che il sacerdozio ministeriale non dovrebbe sottovalutare il sacerdozio comune dei fedeli, che tutti i cristiani vivono grazie al loro innesto nel Cristo, ma anzi valorizzarlo, essendo stato quello istituito proprio per la santità del popolo di Dio[16]. Perciò nella S. Messa i laici non sono solo uditori o spettatori, come allo stadio o a teatro o davanti alla TV, ma “concelebranti”, ognuno al proprio livello, direttamente partecipi dell’azione che il sacerdote compie rivolgendosi a Dio, a nome proprio e della collettività[17]. Maria, da laica, tiene a ricordare che il sacerdote opera a servizio di tutti i seguaci di Cristo, svolge un ministero diretto a loro e con loro. Forse neanche avrebbe senso la funzione specifica di alcuni, se i tria munera della regalità, della profezia e del sacerdozio non fossero di tutto il popolo dei battezzati, incluso e conformato al Cristo col Battesimo, abilitato ad esserne autentico fratello e testimone con la Cresima, continuamente nutrito dall’Eucarestia. In fondo si tratta di aiutare se stessi e gli altri a prendere sul serio l’iniziazione cristiana, a divenire soggetti nella comprensione e nell’elaborazione della fede, spingendo più avanti la maturità del popolo cristiano.

 

*L’annuncio specifico delle famiglie

La diffusione a pioggia della Grazia di Dio («amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti», Mt 5, 44-45) è messa in risalto da una vocazione tipicamente laicale, quale quella della famiglia, senza sminuire la dimensione sacramentale specifica del sacerdozio, ma anzi riempiendola di senso, perché orientata ad un popolo in cui tutti sono coscienti della loro diretta figliolanza da Dio, del loro essere imago Dei.

 

*Lo stile laicale dell'annuncio da parte delle famiglie

Negli scritti di Maria si può percepire uno spirito per certi versi anticipatore del Concilio, per quel che riguarda l’invito a prendere coscienza della dignità dei laici, del loro sacerdozio regale, che si esplicita nel trasmettere la vita della Grazia nei diversi campi di attività, in unione col Cristo per la salvezza del mondo. Tutti i cristiani le appaiono realmente alter Christus. Infatti gli sposi cristiani nella famiglia, nel lavoro, nello studio, nella cura della casa, sono consapevoli di compiere un’opera di santificazione delle realtà terrene, consacrando il mondo e portando in esso il lieto annuncio della Buona Novella[18]. In una lettera Luigi esalta il valore del lavoro[19]: «Siamo lietissimi delle notizie che don Tarcisio ci dà di sé e delle sue nuove occupazioni che gli consentono di attuare in pieno il fondamentale precetto benedettino. Dopo la preghiera, il lavoro è davvero la più nobile e più soddisfacente occupazione dell’uomo. Il lavoro sacerdotale è poi il più nobile di tutti perché, già santo in sé, ha meno bisogno di essere santificato, mentre noi che lavoriamo non direttamente per il Signore, dobbiamo, per santificare le nostre fatiche, fare uno sforzo che non sempre è efficace. Ringraziamo dunque Dio che ha concesso al nostro don Tarcisio di potere dare anche lui al Signore tutta la sua operosità» (LC & LF 130138).

Era soprattutto Luigi il “portavoce” della presenza di Dio tra gli uffici e la burocrazia dei Ministeri, con discrezione o apertamente, a seconda dei casi. In una agendina, ritrovata nel cassetto della scrivania, si legge: «Noi non dobbiamo nascondere i nostri sentimenti religiosi, dobbiamo professarli pubblicamente, ma questa professione dobbiamo fare prima di tutto e principalmente con le opere. Ed è con l’onestà e con lo spirito cristiano impressi nella nostra condotta nelle relazioni con gli uomini, col disinteresse, con l’amore al prossimo, con la carità vissuta e praticata, che noi professiamo la nostra religiosità; con l’illuminare, per quanto è in noi, quelli che delle nostre parole abbiano bisogno, che noi professiamo pubblicamente la nostra Fede»[20].

Un amico e collega di Luigi, miscredente e massone, contemplando la salma a lungo esposta dopo la morte, fu vinto da commozione e proruppe in singhiozzi. Racconta don Paolino che gli confidò: «”Vedi, in tanti anni che abbiamo lavorato insieme, tuo padre non mi ha mai rotto le scatole con delle prediche. Ma voglio dirti che è dalla sua vita di ogni giorno che io ho scoperto Dio e ho amato il Vangelo. Prega per me!” E si allontanò trasfigurato» [21].

Cresce in Luigi la convinzione di una missione importante ed efficace che le famiglie esercitano senza predicare, senza ritualizzare, catechizzare. Per quanto all’occorrenza vada esplicitata la professione di fede, una famiglia comunica il suo credo soprattutto nello stile dei rapporti, nell’esercizio della carità, nella limpidezza dello sguardo e del comportamento. Il suo è un sacerdozio laicale che traspare dalla vita, la più convincente testimonianza di fede.

Maria   esercitava il suo sacerdozio laicale, oltre che in famiglia, anche nelle varie forme di assistenza spirituale, una specie di ministero sui generis nella “direzione spirituale” nei confronti dei figli, del marito, di amici e conoscenti che le si rivolgevano con fiducia. Arturo Massimo Muzii, nipote per parte di Luigi, conferma questa ‘maternità spirituale’: «La sua opera di apostolato era posta al servizio di diseredati, coniugi in crisi, famiglie in lite, di tutte quelle persone colpite da traversie o da crisi di identità che provocano grandi sfasci a livello morale, famigliare e sociale.

L’attività di Maria come consigliera è nascosta, tenace e costante, talvolta concertata col parroco Don Walter, che la sollecita per il tramite di Don Tarcisio (collaboratore estivo della parrocchia), talaltra sollecitata dalle stesse persone, che spontaneamente percuotono il batocchio della campana posta a fianco del cancello d’ingresso di casa Beltrame per potersi confidare con lei. “Maria le riceveva assisa su una scomoda poltroncina di legno, collocata nell’angolo del patio quadrato, donde si domina la vista della vallata… presto imparai a capire dai primi accenni al problema, qual era il momento di girare i tacchi; anche gli altri si defilavano con discrezione; in certi casi restava con lei il solo Don Tarcisio a dar man forte a quella splendida psicologa ante litteram che, senza compenso alcuno e con estrema disponibilità, dispensava a tutti un consiglio ed il conforto; però a ben vedere il compenso per Maria c’era, era la gratificante sensazione di sentirsi inserita nel divino disegno di carità, cui soprattutto teneva» (CPMCBQ, A. Muzii, a 5 ad 31).

 

*La coppia cristiana, suggellata dal Suo nome e dalla Sua presenza, esercita il suo sacerdozio regale, già nell’amore umano-divino vissuto quotidianamente e reciprocamente[22]. Non si tratta di qualche specifico ministero che la coppia svolge nella comunità ecclesiale. Amarsi in Dio è già generare, adorare e offrire al mondo Gesù, presente tra lo sposo e la sposa. Nel matrimonio, infatti, Dio si rende percepibile soprattutto nell’unità degli sposi. Scriveva Clemente Alessandrino, a proposito del passaggio di Matteo sulla presenza di Gesù tra due o più persone riunite nel suo nome: «E chi sono i due o tre che si uniscono nel nome di Cristo, in mezzo ai quali è il Signore?… Non allude forse, con quei tre, a marito, moglie e figlio, poiché la donna si unisce all'uomo per volere di Dio?»[23]. Si tratta di una consapevolezza poco diffusa nella prima metà del Novecento e che perciò in Maria è intuita senza essere esplicitata, benché usi più volte l’espressione “sacerdozio familiare” e si lamenti che «la famiglia ‘spesso’ si va formando senza la profonda consapevolezza di un sacerdozio da esercitare»[24] (MV, 16).

Il fatto che gli sposi si donino l’uno all’altra senza riserve nel sacramento del matrimonio, li rende di fatto custodi e “sacerdoti” di quel “tesoro nascosto” che hanno ricevuto in dono e che vogliono mantenere vivo ad ogni costo.

«Il desiderio di allietare, di sollevare, di contentare – di far piacere con premura di costante attenzione, di cure delicate, di divinazione dei desideri più silenziosi e inespressi… quando tutto questo non diluisca la vita interiore e la soprannaturalità dell’affetto, né l’intensità della donazione a Dio, ma diventi quasi preghiera essa stessa nella devozione a una persona carissima e degna, che ti è sposo, padre, amico, figlio dolcissimo – è amore››[25].

 

4. Considerazioni

Sottolineavano i vescovi nel Direttorio di Pastorale Familiare: «Secondo il disegno di Dio, il matrimonio trova la sua pienezza nella famiglia, di cui è origine e fondamento. Da questo intimo e costitutivo legame con il matrimonio e con l'amore che lo definisce, ogni famiglia deriva, perciò, la sua identità e la sua missione di custodire, rivelare e comunicare l'amore, attraverso la formazione di un’autentica comunità di persone, il ser­vizio alla vita, la partecipazione allo sviluppo della società»[26].

L'opera di formazione oggi, della Chiesa e di tutte le agenzie educative, sarà tanto più efficace se mirerà a rafforzare il senso della donazione e della fedeltà, a dare tutto il peso che merita all'espres­sione “ti amo”, sostanziandola di eticità e spiritualità, per evitare che resti in balia della passione, delle circostanze e della buone vo­lontà, facili a cambiare direzione[27]. Occorrerà rendere evidente che la comunicazione segreta che si stabilisce tra le anime e i corpi vale più dei dissidi che possono crearsi, conferma lo spessore umano ed etico di due persone e del loro amore, al di là della distanza che può segnare i diversi percorsi geografici, ideologici e/o vocazionali.

Sono i fidanzati che cominciano a mettere in moto un modello di comunicazione affettiva e solidale, amandosi a vicenda, nella bellezza della loro maschilità e femminilità. Continueranno da sposi, prendendosi cura l'uno dell'altro nelle piccole cose di ogni giorno, dal fare la spesa all'arredare la casa, dall'acquisto di un auto alle pulizie, ritmando ciascuno il suo tempo e le sue risorse a servizio di tutti i membri della famiglia. Penetrando, senza mai esaurirlo, nel mistero dell’unità-differenza che li unisce e li distingue, i coniugi si avvicinano a Dio. Grazie all'esperienza d'amore che li esalta e li consuma, essi percepiscono, per analogia, la dinamica della vita divina e si sentono più vicini al Creatore[28].

L’unità coniugale è frutto dello Spirito che rafforza quel sereno investimento di fiducia l'uno nell'altro, quella disposizione positiva che consente a ciascuno di dare il meglio di sé, senza stancarsi di riporre fiducia nell'altro, anzi rinnovandola “settanta volte sette”. La fede insegna il rispetto dell’altro, che non è manipolabile, non è “ad immagine” dei genitori, né del coniuge, ma “ad immagine di Dio”. E’ questa concreta sintonia che impedisce quegli slabbramenti della spiritualità che possono condurre verso forme di esaltazione individualistica o di massa, verso patologie mentali o deliri religiosi mascherati di buone intenzioni.

Se gli sposi restano fedeli, nonostante tutto, essi possono vivere sulla loro pelle l’esperienza pasquale della morte e della risurrezione dell’amore. Piccoli miracoli di rinascita dell'amore si realizzano quotidianamente quando tornando a casa si dona e riceve la parola consolante, si ascolta la comunicazione affettuosa degli stati d'animo, degli eventi della giornata, delle riflessioni spirituali, si riceve comprensione e com-passione per le mancanze e i fallimenti, si recupera coraggio per la ripresa. Ciascuno dà e riceve la vita se si sente amato e riama l'altro per quel che è, in sé e per sé (quante volte si attende che l'altro cambi, perdendo tempo e ostacolando il rapporto!). Nel mentre si consigliano a vicenda, gli sposi si riappacificano tra loro e con Dio e attingono la forza per affrontare una nuova giornata.

 

* Resta caratteristica degli sposi cristiani annunciare il mi­stero del rapporto Cristo-Chiesa, molto più che con parole e atti dettati da una diretta finalità missionaria, proprio attraverso il loro amore, quasi senza avvedersene, semplicemente vivendo bene la propria vita personale e quella qualità diversa del­l'amore reciproco che si lascia riconoscere senza imporsi.

Questo modello di evangelizzazione è tanto più necessario oggi, quando la cultura del sospetto accompagna ogni proclamazione di cristianesimo, così facile ad appa­rire una ideologia tra le altre, nel grande calderone della competizione per il con­senso nel mercato culturale e religioso. Vige una diffidenza diffusa nei confronti delle proclamazioni, come denunciava Camus, quando diceva che i cristiani sono conservatori poco affidabili, perché contro ogni establishment, e d'altro canto sono rivoluzionari poco affidabili, perché non perdono la memoria ed anzi sono legati alla Tradizione con la T maiuscola.

Una coppia può rivolgere l'attenzione agli altri (parenti, vicini, amici) solo nella intensità e nella trasparenza del suo vissuto di unità. Così l’ingegnere U. Mori, industriale morto in concetto di santità, scriveva alla moglie Gilda, tuttora vi­vente: «Eccoci finalmente noi due soli: ho finito tutto ciò che riguarda il mondo degli altri e posso entrare in quello nostro, dove nessuno ci vede, dove possiamo stare vicini, vicini in modo che non si sa se è il mio cuore che batte o se è il tuo: ed io scommetto che è il nostro cuore…Ora non c'è un mio mondo, c'è un mondo no­stro e tutti e due “sentiamo” questo mondo nello stesso modo… “Gli uomini si sono scordati di vivere su una stella”…diceva un tale, ma io qualche volta sento che è proprio così: noi viviamo su una stella, amore dolcissimo, su una stella ove sono al­tri uomini che cercano di lordarla ma gli altri uomini per noi non contano e non conteranno mai se sapremo tenere ben lindo quell'angolino che su questa stella è nostro, quell'angolino che è il nostro mondo. Forse un giorno qualche nostra crea­tura verrà in questo angolo di stella e vorrà la su parte (e tu sai che noi gliela daremo pieni di gioia perché noi ci ameremo in lei), noi dobbiamo far sì che questa sua parte sia un giardino nel quale regni la serenità… Amore caro, questa sera pregando il Signore io chiederò a Lui che faccia conoscere a quegli uomini, a quelle donne ma soprattutto a quei bimbi un po' di quell'amore che noi abbiamo trovato perché è so­prattutto di questo che loro mancano e forse non troverò le parole per ringraziarlo del dono che ci ha fatto e per chiedergli di mantenercelo sempre. Dobbiamo custo­dirlo, Gilda adorata, questo amore, per noi e per chi verrà con noi nel nostro mondo perché senza di esso non vi è la vita ed in esso si può trovare la forza e il conforto che ci sono necessari. Ti amo Gilda… Tuo marito»[29].

Con la loro sola presenza nei diversi mondi vitali, condomini, luoghi di lavoro e di partecipazione, Chiesa, anche quando non hanno tempo o mezzi per   gesti di solidarietà, se vivono l’amore solidale e fedele, se portano ogni giorno le fatiche della vita di famiglia, come tutti, ma senza affanno, gli sposi cristiani annunciano il volto attraente del cristianesimo. Non è importante che essi svolgano ruoli particolari: proprio per questa irradiazione dell’amore, diffusivum sui, attestano di essere Cristofori. Il loro amore infatti espande intorno a sé il fascino della bellezza come armonia: «La Bellezza è il fulgore della verità. È la bontà che ha raggiunto il punto di incande­scenza. È l'irradiazione dell'integrità dell'essere… La bellezza è nell'intero, nell'u­nità, che all'interno stesso di ogni essere è la convergenza del molteplice ad un unum. L'universo è bello, in quanto è appunto convergenza dell'indefinito differen­ziato verso il tutto dell'essere. L'uni-verso è sintonia»[30].

Gli sposi cristiani. vivendo semplicemente la loro vocazione, sono anche, a loro insaputa, generatori di so­cialità (la famiglia non era per Cicerone seminarium civitatis?), capaci di iniettare senso umano nelle relazioni sociali inaridite, sclerotiz­zate, bu­rocratizzate, a forte conflittualità[31]. Nella palestra-laboratorio del loro rap­porto interpersonale, essi inventano la possibilità di costruire nuovi rapporti e supe­rare, ed anzi prevenire nei fatti, ogni rigurgito di maschilismo e ogni pendolare re­azione femmini­sta. Nell’obbedienza gioiosa alla loro vocazione, essi costruiscono, un rifugio alternativo rispetto alla società dell'efficienza, in cui è possibile entrare fermando il tempo del produrre e dell'agire, per assumere quello della comunione.

La testimonianza dei coniugi cristiani incrocia così l’esigenza di una “buona so­cietà”, concorrendo con tutti a realizzare un’ecologica dell'ambiente umano[32].

 

Domande per la riflessione familiare e comunitaria:

- Le famiglie cristiane sono consapevoli dell'essere comunità per annunciare il Vangelo della famiglia?

- Come si partecipa ai percorsi di iniziazione cristiana e di evangelizzazione in genere?

L'occasione dei Battesimi, Comunioni e Cresime sono momenti privilegiati per la famigia nell'aggiornare il proprio cammino di formazione?

- Sono capaci di testimoniare e spiegare le proprie scelte di vita ?

- Sono in grado di generare un desiderio di emulazione che spinga i giovani ad apprezzare la scelta-vocazione al matrimonio?

Le comunità o gruppi di famiglia sono capaci di individuare l'accompagnamento delle giovani coppie e soprattutto pongono attenzione alle coppie in crisi?

- Sono capaci di rinnovare nelle comunità parrocchiali i percorsi di una catechesi speciale per le situazioni in difficoltà

Cercano con la propria presenza di comunione vissuta, momenti di preghiera e di donazione nel fraterno mutuo aiuto?

- Sanno vivere e trasmettere una condivisione di beni e servizi per i poveri e gli esclusi?

- Sono capaci di riassumere la propria responsabilità educativa con la testimonianza e l'annuncio ddi uno stile di vita ispirata al Vangelo?

- Le feste di famiglia (nascite, matrimoni e anniversari) o i momenti di lutto vengono vissuti con lo stile sobrio nella gioia e di serenità nella sofferenza e nella morte con la certezza di una vita vissuta con il Risorto ?

 

 

 


III Settimana

 

Abitare con gli ultimi

Il seme caduto in terra ‘abita’ la terra, fino a marcire. Ma «proprio abitando la terra germoglia, come in dialogo e in cooperazione con tutto ciò che lo avvolge e lo racchiude».«Il seme del Vangelo - ha affermato mons. Meini - ci abilita ad ‘abitare' la terra, la città degli uomini, a coltivarla e renderla feconda, secondo la benedizione originaria di Dio. Dove arriva il Vangelo tutto rivive». Di qui l'auspicio: «Possa ogni novità nella Chiesa essere sempre un germoglio del Vangelo di Cristo. Possa così la Chiesa abitare la città degli uomini per fecondarla con tanti germi di bene, che esprimono nella civiltà dell'amore un nuovo umanesimo caratterizzato dalla sapienza del Vangelo». Il Signore poi: «sfama col pane e educa con la Parola. Educa alla verità che sola, se conosciuta, fa liberi gli uomini»[33].

Fa eco mons. Staglianò: “Non puoi interessarti delle periferie non abitandole. Significa incontrare l’uomo e la sua umanità, la sua sofferenze, il suo cammino, e fermarti con lui. Significa abitare la loro sofferenza e il loro cammino con un coinvolgimento e un amore che non è solo ‘amarsi gli uni gli altri’, ma ‘Amare come Lui ci ha amati’. Abitare   è immedesimazione, condivisione di una passione. Quanta conversione occorre per farci partecipi della sofferenza degli altri? Se la nostra misura è Cristo e la sua vita, non possiamo non nascere un nuovo impegno sociale, una nuova umanità che ci renda capaci di farci carico dei bisogni, non solo con una carità reale fatta di abito, pane e acqua, ma anche di carità intellettuale”[34].

 

 

1. Dall'Evangelii Gaudium

 

“Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociolo­gica, politica o filosofica. Dio concede ad essi «la sua prima misericordia» (n. 198.).Questa preferenza divina ha conseguenze sulla vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi senti­menti di Gesù» (Fil 2,5). Ispirata da ciò, la Chie­sa intende l’ opzione per i poveri come una « forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tut­ta la tradizione della Chiesa». Questa opzione – insegna Benedetto XVI – «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto pove­ro per noi, per arricchirci mediante la sua pover­tà».Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. ... Siamo chiama­ti a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad esse­re loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro.

Il nostro impegno non consiste esclusiva­mente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tut­to un’attenzione rivolta all’altro « considerandolo come un’unica cosa con se stesso ».Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoc­cupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene. Que­sto implica apprezzare il povero nella sua bontà propria, col suo modo di essere, con la sua cul­tura, con il suo modo di vivere la fede... Solo a partire da questa vi­cinanza reale e cordiale possiamo accompagnarli adeguatamente nel loro cammino di liberazione. Soltanto questo renderà possibile che « i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come “a casa loro”. Non sarebbe, questo stile, la più gran­de ed efficace presentazione della buona novel­la del Regno? »

È indispensabileprestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fra­gilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli in­digeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc..... (n. 216). Piccoli ma forti nell’amore di Dio, come san Francesco d’Assisi, tutti i cristiani siamo chia­mati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo”.

 

Dal Discorso del 18 dicembre 2013: «E la ragione della nostra speranza è questa: Dio è con noi e Dio si fida ancora di noi! Ma pensate bene a questo: Dio è con noi e Dio si fida ancora di noi! E’ generoso questo Padre Dio, Eh?Dio viene ad abitare con gli uomini, sceglie la terra come sua dimora per stare insieme all’uomo e farsi trovare là dove l’uomo trascorre i suoi giorni nella gioia e nel dolore. Pertanto, la terra non è più soltanto una “valle di lacrime”, ma è il luogo dove Dio stesso ha posto la sua tenda, è il luogo dell’incontro di Dio con l’uomo, della solidarietà di Dio con gli uomini. Dio ha voluto condividere la nostra condizione umana al punto da farsi una cosa sola con noi nella persona di Gesù, che è vero uomo e vero Dio. Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente. La presenza di Dio in mezzo all’umanità non si è attuata in un mondo ideale, idilliaco, ma in questo mondo reale, segnato da tante cose buone e cattive, segnato da divisioni, malvagità, povertà, prepotenze e guerre. Egli ha scelto di abitare la nostra storia com’è, con tutto il peso dei suoi limiti e dei suoi drammi. Così facendo ha dimostrato in modo insuperabile la sua inclinazione misericordiosa e ricolma di amore verso le creature umane. Egli è il Dio-con-noi Gesù è Dio con noi, credete questo voi? Ma, facciamo insieme questa confessione: Gesù è Dio con noi, tutti, Gesù è Dio con noi, un’altra volta, Gesù è Dio con noi; ecco, bene, grazie, Gesù è Dio con noi;da sempre e per sempre con noi nelle sofferenze e nei dolori della storia».

 

2. Dalla Traccia

La dimensione della fede è da sempre iscritta nella configurazione stessa delle nostre città, con le tante Chiese che raccolgono intorno a sé le comunità nello spazio (la parrocchia è paràoikía, vicina alla casa) e con il suono delle campane che scandisce e sacralizza il tempo. Ma ancor più il cattolicesimo non ha mai faticato a vivere l’immersione nel territorio attraverso una presenza solidale, gomito a gomito con tutte le persone, specie quelle più fragili. Questa sua peculiare “via popolare” è riconosciuta da tutti, anche dai non credenti. Il passato recente ci consegna un numero considerevole di istituzioni, strutture, enti, opere assistenziali ed educative, quali segni incarnati della risposta al Vangelo.

Nelle attuali veloci trasformazioni, e in qualche caso a seguito di scandali, corriamo il rischio di perdere questa presenza capillare, questa prossimità salutare, capace di iscrivere nel mondo il segno dell’amore che salva. Una vicinanza che ha anche una forte presa simbolica e una capacità comunicativa più eloquente di tante raffinate strategie...L’impegno, dunque, non consiste principalmente nel moltiplicare azioni o programmi di promozione e assistenza; lo Spirito non accende un eccesso di attivismo, ma un’attenzione rivolta al fratello, «considerandolo come un’unica cosa con se stesso». Non aggiungendo qualche gesto di attenzione, ma ripensando insieme, se occorre, i nostri stessi modelli dell’abitare, del trascorrere il tempo libero, del festeggiare, del condividere. Quando è amato, il povero «è considerato di grande valore»; questo differenzia l’opzione per i poveri da qualunque strumentalizzazione personale o politica, così come da un’attenzione sporadica e marginale, per tacitare la coscienza. «Se non lo hai toccato, non lo hai incontrato», ha detto Papa Francesco del povero.

In questo quadro, l’invito a essere una Chiesa povera e per i poveri assurge al ruolo d’indicazione programmatica. Questo richiamo, infatti, non è come gli optional di un’automobile, la cui assenza non ne muta sostanzialmente utilità e funzionalità[35].

 

3. Dall'esperienza dei Beati Beltrame Quattrocchi

Luigi era in perfetta sintonia con Maria, apprezzava le capacità di sua moglie ed era lieto che la sua casa fosse “ambita” dagli amici, considerata luogo raffinato e discreto di cultura, di riposo, di ristoro dell’anima. Gliene dà atto Maria: ‹‹L’amico che veniva, ospite, in casa era accolto con gioia riconoscente. Il povero che bussava alla porta era sempre considerato come una benedizione. Colui la cui stella sembrava tramontata, epperò diventava dimenticato dai più, era certo di trovare in lui un’amicizia operosa e paterna e riprendeva coraggio e fiducia››[36].

Insiemedecidevano l’entità degli aiuti economici ai monasteri benedettini di Milano e Parma, la donazione degli arredi sacri, l’impianto di un ascensore nel monastero delle benedettine di Milano e, dopo la guerra, una grande vetrata istoriata che era stata distrutta dal bombardamento, il dono di un’artistica “Via Crucis” in cotto al monastero di Parma.

In un’epoca in cui il riscaldamento non era usuale neanche nelle famiglie, Maria e Luigi provvidero alla dotazione di stufe a legna per ogni cella dei monaci a Parma (1929) e fecero lo stesso con una famiglia[37]. Si trattava di interventi in denaro ma anche di sostegno professionale, data la complessità della burocrazia. Testimonia don Tarcisio: «Ma ogni volta che si recava a visitare noi figlioli lontani, o a Milano o a Parma o a Noci, al ritorno aveva sempre nella borsa una sfilza di pratiche, che poi sbrigava con amorevole solerzia, telefonando o scrivendo o andando di persona, senza mai demandarle a una qualunque segreteria» (MGL, §193).

Emira Salvi attesta l’appoggio offerto alla sua famiglia, priva del sostegno paterno, risolvendo una complessa vertenza giudiziaria. Racconta anche della vicinanza di Luigi al nipote malato, adoperandosi in tutti i modi per la ricerca dei farmaci e, dopo l’epilogo infausto, per lenire il dolore dei familiari. Con i fratelli Luigi riuscì a mantenere un buon rapporto, benché avesse ricevuto qualche dispiacere dal loro comportamento, a causa dell’eredità degli zii che lo avevano adottato. Fu particolarmente disponibile verso il fratello minore, che dopo la laurea manifestò segni di squilibrio.

Quando un inquilino di un appartamento di famiglia fu messo in prigione, Maria e Luigi decisero di rinunciare alla pigione per tutto il periodo e fecero il possibile per aiutare la famiglia di lui. Per molti mesi fu accolto come ospite di riguardo un vecchio amico fiorentino della famiglia Corsini, la cui litigiosità innata lo aveva portato ad incappare nella giustizia. Si era talmente avvilito da tentare il suicidio. L’amore di Maria e Luigi fu decisivo per il suo reinserimento sociale. Per lunghissimo tempo fu ospitato anche un convertito del p. Matheo Crawley, che sembrava aspirare al sacerdozio dopo una vita dissoluta. Fu sempre il p. Crawley a sollecitare l’ospitalità di una signorina francese che aveva vissuto un’esperienza difficile in un monastero di clausura e ne era uscita con qualche turba psicologica. Lo stesso accadde per una ragazza milanese. Erano casi che richiedevano esperienza, tatto, intuizione, sapienza.

Solidarietà é anche quel moto di sensibilità, di attenzione verso le problematiche sociali, che di tanto in tanto si trova nelle lettere, come, per esempio, quella sull’emigrazione che scrive Maria da Messina: «Si andò a vedere la marina a passeggio. Partiva allora un bastimento per l’emigrazione in America. Che pena, amore mio, vedere quelle mani tese, quei fazzoletti agitarsi, quei cuori affranti! Non mi si bagnarono gli occhi, ma, vedi, sol a parlarne ora mi prende un cerchio dolorosissimo alla testa e come una stretta qui alla gola; povera gente che si allontanava dai suoi, forse per non rivederli mai più… E pensai a qualche cuore innamorato, che vedesse allontanarsi così l’amore suo! Cercai di figurarmi l’immensità di quel dolore, ma sai cosa mi risposi? Che lo strazio, come io lo potevo solamente intuire, avrebbe assolutamente dovuto uccidere chi lo provava, e, forse a torto, dedussi che quantunque doloroso dovesse essere per tutti coloro, quel momento, nessuno poteva amare i partenti, come io adoro te, la mamma e il babbo mio, se continuavano a vivere col dolore della separazione. Mi perdonino quei disgraziati, che forse pur amando con la stessa intensità, avranno di superiore a me, la forza dell’anima; certo, soffersi molto, e invocai da Dio, pietà e conforto per essi tutti» (ML280705/2).

Nelle diverse occasioni la solidarietà assumeva il volto più adeguato a costruire ponti di comunicazione tra le persone. Che si trattasse di compassione o di con-divisione della gioia, che l’altro fosse l’amico della giovinezza o il “qualcuno” a mala pena conosciuto, era importante per Maria e Luigi che l’incontro non risultasse vano.

Fu un moto di solidarietà quello che spinse Luigi a prendersi cura dei ragazzi di strada della Suburra, un settore depresso del quartiere dell’Esquilino. Fu la stessa carità a suggerirgli di trasferire i figli dall’ambiente d’élite a quello di “missione”. Chi esercita la solidarietà in spirito di carità sa che l’altro non riceve una beneficenza, ma il suo diritto, secondo un’idea di giustizia che non si limita alla valutazione bilanciata delle attribuzioni alle parti: «Ogni moneta, ogni indumento… non è bene usato se ad esso non sottrarrai… una porzione adeguata ai tuoi mezzi: la porzione cui ha diritto Cristo in ogni povero»[38]. Maria misurava evangelicamente la giustizia non sugli scarti, ma su una spoliazione che è anche liberazione: «Se la livellazione dei beni è umanamente un assurdo, nel campo della carità, nel cuore di Cristo… è cosa possibile e doverosa»[39].

Fa parte integrante di un cristianesimo coerente lo stile francescano modesto e capace di mortificazione che P. Paoli raccomandava vivamente e che ben si adattava alla formazione che Luigi e Maria avevano ricevuto sin dall’infanzia. Il Regolamento – che gli sposi concordarono con il sacerdote - conteneva consigli anche sugli ornamenti femminili, attenendosi a quelli che erano i principi condivisi dalla cultura cattolica del tempo e che miravano ad evitare ogni vistosità degli abiti, dei colori, del lusso, nonché e ad eliminare i gioielli costosi. Al di là dei singoli consigli, interessa notare come Maria li abbia condivisi e fatti propri fino in fondo, influenzando tutta la famiglia. P. Paoli non mancava di ricordare che più importante della mortificazione esteriore era quella dell’io, fondamento della perfezione cristiana. Non pochi venivano colpiti da questo stile sobrio in contrasto con le aspettative sociali. La cuoca Rosina Carrara ammirava in Maria proprio “la modestia del suo comportamento e nel condurre la sua esistenza, direi con spirito di povertà francescana. Pur essendo una famiglia benestante, a partire dall’Avv. Luigi, il tenore di vita era dignitoso ma discreto, senza ostentazioni di sorta, evitando anzi ogni forma di spreco” (CPLBQ, R. Carrara, a 24, ad 27).

 

4. Considerazioni

 

*Abitare nella reciprocità

L'attenzione all'altro in famiglia si apprende a partire dal rapporto di reciprocità e di complicità amorosa tra i genitori. Oggi la reciprocità uomo-donna si rende particolarmente evidente nell’aspirazione a modu­lare la relazione coniugale più sul modello dell'ami­cizia che su quello della passione o della divisione funzionale dei ruoli. Il fidanzato e la fidanzata prima, il marito e la moglie poi, perché il rapporto regga l'usura del tempo, vo­gliono essere an­zitutto i migliori amici, che si condividono e si prendono cura l'uno dell'altro, stabilendo un patto di spontanea e gioiosa solidarietà a tutto campo nella cura dei figli, nel lavoro, nell'impegno sociale, nel pen­siero. Saranno poi i momenti delicati della vita di tutti i giorni quelli in cui la giovane sposa verificherà nei fatti la traduzione concreta della dichiarazione d'amore, per vedere se il marito é presente, come ha promesso, o con­tinua la sua vita da scapolo (con qualche benevola concessione); se vive i rapporti nella tenerezza e nella libertà o nella pretesa di ciò che crede dovuto[40]; se si prende cura delle incombenze familiari o ritiene normale godere per sé del tempo libero; se riserva a sé il compito di progredire nel lavoro e nella carriera o considera la mater­nità della moglie la giustificazione morale dell'accantonamento del titolo di studio. “La solidarietà appartiene alla famiglia come dato costitutivo e strutturale” sintetizza il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa del 2005 (CDSC, §246), facendo eco alla Centesimus che indicava nella famiglia la prima struttura dell’“ecologia umana”[41]. Un richiamo importante riguarda la solidarietà nei confronti delle famiglie d’origine, in un legame di reciproco sostegno intergenerazionale.

Il Compendio ribadisce l’importanza degli anziani, i quali non sono da considerare solo persone da assistere, ma una risorsa che trasmette valori e tradizioni (“Nella vecchiaia daranno ancora frutti”, Sal 92, 15).

 

*Lo stile del Samaritano

Nella parabola del buon Samaritano non viene indicata l’eccellenza delle virtù cristiane, quel di più che appare spesso impossibile e paradossale, non viene neanche legato il comandamento dell’amore ad un popolo più o meno eletto, ma semplicemente all’uomo che cammina per la sua strada, per di più samaritano (c’era una concezione pregiudizievole nei loro confronti) perseguendo fini ignoti e che si sente interpellato da un prossimo che non conosce. Il samaritano è la persona capace di creare prossimità, legami, di riconoscere il valore dell’altro sconosciuto, di trasformare il povero in fratello. Sa che la convivenza umana e la sua stessa vita si basano sul riconoscimento reciproco e che egli non può transigere da questo compito inerente al suo stesso essere uomo.Nella cultura contemporanea non è più possibile spaccare il mondo in due: nemici amici, credenti della stessa religione o meno, appartenenti allo stesso partito… Non si può pensare alla fede come se essa avesse per definizione caratteristiche taumaturgiche sulle persone. Non si tratta di una magia, di una pillola, di una parola magica risolutrice di tutti i problemi. Nello stesso tempo sarebbe insulso considerare la fede un fardello dell’educazione del passato, “fuori moda” e abbandonarla per sentirsi più simili ai non credenti. Non si può perdere il rapporto con Dio per fare piacere agli amici. Se si resta fedeli, si constata che la fede è sostegno indispensabile al proprio buon essere e di grande aiuto per gli altri, soprattutto se vissuta, con l’effetto di una trasparenza, di una pulizia mentale che libera dall’egocentrismo, tonifica la voglia di vivere, rafforza lo spirito di solidarietà.

Possiamo rileggere una trascrizione attualizzata del passo evangelico, mirata alle famiglie: «Una famiglia scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che la spogliarono dei suoi beni più preziosi (l’unità, la fedeltà, l’amore, la fecondità, la gioia di stare insieme), lasciandola ferita e sola, in mezzo alla strada. Scendeva per quella stessa strada un uomo di culto; vide la scena, e subito scosse la testa, ragionando tra sé e sé: ‘Chissà che razza di gente è mai questa? Una coppia onesta e timorata di Dio non si sarebbe mai trovato in situazioni di questo genere. Devono essere dei peccatori; altrimenti Dio non avrebbe permesso che si trovassero in simili condizioni. Io non posso farci niente. La mia legge mi impone di non contaminarmi con peccatori e non toccare sangue prima e dopo le funzioni sacre! Mi piange il cuore ma i miei principi mi impediscono di intervenire. Farò così: una volta arrivato a Gerico andrò a parlarne alle autorità, perché organizzino un soccorso’. E passò oltre. Poco dopo giunse nello stesso punto uno studioso, un intellettuale (teologo, sociologo, psicologo, politologo); vide quella famiglia e sentenziò: ‘Ecco la dimostrazione di come la famiglia sia ormai finita. Io l’ho sempre detto: l’istituzione familiare è oppressiva ed è bene che muoia! Non è il caso di fermarsi a perdere tempo. Il problema va affrontato a livello strutturale; bisogna andare alla radice dei problemi, non fermarsi ai casi singoli’. E così ragionando, passò oltre. “Tutto quello che posso fare – aggiunge per scrupolo di coscienza – è di andare a presentare un’interpellanza al sindaco di Gerico, perché istituisca una commissione, la quale studi approfonditamente il problema ed elabori progetti di risanamento da sottoporre ad una ulteriore commissione di specialisti che esamini il da farsi’. I due coniugi feriti e i loro figli, intanto, rimasero in mezzo alla strada, agonizzando. Qualche ora più tardi passò uno straniero, un uomo che era sempre stato emarginato e che aveva sofferto molto per l’indifferenza e l’odio degli altri. Quando vide la famiglia sanguinante e il terrore negli occhi di quei bambini, si commosse profondamente, fino a sentire male nel petto e avvertire un groppo di pianto salirgli alla gola. Senza tanti ragionamenti, si fermò, scese da cavallo e si chinò con immenso amore su di loro, curandone le ferite e versandovi sopra l’olio della tenerezza e il vino della speranza. Caricata poi quella famiglia sul suo giumento, le camminò vicino per chilometri e chilometri fino alla locanda più vicina, dove la raccomandò personalmente all’albergatore, impegnando tutti i suoi risparmi, perché fosse curata e assistita nel modo più completo. Partendo, il giorno dopo, implorò l’albergatore: ‘Abbi cura di loro, e quanto spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno’. Dopo aver raccontato la breve parabola, Gesù si rivolse all’esperto della legge e gli chiese: ‘Chi dei tre viaggiatori ha realizzato un accompagnamento pastorale della famiglia incappata nei briganti e rimasta sola in mezzo alla strada?’ Quegli risposte: ‘Colui che ha provato compassione si è messo al servizio di quei coniugi e dei loro figli’. Gesù gli disse: ‘Hai risposto bene; va’ e anche tu fa lo stesso’»[42].

 

*Famiglia e attenzione ai poveri concreti

Senza l’amore non bastano le dichiarazioni di fede, con l’amore si ottiene misericordia anche per gli incidenti di percorso, i fallimenti matrimoniali e quant’altro. L’intreccio dei due comandamenti, l’amore al fratello e l’amore a Dio, è tale da rendere difficile la distinzione sul piano esistenziale, benché essa rimanga sul piano ontologico[43]. Credenti e non credenti vivono in maniera creativa e diversa i due pilastri della legge, ricordando l’uno all’altro i rispettivi rischi, quello di tener fede all'a­more del prossimo dimenticando Dio e quello di dimen­ticare il tu, a furia di mettere Dio al primo posto

Commenta Giovanni Crisostomo: «Noi, nemmeno quando il povero ha fame gli diamo da mangiare… Eppure se vedeste Cristo in persona, ognuno di voi gli darebbe ogni sua ricchezza. Ma anche ora è lui che si presenta; è proprio lui che dichiara: Sono io… In realtà anche oggi lo senti ripetere: Lo fai a me… Se in realtà non fosse lui a ricevere ciò che tu dai, Egli non ti concederebbe il regno. Se tu non respingessi proprio Lui, quando lo disprezzi in qualsiasi uomo, non ti manderebbe alla Geenna»[44].Ricorda il Concilio Vaticano II: «…il Concilio inculca il rispetto verso l'uomo: ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro “se stesso”, tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per viverla degnamente, per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del povero Lazzaro. Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: “Quanto avete fatto ad uno di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40)»[45].

 

*Non basta fare la carità

Noi famiglie cristiane di oggi, “facciamo la carità”, ma siamo sicuri di vivere la carità evangelica che non è solo donare e condividere i beni, ma è innanzitutto prossimità per incontrare,   ascoltare, accendere una relazione, operare con responsabilità e amore, secondo i bisogni di chi incontriamo? La prossimità è essenziale all’evangelizzazione e quindi alla diakonía, alla carità. Occorre decidere di farsi prossimo, di incontrare l’altro, superando pre-comprensioni, pregiudizi, fatiche e diffidenze.L’altro è sempre un fratello e –possiamo aggiungere nella fede –“un fratello per il quale Cristo è morto” (1Cor 8,11).

La conversione pastorale che ci attende non riguarda tanto l’oggetto dell’evangelizzazione –che non cambia ed è estremamente sintetico, secondo le parole di Gesù: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15; cf. Mt 4,12), ma l’itinerario da percorrere per rendersi prossimi e lo stile di questo cammino: dal cuore della vita ecclesiale che è l’eucaristia, dobbiamo andare incontro all’uomo, scoprire il suo bisogno e saperlo leggere come carne di Cristo. Un cammino, quello della prossimità, che può anche essere umiliante, che è faticoso come l’incontro con i lebbrosi, che è compassionevole perché chiede di condividere le sofferenze di chi si incontra per accompagnarlo nel quotidiano di una vita umana che cerca senso e chiede di essere salvata.

Al riguardo, c’è una parabola di Gesù che dovremmo prendere più sul serio: “invitare poveri, storpi, zoppi, ciechi” (Lc 14,13) e andarli a cercare per le strade,le piazze, lungo le siepi, ai crocicchi (cf. Lc 14,21.23)… Ecco dove le famiglie possono portare la Buona notizia,   perché lì nessuno lo fa brillare, lo evoca, vi allude: qui sono le periferie esistenziali. Ma attenzione: chi di noi non conosce periferie esistenziali, chi di noi non ha transitato in esse almeno una volta nella vita (nella malattia, nella separazione, nella solitudine…) o prima o poi non vi transiterà?

 

*Avvicinarsi agli esclusi

La sofferenza causata dalla morte, dalla malattia, dalla povertà, dal peccato non può essere rimossa; non per fatalità, ma perché noi uomini non siamo capaci di salvarci, e per questo Gesù ha detto: “I poveri li avete sempre con voi” (Mc 14,7; Mt 26,11; cf. Dt 15,11). Non è solo nelle periferie esterne alle città che ritroviamo una popolazione vittima del sistema di esclusione. Spesso negli stessi centri storici ci sono ghetti di miseria, oggi anche rappresentati da minoranze etniche, di immigrati, sfuggiti alla violenza dei loro paesi di origine, in cerca di sopravvivenza, di libertà e di una speranza di vita dignitosa e pacifica. In tante città ne sono una presenza dolorosa e scandalosa i campi dei nomadi per esempio rom, vere e proprie baraccopoli che anche se in piccolo, ricordano le favelas ormai presenti in tutte le capitali del mondo. Ogni luogo in cui si vive esclusione, emarginazione e miseria si può definire periferia, come rigetto di un’umanità che non serve alla vita e alla sicurezza di quella che viene definita la società opulenta.

 

*Camminare fra la gente

Papa Francesco indica una strada da seguire, iniziando dal visitare, dal capire e dal farsi carico di tali realtà. “Potremmo dire che la conversione parte dai piedi, dal camminare fra la gente, nel varcare le soglie di quelle case in cui dieci persone abitano in due stanze e che condividono il gabinetto sul pianerottolo con un’altra famiglia che divide altre due stanze. Per capire, per conoscere, per parlare è necessario varcare delle soglie, come si fa entrando nelle carceri, altre periferie che spesso assomigliano a discariche umane. Quanti cancelli bisogna varcare prima di poter abbracciare un detenuto che ha voglia di redimersi, di cambiare vita, sempre che la società civile sia in grado di accoglierlo e di offrirgli un nuovo cammino di legalità e di lavoro. Per questo, una chiesa può essere per i poveri e agire per i poveri solo se è essa stessa povera; e il cristiano, il discepolo, quale soggetto che si indirizza ai poveri, deve lui pure essere povero. Sono convinto che ciò che è urgente per la chiesa non è in primo luogo aggiungere azioni a quelle in cui è già impegnata, quanto piuttosto assumere la povertà come stile. È una sfida enorme!”.

Conferma il Concilio: “Come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione nella povertà e nella persecuzione, così anche la chiesa è chiamata a prendere la stessa via … Gesù Cristo … per noi “da ricco che era si fece povero” (2Cor 8,9): così anche la chiesa, benché per eseguire la sua missione abbia bisogno di risorse umane, non deve cercare la gloria terrena, ma con il suo esempio deve diffondere umiltà e abnegazione” (Lumen gentium, 8).

Papa Francesco l’ha detto sin dall’inizio del suo pontificato: “Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!” (Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2013), e continua a dirlo in modo ossessivo, come chi sta dalla parte dei poveri, perché conosce la loro vita e cerca di spogliarsi ogni giorno. Il cammino è una sfida. Per entrare nel cuore della gente è necessario abitare con loro per accogliere le loro sofferenze, accettare le differenze spesso laceranti, per scelte di vita anche sbagliate, ma con la certezza che nell’abbracciare anche chi è lontano si può comunicare quel calore che Gesù fa vivere nei nostri cuori.

       Domande:

1.Tra quali case (come luogo di vita, ma anche luogo di sofferenze, di fatiche, di povertà, di dolore) abita la nostra famiglia e in nostro gruppo di famiglie? Proviamo a riflettere sulle situazioni di sofferenza dei nostri vicini, dei parenti e degli amici.

2.Che relazione si instaura tra queste povertà e le nostre attività di gruppo famiglia? Abbiamo in casa situazioni di fragilità fisica o spirituale? Ce ne prendiamo cura?

3. Cosa possiamo fare per abitare tra i poveri e camminare fra la gente?

4. Proviamo a progettare una iniziativa (destinatari, finalità, soggetti impegnati, durata del progetto, mezzi impiegati), a misura delle nostre reali forze di gruppo famiglie,   prendendocene cura personalmente

 

 

 

IV Settimana

 

Educare

 

1. Dall'Evangelii Gaudium

       n. 64 .... Viviamo in una società dell’in­formazione che ci satura indiscriminatamente di dati,             tutti allo stesso livello, e finisce per portar­ci ad una tremenda superficialità al momento         di impostare le questioni morali. Di conseguenza, si rende necessaria un’educazione che    insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori.

 

     163. L’educazione e la catechesi sono al servi­zio di questa crescita. Abbiamo a disposizione già diversi testi magisteriali e sussidi sulla catechesi offerti dalla Santa Sede e da diversi Episcopati. Ricordo l’Esortazione apostolica Catechesi traden­dae (1979), il Direttorio generale per la catechesi (1997) e altri documenti il cui contenuto attuale non è necessario ripetere qui. Vorrei soffermarmi so­lamente su alcune considerazioni che mi sembra opportuno rilevare.

 

Papa Francesco, dal Discorso del 19 marzo 2014: «Oggi vorrei riprendere il tema della custodia secondo una prospettiva particolare:la prospettiva educativa. Guardiamo a Giuseppe come il modello dell’educatore, che custodisce e accompagna Gesù nel suo cammino di crescita ‘in sapienza, età e grazia’, come dice il Vangelo. Lui non era il padre di Gesù, il padre di Gesù era Dio, ma lui faceva da papà di Gesù, faceva da padre a Gesù per farlo crescere. E come lo ha fatto crescere? In sapienza, età e grazia. Partiamo dall’età, che è la dimensione più naturale, la crescita fisica e psicologica. Giuseppe, insieme con Maria, si è preso cura di Gesù anzitutto da questo punto di vista, cioè lo ha allevato, preoccupandosi che non gli mancasse il necessario per un sano sviluppo. Non dimentichiamo che la custodia premurosa della vita del Bambino ha comportato anche la fuga in Egitto, la dura esperienza di vivere come rifugiati. Giuseppe è stato un rifugiato con Maria e Gesù,per scampare alla minaccia di Erode. Poi, una volta tornati in patria e stabilitisi a Nazareth, c’è tutto il lungo periodo della vita di Gesù nella sua Famiglia. In quegli anni Giuseppe insegnò a Gesù anche il suo lavoro: Gesù ha imparato a fare il falegname col suo padre Giuseppe. Così Giuseppe ha allevato Gesù. Passiamo alla seconda dimensione dell’educazione di Gesù, quella della ‘sapienza’. Giuseppe è stato per Gesù esempio e maestro di questa sapienza, che si nutre della Parola di Dio. Possiamo pensare a come Giuseppe ha educato il piccolo Gesù ad ascoltare le Sacre Scritture, soprattutto accompagnandolo di sabato nella sinagoga di Nazareth. E Giuseppe lo accompagnava perché Gesù ascoltasse la Parola di Dio nella sinagoga.
 E infine, la dimensione della ‘Grazia’. Dice sempre san Luca riferendosi a Gesù: ‘La grazia di Dio era su di lui’. Qui certamente la parte riservata a san Giuseppe è più limitata rispetto agli ambiti dell’età e della sapienza. Ma sarebbe un grave errore pensare che un padre e una madre non possono fare nulla per educare i figli a crescere nella grazia di Dio. Crescere in età, crescere in sapienza e crescere in grazia: questo è il lavoro che ha fatto Giuseppe con Gesù, farlo crescere in queste tre dimensioni; aiutarlo a crescere. Cari fratelli e sorelle, la missione di san Giuseppe è certamente unica e irripetibile, perché assolutamente unico è Gesù. E tuttavia, nel suo custodire Gesù, educandolo a crescere in età, sapienza e grazia, egli è modello per ogni educatore, in particolare per ogni padre. San Giuseppe è il modello dell’educatore e del papà, del padre»[46].

 

2. Dalla Traccia

 

"In questo decennio le comunità cristiane sono impegnate ad aggiornare l’azione pastorale, assumendo come punto prospettico l’educazione, divenuta una vera e propria emergenza: il mondo digitalizzato e sempre più pervaso dalla tecnica apre prospettive inedite non soltanto sul fronte della ricerca ma anche nelle sue applicazioni, che modificano sempre più le abitudini quotidiane; la cultura si vuole affrancare in modo disinvolto da qualsiasi tradizione e dai valori da esse veicolati, ritenendoli superati e obsoleti; l’urbanizzazione ridisegna gli spazi e i ritmi della vita umana, modificando le principali forme dei legami sociali e ambientali; in un’epoca prolungata di crisi generalizzata, la povertà sempre più estesa rischia di alimentare modelli che causano miseria umana e perdita di dignità.

Come affrontare queste sfide?

Rimane significativa una pagina degli Orientamenti pastorali della CEI: «In una società caratterizzata dalla molteplicità di messaggi e dalla grande offerta di beni di consumo, il compito più urgente diventa, dunque, educare a scelte responsabili. Di fronte agli educatori cristiani, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, si presenta, pertanto, la sfida di contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione» (Educare alla vita buona del Vangelo 10)...

Il primato della relazione, il recupero del ruolo fondamentale della coscienza e dell’interiorità nella costruzione dell’identità della persona umana, la necessità di ripensare i percorsi pedagogici come pure la formazione degli adulti, divengono oggi priorità ineludibili. È vero che le tradizionali agenzie educative (famiglia e scuola), si sentono indebolite e in profonda trasformazione. Ma è anche vero che esse non sono solo un problema ma una risorsa, e che già si vedono iniziative capaci di realizzare nuove alleanze educative: famiglie che sostengono famiglie più fragili, famiglie che attivamente sostengono la scuola offrendo tempo ed energie a sostegno degli insegnanti per trasformare la scuola in un luogo di incontro; ambiti della pastorale che ridefiniscono e rendono meno rigidi i propri confini e così via.

Il nuovo scenario chiede la ricostruzione delle grammatiche educative, ma anche la capacità di immaginare nuove ‘sintassi’, nuove forme di alleanza che superino una frammentazione ormai insostenibile e consentano di unire le forze, per educare all’unità della persona e della famiglia umana.

In questo senso l’educazione occupa uno spazio centrale nella nostra riflessione sull’umano e sul nuovo umanesimo. Il prossimo Convegno ci impegna non soltanto nella comprensione attenta delle ricadute di queste trasformazioni sulla nostra identità personale ed ecclesiale (la nozione di vita umana, la configurazione della famiglia e il senso del generare, il rapporto tra le generazioni e il senso della tradizione, il rapporto con l’ambiente e l’utilizzo delle risorse d’ogni tipo, il bene comune, l’economia e la finanza, il lavoro e la produzione, la politica e il diritto), ma anche sulle loro interconnessioni.

Educare è un’arte: occorre che ognuno di noi, immerso in questo contesto in trasformazione, l’apprenda nuovamente, ricercando la sapienza che ci consente di vivere in quella pace tra noi e con il creato che non è solo assenza di conflitti, ma tessitura di relazioni profonde e libere».

 

 

3. L'esperienza educativa dei Beati Beltrame Quattrocchi

Così don Paolino riassume i valori umani e sociali dell’educazione in casa Beltrame Quattrocchi: «Amore alla Patria, ordine, servizio, rispetto per la donna, per gli anziani, per i piccoli e gli umili, allenamento alle piccole rinunzie, spirito di sacrificio, fedeltà nel minimo, solidarietà, eliminazione di qualsiasi spreco, spirito “cavalleresco” in chiave evangelica, lealtà assoluta, coraggio, confidenza, apertura al prossimo ad ogni livello»[47]. Maria elabora questo vissuto familiare in pensiero pedagogico, volendo estendere i buoni frutti dell’attività educativa sua e di Luigi a quanti volessero tenerne conto.

Chi educa deve aiutare a discernere le priorità, a stabilire una scala di preferenza dei valori. Infatti, la libertà nelle persone diviene effettiva con la capacità di scegliere e dunque di discernere, tenendo la bussola orientata al bene: «Se questi valori saranno posti in una giusta gradazione, dando ai minori, una minore importanza e valutazione, e a mano a mano, risalendo ai maggiori e rispettandoli, ci troveremo bene. Altrimenti no. Di qui la causa di tutti i mali. Anzitutto al primo posto Iddio. Poi la sua Legge, che è amore di Dio e del prossimo. Poi l’amore di Patria. Subordinare il resto, tutto il resto, però, a questi santi amori»[48]. È su questa base che in Rivalutiamo la vita Maria combatte gli “idoli ingannatori ” che altro non sono che valori male ordinati: mali classici, quali il denaro, l’egoismo sfrenato dell’io, la disonestà, e quelli più contemporanei, come per esempio il divismo, l’acquiescenza alle mode che favorisce la morbosità e anemizza l’anima.

L’analisi del costume rivela a Maria un crescente conformismo etico ed intellettuale, l’esaltazione della libertà assoluta, che spesso degrada in libertinaggio (viene citata ad esempio la festa della matricola all’Università). I media, che sembrano far di tutto per esaltare i disvalori, sono la testa d’ariete di questa cultura, col loro insistente e poderoso attacco alla verità. Sono considerati tanto più dannosi quanto più influiscono su ragazzi non educati all’uso intelligente e creativo della libertà che, senza avvedersene, si adeguano ad orizzonti limitati e piatti, assorbono valori secondari, considerandoli primari. Per esempio, studiano al solo scopo di ottenere un diploma, raggiungono il traguardo della laurea senza aver mai provato interesse per la conoscenza, così come la intendeva Dante[49].

In Il libro della giovane, Maria riassume in brevi tratti tale tendenza alla contraffazione dei valori: «Il concetto d’obbedienza è tradotto in viltà, ed è forza; il concetto di sanzione si trasforma in crudeltà, ed è giustizia; il concetto di generosità in dabbenaggine, ed è carità; il concetto di divieto richiama l’attrazione del frutto proibito che è disordine e dissonanza; quello di libertà equivale a consenso al peccato, che è schiavitù. Altrettanto il concetto di dovere è considerato…un peso nauseante e disgustoso»[50].

 

L’educatore, in qualche caso, può privare temporaneamente il bambino dell’affetto, sapendo usare saggiamente la risorsa della sua autorevolezza. La madre è, col marito, modello di coerenza, di forza d’animo, di sensibilità verso gli indigenti, di quel sentimento religioso che, di per sé, attira l’animo del bambino.

L’educazione alla libertà si realizza se i genitori sanno dare testimonianza di rispetto tra loro e con i figli, se non demordono dal loro compito. Per quel che le compete, Maria vuole rispettare senza tentennamenti, il suo compito genitoriale e la sua autorità materna, nel senso che non esita ad assumere in prima persona la responsabilità per quelli che le sono affidati: «Tuttavia, poiché è necessario che il principio di autorità sia rispettato e Tu concedi la grazia di stato che illumina e conforta, è altresì inevitabile ch’io assuma la responsabilità della guida presso coloro che per tuo volere e per circostanze della vita sono alle mie dipendenze ed hanno perciò motivo di aspettarsi da me lume e consiglio»[51].

La dialettica tra libertà e responsabilità viene appresa dai figli grazie all’esercizio sapiente dell’autorità genitoriale. Maria è orgogliosa del compito educativo dei genitori e per questo teme che i metodi nuovi della pedagogia del tempo, in particolare l’attivismo e il metodo Montessori, possano eccedere nella centralità del fanciullo e nel rispetto della sua libertà[52]. «Il prolisso ripetere del rispetto della personalità, come frase fatta, è privo di contenuto se non avrò contribuito alla costruzione di essa, dal punto di vista morale, intellettuale, spirituale»[53].

I genitori e gli educatori devono attribuire grande importanza all’autonomia. Su questo aspetto Maria concorda con i principi della pedagogia della Montessori in Pedagogia scientifica, ma l’autonomia non si ottiene senza responsabilità. Nella vita di famiglia educare all’autonomia significa favorire, sin da piccoli, l’abitudine a gestire le faccende personali: vestirsi e spogliarsi da soli quanto prima, svolgere piccole faccende adeguate all’età, riporre ordinatamente gli abiti, pulire le scarpe ed anche prendersi personalmente cura di cose che appartengono a tutti, come per esempio una pianta completamente affidata a loro, o una bestiola. Queste abitudini procurano nei piccoli la giusta soddisfazione di sé, un sentimento dignitoso della propria persona, la capacità di rendersi conto della fatica del lavoro, doti indispensabili quando i ragazzi cresciuti assumeranno la responsabilità nei confronti di altre persone. È una educazione che non vuole sopprimere o opprimere la libertà ma educarla a volere ciò che si deve fare: that we ought to do, ossia «il diritto di fare liberamente, elettivamente, amorevolmente il proprio dovere».

A furia di gridare che il fanciullo si faccia attivo e si autoeduchi, si può finire nel più becero puerocentrismo, che capovolge i rapporti tra adulti e bambini, sottrae all’educatore, genitore e insegnante, l’autorità, e l’impegno di educare. Maria avverte in questa tendenza una sorta di esaltazione della sfera naturale-istintiva della personalità, con relativo occultamento dell’anima. Si appoggia a un testo di I. Montanelli: «Guai ai genitori che “comprendono troppo”; gli educatori, come i magistrati, devono, se è necessario, giudicare, condannare e castigare; una sana pedagogia si basa sulla tradizione del rispetto e sul rispetto della tradizione»[54]. Nello stesso tempo, non trascura affatto l’importanza di rispettare il temperamento: «Iddio ci ha dato la natura e il temperamento proprio di ciascuno di noi; egli rispetta e vuole che ne facciamo uno sgabello sul quale elevarci a guardare e scoprire orizzonti sempre più vasti. Noi non possiamo senza danno prescinderne e credere di poter volare»[55].

Maria si definisce «senza reticenze, una tradizionalista convinta riguardo alla educazione dei figli»[56], ma ciò che difende come tale non è altro che il dovere dei genitori di educare a valori che possano progressivamente rendere superfluo l’esercizio dell’autorità. È il suo modo di contrastare un’avanzante pedagogia, che asseconda gli istinti e fiacca la volontà, con la scusa di rispettare le libertà: quest’orientamento pedagogico ha la sua responsabilità se sempre più i genitori arretrano di fronte a «bimbetti presuntuosi e male avvezzi»[57].

Tuttavia, l’esercizio dell’autorità varia nel tempo, giacché, man mano che i figli crescono, l’autorità dei genitori deve diminuire e aumentare l’autocontrollo. Maria ribadisce, a più riprese, l’importanza della “gerarchia domestica”, la qual parola fa pensare ad una piramide con il padre al vertice. Ella invece preferisce dare importanza alla subordinazione dei figli all’autorità di entrambi i genitori (da notare che riferendo il pensiero altrui Maria parla di autorità paterna, ma, tutte le volte che può, preferisce “autorità dei genitori” con una particolare sottolineatura dell’autorità materna). I figli sono in grado di stare “di fronte ai genitori”, di dialogare francamente con essi, che a loro volta sono in atteggiamento di rispetto e di stima per la bontà del risultato prodotto dalla Grazia e dal loro impegno. S’instaura un rapporto di reciprocità che continua quello iniziale, mostrandosi indistruttibile e insieme trasformato[58].

 

L’educazione dello spirito rappresenta la liberazione dall’identificazione pura e semplice della persona con le sue espansioni orizzontali nella famiglia, nel lavoro, nella vita socio-politica. Sta in questo la differenza di un’educazione ispirata al cristianesimo rispetto ai riduzionismi marxista, liberista, materialista e quant’altro, che, sottovalutando lo spirito, mutilano anche la possibile realizzazione della persona.

La prima educazione, essenzialmente materna e familiare, apre le porte, appena possibile, ad un rapporto diretto dei fanciulli con il Vangelo, il piccolo grande libro che ogni bambino deve meditare: «Che non passi un giorno della tua vita senza che tu ne legga un pezzetto, baciando quelle pagine come fa il sacerdote all’altare, perché sta in quelle pagine il segreto della nostra salvezza. E quando lo saprai tutto a mente, a forza di averlo letto e riletto, troverai che è sempre più bello, più vero e più profondo, fonte di consolazione e di conforto, fonte di luce e di bellezza e che fa bene, come se Gesù stesso ti parlasse vicino all’orecchio e ti stringesse al suo cuore»[59].

Convinta che spetti ai genitori trasmettere la Parola di Dio, Maria cerca d aiutarli attraverso un Catechismo inedito, che attualmente si trova nell’Archivio di casa Beltrame Quattrocchi. La sua caratteristica è di essere confidenziale o, nel senso migliore, “materno”. Niente di meglio per avvicinarsi al metodo che Maria vorrebbe usare per presentare gli aspetti fondamentali della storia della salvezza, dialogando mentalmente con ogni bimbo. L’amore per Gesù è raccomandato ai lettori (“figliolini”), mettendo in rapporto analogico la relazione con Dio e quella con i genitori: il bacio la mattina e la sera, la benedizione, la confessione delle offese, l’abbraccio affettuoso, tutti aspetti della vita di famiglia che valgono per la vita spirituale e che rimandano all’unità speciale prodotta dall’eucaristia. «Ora Gesù, che ti vuole bene anche più della mamma, aspetta un’accoglienza affettuosa e gentile, aspetta, dopo il tuo grazie, il tuo “ti voglio tanto bene Gesù ” e “sono il tuo piccinino che si stringe al tuo cuore ”… Come faresti con i tuoi genitori, chiedigli quello che vuoi: Gesù è contento di questo: che il bambino che lo ama gli parli come se lo vedesse in persona e gli dica tutte le sue piccole e grandi gioie, i suoi piccoli e grandi dispiaceri, le sue speranze, i suoi propositi, i suoi desideri e l’ascolta sempre attentamente ”» (SS000021, 38- 39).

 

 

4. Considerazioni

Vivere la reciprocità tra i coniugi per educare all'amore

E' innegabile che le difficoltà della vita della coppia oggi abbiano radici oggettive, sociali, economiche e politiche, relative alla trasformazione della società, e che il lavoro della donna abbia rivoluzionato i modelli della convivenza uomo donna: con l'aumento del livello di cultura e partecipazione sociale della donna, aumentano anche le crisi familiari, dal momento che le donne non accettano più di vivere la relazione di coppia secondo i canoni della disuguaglianza ereditati dalla tradizione e fanno difficoltà ad orientarsi in maniera nuova tra il vecchio che rifiutano e il nuovo che non ancora ha contorni chiari. L'uomo a sua volta si sente spiazzato, giudicato e frustrato dalla difficoltà di dover far fronte al mutamento.

Mentre cambiano i modelli di vita pratica (entrambi intendono lavorare, studiare, partecipare a momenti di vita associativa, politica, di riposo) più difficili a cambiare sono i riferimenti ideali, culturali e simbolici che governano mentalmente le relazioni uomo donna. Accade ancora purtroppo che, specie nel mondo cattolico, la constatazione del mutamento sia fatta all'insegna della nostalgia del passato, quasi che il ritorno al patriarcalismo possa essere il rimedio alla stabilità della famiglia, il cui ordine sarebbe garantito dalla attività domestica della donna e da una certa gerarchia interna al rapporto tra i due. La interpretazione letterale dei testi della tradizione cristiana ha contribuito non poco ad avallare interpretazioni conservatrici.

Questa è la sfida del futuro: chiedersi cosa significa concretamente realizzare la reciprocità in famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella chiesa, dovunque sia possibile modellare la vita umana sul principio originario del "maschio e femmina li creò" e quindi sulla unidualità antropologica dell'essere umano a immagine di Dio.

Ciò implica la necessità di liberarsi dalle diverse forme di narcisismo e di cannibalismo sociale e di superare anche la fredda giu­stizia, che talvolta è equità, talaltra imperativo etico in forma negativa («non uccidere»), ma che comunque resta piuttosto lontana dall’amore. La relazione interperso­nale donativa delinea l’essere autentico della persona: «L’amore — scrive Mounier — non si aggiunge alla persona come un di più, come un lusso: senza l’amore la persona non esiste... senza l’amore le persone non arrivano a divenire tali»[60]. Nel personalismo francese M. Nédoncelle, G. Madinier e Mounier hano privilegiato il tema dell’essere come amore e dell’amore come chiave o “cifra” dell’essere, fondamento meta­fisico ed insieme esperienza storica. «L’essere è amore — scriveva Madinier — cioè un essere non è se non nella misura in cui ama. Non bisogna andare dagli esseri all’amore, ma dall’amore agli esseri... e noi per essere non dob­biamo che entrare nell’amore»[61]. L’amore non è dunque un attributo del carattere o una modalità di realizza­zione, ma la possibilità stessa di essere: «Esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri... essere significa amare»[62]. Siamo di fronte al capovol­gimento del cogito cartesiano, tutto imperniato sul pensiero che coglie se stesso nell’atto di pensare, per intendere invece l’esistere come possibilità di realizzazione della persona nella relazione qualificata come donazione di sé. Viceversa, ciò che non è amore sembra in questa prospettiva condannare la persona a restare ente, indi­viduo atrofizzato, perché incapace di trascendersi.

 

* Educare partendo dalla regola d'oro

L’educazione alla reciprocità suppone l’applicazione della Regola d'oro: "fare agli altri ciò che si vorrebbe fatto a sé" (cf. Mt., 7, 12) e dunque abituarsi a dare e cercare anche di suscitare il ritorno che confermi il clima di empatia nelle sue diverse sfumature. E' la fondazione stessa della persona che esige una risposta adeguata all'offerta, spesso bloccata dal timore di fondare le relazioni sull'utilitarismo, in termini di costi-benefici, e dunque di "calcolare" il riscontro, o anche dalla rigidità del dovere col suo   imperativo categorico. Un atto di donazione di sé attende la verifica della corrispondenza, immediata o differita, al progetto di in­tesa che vuole suscitare, ossia un rapporto di reciprocità. La persona non può restare in una donazione oblativa all'infinito, ten­sione forse eroica ma penalizzante e talvolta anche inutile, perché esaurirebbe la sua carica umana, che si nutre invece di recipro­cità, in cui lo scambio compensa perdite e guadagni. La sua dispo­sizione etica deve prima o poi suscitare risposte in un circolo di dare e rice­vere, per soddisfare il bisogno di amare ed essere amati, di collaborare e con-vivere[63].

Il concetto di reciprocità prende perciò le distanze da una moralità ferma all'esodo da sé (trascendenza), indipendente­mente dall'incontro con il tu: aprirsi all'altro, senza ottenerne ri­sposta, può costituire premessa di nichilismo, se la trascendenza dell'io va verso il vuoto, senza incontrare che il nulla. Intendere la relazionalità come recipro­cità significa riconoscere che, almeno a livello di aspirazione, alla tensione dell'io verso il tu corrisponde la reciproca, alla trascendenza dell'io la trascendenza dell'altro, al dono il ri­cambio[64].

Il futuro delle nuove generazioni dipende dalla formazione di persone serene, la cui prima educazione sia stata nutrita da una coppia genitoriale unita, capace di consegnare non tanto insegnamenti verbali, quanto la stessa vita d'amore reciproco, e con essa quel patrimonio di attenzione, di tenerezza, di intelligente servizio reciproco che inietta la pace con se stessi e la responsabilità verso gli altri. Un amore forte tra lui e lei, fedele, provato attraverso i gesti più semplici della vita quotidiana, consente ai figli quella serena sicurezza interiore che è premessa necessaria per una personalità matura ed equilibrata: «La qualità del rapporto che si stabilisce tra gli sposi incide profondamente sulla psicologia del figlio»[65].

C’è nel Compendio di DSC il riconoscimento della co-aturità dei genitori: «Nell’educazione dei figli il ruolo materno e quello paterno sono ugualmente necessari. I genitori devono quindi operare congiuntamente. L’autorità sarà da loro esercitata con rispetto e delicatezza, ma anche con fermezza e vigore: essa deve essere credibile, coerente, saggia e sempre orientata verso il bene integrale dei figli» (§242). Viene ribadito il ruolo educativo della famiglia come “scuola di virtu’ sociali” di cui le società hanno estremo bisogno, compito originale e primario insostituibile e inalienabile rispetto all’intervento di altre agenzie.

 

*Puerocentrismo o autoritarismo?

Il rapporto dell'adulto col bambino deve guardarsi dai due rischi dell'autoritarismo e del puerocentrismo. L'autoritarismo non nasce solo da un metodo forte, ma dalla tendenza a ingombrare con la propria più stabile personalità quella più fragile del bambino. Il puerocentrismo invece nasce dall'enfatizzare rousseauianamente la realtà dell'infanzia come stato di natura. Ricorda Mounier: "Noi ci guardiamo bene dall'idealizzare in modo ingenuo l'infanzia: essa ci avvicina forme brute d'istinto e di una "natura" che non è tutta angelica. Essa è tuttavia il meraviglioso giardino in cui possiamo conoscere e preservare l'uomo prima che abbia disimparato la libertà, la gratuità, l'abbandono. Ogni infanzia che proteggiamo, che fortifichiamo, pur liberandola dalle sue puerilità, che conduciamo fino all'età adulta, è quella persona di più che sottraiamo all'invaghimento dello spirito, e in qualsiasi società alla morte del conformismo"[66]. Non quindi una strumentalizzazione del fanciullo ad uso degli adulti, nemmeno però una concezione puerocentrica e ottimistica con un accentuato permissivismo e spontaneismo. La guida per il fanciullo è positiva se nasce dall'autorevolezza della persona adulta (autorità si distingue da potere e potenza), se esprime la coerenza di idee e sistemi di vita, se è   suscitatrice di libertà e responsabilità, se risveglia quell'appello interiore che chiama la persona ad essere.

Non conta qui una regola generale, ma la qualità del rapporto e la fiducia che si è in grado di suscitare. Può essere opportuno in determinati momenti e con determinate persone un intervento deciso (qui la distanza dalla pedagogia di Spook) che sarebbe disastroso con altre. Evitare il puerocentrismo significa anche evitare di creare attorno al bambino un mondo privilegiato libero dai problemi, dalle privazioni, dalle differenze, dalle incomprensioni, dalle difficoltà, dalle critiche. "Privazioni spiegate e consentite, obbedienza anche cieca, purché il motivo non ne sia stupido e ingiusto, gli insegneranno a piegarsi al reale. Questa padronanza dell'istinto deve essere però ottenuta con l'intelligenza del suo sviluppo progressivo"[67].

 

*La persona è un unicum

Dal punto di vista della persona, risulta astratta e talvolta oppressiva l'affermazione a priori di teorie pedagogiche di questo o quell'altro "grande" il cui contributo, validissimo a suo tempo e per quelle persone, si rivela oggi inadeguato. L'unicità della persona reclama approcci sempre nuovi, nei quali cuore e intelligenza ricercano le strade migliori nelle molteplici e differenti situazioni. Del resto la persona matura, che fa della cultura un dono da restituire e non un potere da affermare, sa dubitare del sapere acquisito e soprattutto sa di non sapere. Avere e trasmettere il senso dell'umiltà dell'intelligenza e della parzialità delle conoscenze acquisite è soprattutto oggi (contrariamente all'ideale dell'insegnante tuttologo) bagaglio indispensabile ad affrontare la complessità crescente delle ideologie e il continuo sviluppo della scienza. Proprio per il rispetto della dignità personale, è impensabile la riduzione di tutti i valori al criterio soggettivo, ma è altresì impensabile che una norma, tanta più se circostanziata, valga sempre, dovunque e per tutti, senza tener conto della situazione, della cultura e della coscienza di personalizzazione raggiunta da una persona in un determinato gruppo in un determinato periodo. L'educatore riuscito è spesso geniale perché deve intuire, creare, risolvere in modo originale situazioni inedite.

 

 

 

*Educare alla fede

Nella famiglia si acquisiscono le regole fondamentali della vita e, quindi, anche della vita di fede perché in essa gli individui non sono dei numeri, dei casi, dei codici, ma persone legate da forti coinvolgimenti affettivi ed emotivi, in grado di trasmettere i valori vissuti: la fede si comprende più vedendola vivere e vivendola che meditando le Scritture e la dottrina.

     I bambini si confrontano con i genitori soprattutto sugli eventi della quotidianità. E’ su questo che i genitori cristiani possono essere davvero “i primi educatori alla fede” aiutando i figli a leggere il senso degli eventi nell’orizzonte del   progetto d’amore proposto da Dio all’uomo.

Non si può vivere di rendita nella fede. Ciascuno deve assimilarla e riviverla nell’ascolto della coscienza, nella pratica della vita cristiana, nella preghiera. Quando la fede sembra smarrita, la quasi totalità delle volte è venuta a mancare la preghiera, come canto di lode a Dio per i suoi doni e richiesta di perdono per i propri limiti ed errori. Vivere il dono della fede e fare esperienza di preghiera è, quindi, il clima adatto all’annuncio di fede.

La prima opera di orientamento vocazionale nei confronti dei figli è vivere la propria vocazione di coniugi nella gioia, nella fiducia, nella condivisione, nella vita sacramentale capace di coinvolgere i figli. Occorre educarli alla vita di Chiesa, insegnare loro   le preghiere da dire durante la giornata, introdurli alla partecipazione ai misteri della Liturgia e all’incontro settimanale eucaristico. La famiglia che torna dalla Messa ha quasi inorbitato in sé Dio: fa la sua contemplazione (cum-templum): e cioè fa della sua casa un tempio. Può essere uno stambugio, una capanna, una grotta, come a Betlemme, ma c'è Cristo: e dunque vale quanto una cattedrale. Nella comunione eucaristica tutti i componenti il nucleo famigliare diventano consanguinei di Cristo:   fratelli di sangue, consanguinei   come famiglia di Cristo quindi figli di Dio e di Maria[68].

 

*Imparare da Gesù

Alla scuola della Parola grandi e piccini possono imparare da Gesù, maestro ed educatore, come vivere in obbedienza al Padre e in fraternità con gli uomini. La partecipazione all’Eucaristia favorisce un clima di apertura della famiglia e di disponibilità ad aprirsi a tutto ciò che accade fuori del proprio “guscio”. Si aiutano così i più giovani a superare anche l’orizzonte della famiglia chiusa, ad essere più disponibili a prepararsi al matrimonio e a viverlo come vocazione, oppure corrispondere ad una eventuale chiamata sacerdotale o di verginità consacrata.

L’azione missionaria del cristiano e della Chiesa consiste in una coraggiosa testimonianza della fede là dove gli uomini vivono, dove i giovani consumano la loro giovinezza, in primis la scuola dove essi confrontano i loro interessi, i loro affetti, la loro intelligenza e operosità. Una fede che non si dimostrasse pertinente alla vita reale non potrà mai suscitare curiosità e sequele. Il problema coi figli o con gli alunni non può ridursi a “farli diventare cristiani”, “farli pregare”, “farli andare in Chiesa”. Occorre evitare che essi percepiscano una pretesa da cui difendersi e da cui prendere le distanze. Al contrario l’evocazione e l'incontro con Gesù devono essere motivo di fiducia, di forza, di riferimento per la costruzione di se stessi come è accaduto nei santi. Tutti vogliono il bene e la felicità dei ragazzi e sono contrariati dal vederli annoiati e scontenti, incapaci di valorizzare le   risorse di generosità di curiosità intellettiva, di coraggio che portano dentro. Spetta agli adulti, dalla società nel suo insieme, sollecitare in loro i grandi ideali che li coinvolgono. La Chiesa - con i suoi sacerdoti, diaconi, consacrati, catechisti, oratori e associazioni, movimenti e gruppi - ha una esperienza secolare di educazione dei giovani, che può continuare a mettere al servizio di tutti. Quanti lavorano nella Chiesa hanno la Parola del Vangelo, che insegna a stabilire delle priorità, a tendere all’essenziale, a non perdere “l’importante” per l’urgente.

I figli desiderano sentire la vicinanza degli adulti, rispettosa ma sicura; desiderano non sentirsi soli davanti alla vita che a volte li spaventa: solitudine che spesso esorcizzano con forme d’illusoria evasione. La famiglia è la loro ancora di salvezza, in qualunque cultura al mondo. Infatti la struttura familiare stabile, con alla base il patto d'amore tra un uomo e una donna, stabilisce il passaggio da una società in cui i rapporti sono di tipo primitivo-animalesco alla civiltà umana, dal puro istinto di possesso alla promessa d'amore nel matrimonio[69]. Perciò il matrimonio qualifica lo sviluppo di una società evidenziandone la qualità etica, il senso della fedeltà alla parola data, l’intima religiosità. E’ su quest’asse di sicura alleanza tra un uomo e una donna che le nuove generazioni possono svilupparsi in modo pienamente umano.

 

*Educare "a Sua immagine"

Evangelizzare le donne e gli uomini del terzo millennio non può significare esulare dal contemplare l’originario modo di presentarsi di Dio attraverso l’amore umano. Dal punto di vista antropologico, sulla base dell'analogia, si può ripetere con Vergote che «la struttura familiare è virtualmente religiosa e, reciprocamente, la religione è fondamentalmente contrassegnata dalla psicologia familiare»[70]. Possiamo anche dire che Dio alle origini della creazione ha scelto un modo eccellente per autopresentarsi: la coppia umana. “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”: il plurale sottolinea che Dio è pluralità di persone in comunione e non potrebbe rispecchiarsi adeguatamente se non in una pluralità di persone destinate alla comunione. Scrive D. Bonhoeffer: “Dio ama la sua opera, l’ama nel suo stesso essere, perché la creatura onora il Creatore. Ma il Creatore non si riconosce nella sua opera. La vede, ma non si vede. Vedersi è riconoscere il proprio viso, come in uno specchio… Colui che è libero, che crea, non potrebbe contemplarsi che in ciò che è pure libero… La libertà è una relazione e nient’altro. Una relazione tra due partner. Essere libero è “essere per l’altro”. Ed egli li crea uomo e donna. L’essere umano non è solo, è una dualità… somiglianza di Dio non è una analogia entis per la quale l’essere umano, in sé, nel suo essere, sarebbe simile all’essere di Dio… ma una analogia relationis… relazione che Dio stesso istituisce e non è analogia che in questa relazione”[71]. Spesso dimentichiamo quest’originario riflettersi di Dio nella creazione, che è stata considerata la Sua prima kenosi, antecedente l’Incarnazione. Egli riconosce la Sua opera in ogni cosa “buona” che ne porta l’impronta, ma soprattutto in ciò che Egli considera “molto buono”: l’uomo e la donna in reciproca relazione. A loro si “autocomunica” (K.Rahner) e con loro dialoga passeggiando nell’Eden.

Se facciamo il parallelo con gli esperti di comunicazione di massa, che fanno di tutto per inventare lo spot più adeguato a rendere un oggetto desiderabile per il cliente o per attrarre consensi e voti su un candidato nel mercato politico, vediamo che l’evangelizzazione non fa che restituire l’uomo e la donna al loro originario splendore. Dio non usa la coppia in maniera strumentale, come trappola per la conquista, ma le affida veramente se stesso, soffiando il suo Spirito. L’immagine che Egli dà di sé è veritiera, vivente e libera.

Ogni progetto di rievangelizzazione non può che tornare a reinterpretare questo “principio”, cercando di comprendere sempre meglio il disegno ini­ziale di Dio. “Unidualità” è il termine che Giovanni Paolo II ha usato (Lettera alle donne), per esprimere in una sola parola il senso del versetto biblico: “A immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò”[72]. Che questo versetto sia riferimento fondamentale per l’antropologia e la teologia, lo dimostra il fatto che Gesù rimanda ad esso nel passo evangelico sul matrimonio[73]. Egli è venuto a restaurare quel progetto, a redimerlo dal male e perfezionarlo. Al “principio” torna e ritorna perciò nel tempo un cristianesimo che voglia approfondire la comprensione antropologica dell'uomo e della donna nella relazione che li rimanda, ciascuno e insieme, al Creatore, oltre che l'uno all'altra. Si è buoni evangelizzatori se si sa apprezzare e valorizzare la realtà umana nella sua laicità, supportando quella aspirazione etica che è nascosta nei desideri stessi delle coppie. «Dio non ha creato la religione; ha creato il mondo», ha scritto Rosenzweig, un filosofo ebreo del nostro tempo, volendo sottolineare che i riti, le cerimonie, gli abiti, le preghiere, le istituzioni vengono dopo, sono per così dire immagini di secondo livello, perché non possono sostituire l’immagine più diretta che è l’amore coniugale. Perciò si è parlato del corpo come “sacramento primordiale”.

Per l’intrinseca bontà delle cose create, le prime pagine bibliche ci presentano, per così dire, il “manifesto della laicità”. Nella creazione Dio si dona realmente, concede l’autonomia e si ritira per affidare alle sue creature, l’uomo e la donna in relazione, la libertà e il gusto di amarsi ed essere concreatori. Dio si nasconde così bene da sembrare assente, avendo tutto affidato ai due che lo rappresentano. Perciò la coppia umana, cristiana o meno, in quanto creata da Dio a Sua immagine, realizza la propria felicità e il proprio dover essere, se vive nell’amore reciproco rendendo trasparente il suo Creatore.

Anche ai coniugi non credenti si attaglia bene quanto Gesù dice circa il giudizio finale: se hanno custodito tra loro e attorno a loro la fiaccola dell’amore, forse un giorno saranno ringraziati da Colui che è stato nutrito, custodito, amato ogni volta che essi hanno rivolto un pensiero o un atto di attenzione al coniuge, ai figli, ai parenti, agli amici. Questa realtà vale per le coppie credenti e non credenti, anche se nei cristiani diviene partecipazione esplicita alla Comunione dei Santi. In ogni caso, è l'amore che rende “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”[74].

Evangelizzare le famiglie è innanzitutto aprire gli occhi dei fidanzati a queste realtà, aiutarli a prendere atto della meraviglia che Dio ha operato. Si può annunciare Dio alle famiglie attraverso proclami, bandiere, progetti capillare di missione, ma niente è paragonabile al servizio che viene reso loro aiutandole ad essere quello che sono, giorno per giorno. Non occorre sforzarsi troppo e artificiosamente di riempire la vita di famiglia di tempi dedicati esplicitamente alla spiritualità. Voler ad ogni costo immettere il soprannaturale nel naturale può sortire l'effetto contrario, forse intralciare il lavoro di Dio. Basta andare fino in fondo alla sorgente del loro amore perché gli sposi riconoscano la presenza di Dio, Gli facciano festa, Gli rendano grazie. Perciò vale la raccomandazione a non ritualizzare tutto, ministerializzare tutto, formale coppie clericali come certe volte accade per malinteso ed eccessivo zelo. Lo Spirito è così vicino agli sposi che essi potrebbero anche non riconoscerlo, eppure, amandosi, ne trasmetterebbero ugualmente il respiro nel mondo.

 

*Educare a vivere l'ordinario della vita in maniera straordinaria

Evangelizzare la famiglia è rendere straordinario l’ordinario, considerare come sacri la casa, la strada, il condominio, come parole di Dio gli eventi della giornata. La vita quotidiana di due sposi si snoda nel groviglio delle necessità concrete entro le quali ciascuno si trova a dover affrontare la quotidianità con le sue occupazioni apparentemente insignificanti, meno legate come sono alle dimensioni liturgiche e ai momenti forti della vita della Chiesa. Non è scontato distinguere i tocchi misteriosi e delicatissimi dello Spirito, quelli che aprono la strada tra la selva delle preoccupazioni che assalgono la vita di una famiglia. Non sempre si dà spazio alle Sue idee, quando fioriscono all'improvviso, mentre si è assorti in tutt'altra occupazione o magari di notte (l'angelo che parlava a Giuseppe non svolgeva forse un'attività illuminatrice tipica dello Spirito Santo?). Sono ispirazioni che chiamano alla responsabilità e chiedono di essere tradotte immediatamente in prassi. Mettono ordine negli appuntamenti, nei programmi, nelle priorità delle spese, nelle occupazioni della giornata, facendo sì che la vita degli sposi proceda in modo più sereno e luminoso, scandito da ritmi e modalità adeguate, dalla cura della casa ai rapporti intimi, dall'attenzione ai figli alla partecipazione sociale, politica, ecclesiale, al lavoro, al tempo libero. Beate quelle coppie che sanno riconoscere la presenza di Dio negli eventi di tutti i giorni e ne sanno comunicare il profumo ai figli!

Agli sposi dunque spetta il compito di riconoscere la presenza di un filo d’oro che guida la loro vita nelle occupazioni più ordinarie, non solo negli eventi “speciali”. Teresa di Lisieux lo conferma chiaramente per se stessa, che pure viveva una spiritualità rigidamente carmelitana e puntellata di monenti di preghiera: «Capisco e so per esperienza che “il Regno di Dio è dentro di noi”. Gesù non ha affatto bisogno di libri né di dottori per istruire le anime; Dottore dei dottori, Egli insegna senza rumor di parole. Mai l'ho udito parlare, ma sento che Egli è in me, ad ogni istante mi guida, mi ispira quello che devo dire o fare. Scopro, proprio nel momento in cui ne ho bisogno, delle luci che non avevo ancora visto: il più delle volte non è durante le orazioni che sono più abbondanti, ma piuttosto tra le occupazioni della giornata»[75]. Se la vita quotidiana è stata considerata da una tale mistica un “luogo teofanico”, tanto più può esserlo per gli sposi, che accettando le fatiche dei gesti spesso ripetitivi, delle occupazioni faticose che sembrano improduttive, delle preoccupazioni per la casa o per i figli, giorno per giorno trovano le risorse per non soccombere e riconoscono nella loro storia a due la presenza di un filo animatore, un fattore x, apparentemente insignificante e minimo, che entra in gioco però in modo decisivo, nel loro cuore e nell'intreccio degli eventi rivelandosi amore per gli sposi, per i figli, per quanti li avvicinano, pro-agendo, lavorando a loro vantaggio, traendo il meglio dalle condizioni date.

Riconoscere la Sua presenza discreta, desiderarla, benedirLa saranno conseguenze che scaturiranno da questo sguardo riconoscente sull’amore ricevuto. C’è sempre Qualcuno che fa un cammino con gli sposi e, come ad Emmaus, sa stare loro vicino nella concretezza dell’agire quotidiano, sostenendoli nei problemi, qualche volta nelle angosce che li assalgono. I fidanzati, gli sposi, i membri di una famiglia Lo riconosceranno al momento opportuno, forse allo spezzare del pane, forse al ricordo della dolcezza della sua presenza, forse per il dono della pace, della letizia, della speranza che Egli ha infuso nei loro cuori.

I genitori, icona di Dio Padre-Madre

Tutte le volte che il padre e la madre non sono all'altezza del compito affidato loro, essi contraffanno l'idea di Dio, la distorcono, rendendo difficile il rimando analogico ad un Dio Padre e madre. La totalità delle persone ha fatto esperienze lacunose in famiglia di cui porta le “piaghe”, come le chiamava Mounier. Più che sul lettino dello psicanalista, le piaghe si curano con l’amore e un pizzico di sano realismo: tutti portano nel loro bagaglio esperienziale infantile qualche tratto di vissuto affettivo sereno e qualche altro traumatico. Non è dato di crescere in una palla di vetro che isoli e protegga dal negativo. Forse per questo ogni incontro con la persona amata cura anche la psiche, libera dal male ereditato e subito. La tenerezza di uno sguardo amante può riuscire a sciogliere i nodi apparentemente più insolubili ed è perciò strumento di salvezza.

Quanto ai figli, è vero forse che proprio l'inadeguatezza dei genitori di qua rende più impellente la necessità di stabilire un rapporto di sconfinata fiducia con il genitore dell'al di là, come il negativo rimanda al positivo di cui quello è indicazione approssimativa e inadeguata. Ciò spinge i genitori ad essere umili, ad accettare i fallimenti, le prese di posizione differenti che così spesso segnano le strade dei figli, lasciando, dopo aver fatto tutta la propria parte, che ciascuno sia libero di seguire il percorso che ritiene utile alla sua crescita, anche quando ai loro occhi previdenti appare pericoloso. Alla fede, dono che viene dall’alto, si possono solo spianare le strade; il contatto dell’anima con Dio resta un evento misterioso e personale, è un dono che viene dall’alto, non “dalla carne e dal sangue”. Lo Spirito fa riconoscere a ciascuno, interiormente, il sussurro del Padre: «Tu sei mio figlio diletto: oggi ti ho generato»[76]. Nell'orizzonte evangelico, infatti, Dio non si manifesta cole l'Onnipotente, il giudice o il re, quanto come quella mamma-papà, di cui sia i genitori che i figli sono creature e dunque tra loro fratelli, avvolti di tenerezza e colmati dei doni della Sua presenza.

Soffrendo ed amando pazientemente, seguendo col cuore e con la mente le strade che i figli fanno lontani da casa, aspettando ed amando, i genitori imitano l'immagine del Padre celeste e conquistano i figli non con le imposizioni e i ricatti di un affetto captativo e oppressivo, ma col travaglio della loro anima, nella libertà dei figli di Dio.

Solo Dio è Padre e solo nel rapporto con Lui è possibile ritrovare il senso della propria presenza nel popolo o nella comunità di cui si è membri: “Sulla terra non chiamate nessuno padre, perché uno solo è Padre, quello che è nei cieli; e non chiamate alcuno maestro, perché uno solo è il vostro Maestro”. Perciò Gesù ci invita ad invocarlo, ogni volta che preghiamo,: “Padre nostro che sei nei cieli”[77], collocandolo nei cieli, là dove non lo si può confondere con ogni altro padre terreno (insegnante, persona influente, sacerdote, padre biologico e/o adottivo).

Anche i genitori invitano i figli a volgere lo sguardo e riconoscerlo, giacché “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi”[78]. Nel nome di Dio-Padre, che viene custodito e trasmesso alle generazioni successive, sta tutto l'amore di cui ciascuno si sente destinatario con la vita ricevuta dai genitori e di cui conserva fedelmente e gelosamente la memoria. È questo amore fontale la bussola dell'esistenza, che orienta, come la stella a Betlemme, il cammino dei figli. Quel Padre, che ha dato tutto, non può accontentarsi della lode, delle parole, del rispetto formale, dell'ossequio riverente. Sa distinguere le proclamazioni, le difese aprioristiche di appartenenza, le prediche, dalla vera carità e in base a questo criterio fondamentale discerne anche la validità di un’appartenenza religiosa.

Si può dire: ben vengano i fallimenti dei genitori o quelli creduti tali dai figli se servono a suscitare la nostalgia di quel cielo nel quale tutti, liberi da obblighi di ruolo, si riconosceranno una famiglia soltanto nella carità reciproca. Sempre i figli hanno qualcosa da rimproverare ai genitor, il che sollecita i genitori, riconoscendo i loro limiti, ad indicare ai figli che il Padre è altrove, che la loro posizione è vicaria, che la famiglia dei veri figli si compone in Dio. “Il genitore cristiano, il padre cristiano non si sostituisce al vero Padre di cui trasmette, nella missione della propria paternità, il Nome. Procreazione fisica, violenza, senso di possesso (già a partire dal cognome), non hanno alcuna parentela con la sostanza della paternità divina. Contro una paternità possessiva e onnipotente, erede del pater-familias romano combatté Francesco di Assisi quando rispose a Pietro di Bernardone: “ho un altro Padre”.

Si capisce come il rapporto col Padre celeste sia liberatorio di fronte ad ogni tentazione captativa dell'amore umano, in primis dell'amore paterno-materno, ma anche di quello sponsale. Laddove la psicologia e la psicanalisi si limitano all’analisi, alla denuncia, a qualche tentativo di faticosa ricostruzione dell’architettura della persona, l’opera sapiente dei cristiani capovolge le prospettive aiutando a leggere la propria storia dal punto di vista del cielo. Invocare il nome del Padre, non è solo una preghiera rituale; è l'attestazione della relazione ontologica scoperta nell’amore e nell’affidamento, appresa sulle braccia dei genitori, come un marchio che resta indelebile anche quando forse, da adulti, si farà fatica a riconoscere Dio con la ragione e invocarlo con le labbra.

 

Domande

1.Come possono le famiglie cristiane radicarsi in uno stile che esprima il nuovo umanesimo cristiano ?

2.Come essere capaci, in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali ed esposte al veloce consumo, di costruire spazi in cui tali relazioni scoprano la gioia della gratuità, solida e duratura, cementate dall’accoglienza e dal perdono reciproco?

3. Come abitare quelle frontiere in cui la sterilità della solitudine e dell’individualismo fiorisce in nuova vita e in una cultura di persone generanti?

4. L'educazione in famiglia ha come obiettivo fondamentale l’educazione alla fede, alla rettitudine umana, alla legalità …. o è semplice trasmissioni di abitudini, nozioni, precetti e formule?

 

 

V Settimana

 

Trasfigurare. La famiglia ad immagine di Dio

 

1. Da Evangelii Gaudium

262. Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Dal punto di vista dell'evangelizzazione, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore. Tali proposte parziali e disgreganti raggiungono solo piccoli gruppi e non hanno una forza di ampia penetrazione, perché mutilano il Vangelo. Occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività.

Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore si spegne. La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell'Eucaristia. Nello stesso tempo «si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell'Incarnazione». C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché la privatizzazione dello stile di vita può condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità.

...

n. 267. Uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama. In definitiva, quello che cerchiamo è la gloria del Padre, vivia­mo e agiamo « a lode dello splendore della sua grazia » (Ef 1,6). Se vogliamo donarci a fondo e con costanza, dobbiamo spingerci oltre ogni al­tra motivazione. Questo è il movente definitivo, il più profondo, il più grande, la ragione e il senso ultimo di tutto il resto. Si tratta della gloria del Pa­dre, che Gesù ha cercato nel corso di tutta la sua esistenza. Egli è il Figlio eternamente felice con tutto il suo essere « nel seno del Padre » (Gv 1,18). Se siamo missionari è anzitutto perché Gesù ci ha detto: « In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto » (Gv 15,8). Al di là del fatto che ci convenga o meno, che ci interessi o no, che ci serva oppure no, al di là dei piccoli li­miti dei nostri desideri, della nostra comprensio­ne e delle nostre motivazioni, noi evangelizziamo per la maggior gloria del Padre che ci ama.

 

Dal Discorso della PASQUA 31 MARZO 2013

«Cari fratelli e sorelle[79],

buon giorno e buona Pasqua a tutti voi! Vi ringrazio di essere venuti anche oggi numerosi, per condividere la gioia della Pasqua, mistero centrale della nostra fede. Che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona – specialmente chi soffre – e tutte le situazioni più bisognose di fiducia e di speranza.

Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua).

È vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio!

Esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto: ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche la nostra gioia quotidiana! La gioia di sentirsi strumenti della grazia di Cristo, come tralci della vite che è Lui stesso, animati dalla linfa del suo Spirito!

Preghiamo insieme, nel nome del Signore morto e risorto, e per intercessione di Maria Santissima, perché il Mistero pasquale possa operare profondamente in noi e in questo nostro tempo, perché l’odio lasci il posto all’amore, la menzogna alla verità, la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia».

 

2. Dalla Traccia

Le comunità cristiane sono nutrite e trasformate nella fede grazie alla vita liturgica e sacramentale e grazie alla preghiera. Esiste un rapporto intrinseco tra fede e carità, dove si esprime il senso del mistero: il divino traspare nell’umano, e questo si trasfigura in quello. Senza la preghiera e i sacramenti, la carità si svuoterebbe perché si ridurrebbe a filantropia, incapace di conferire significato alla comunione fraterna.

Riascoltiamo le parole del Concilio Vaticano II: «La liturgia, mediante la quale, soprattutto nel divino sacrificio dell’eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e l’autentica natura della vera Chiesa» (Sacrosanctum Concilium 2). È la vita sacramentale e di preghiera che ci permette di esprimere quel semper maior di Dio nell’uomo descritto sopra. La via dell’umano inaugurata e scoperta in Cristo Gesù intende non soltanto imitare le sue gesta e celebrare la sua vittoria, quasi a mantenere la memoria di un eroe, pur sempre relegato in un’epoca, ormai lontana. La via della pienezza umana mantiene in lui il compimento, perché prosegue la sua stessa opera, nella convinzione che lo Spirito che lo guidò è in azione ancora nella nostra storia, per aiutarci a essere già qui uomini e donne come il Padre ci ha immaginato e voluto nella creazione. «Come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, – Lumen gentium 8 – così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cf. Ef 4,16)».

Questo è, per esempio, il senso della festa e della Domenica, che sono spazi di vera umanità, perché in esse si celebra la persona con le sue relazioni familiari e sociali, che ritrova se stessa attingendo a una memoria più grande, quella della storia della salvezza. Lo spirito delle Beatitudini si comprende dentro questa cornice: la potenza dei sacramenti assume la nostra condizione umana e la presenta come offerta gradita a Dio, restituendocela trasfigurata e capace di condivisione e di solidarietà.

 

3. Dall'esperienza dei Coniugi Beltrame Quattrocchi

Il sacramento del matrimonio, sia pure nella trasformazione delle modalità espressive, conserva intatta nel tempo ed anzi potenzia la tenerezza reciproca. Maria in Radiografia di un matrimonio racconta le giornate da sposi, con la struggente nostalgia di chi da lontano contempla il bene dell’amore matrimoniale gustato nei più comuni momenti della vita quotidiana: «Usciti di chiesa mi dava il “buongiorno”, come se la giornata soltanto allora avesse il ragionevole inizio. Ed era vero. Si comprava il giornale e salivamo a casa cominciando ad entrare nella vita quotidiana. Egli al suo lavoro, io alle mie occupazioni, ma portando ognuno, incessantemente, la presenza dell’altro. Ci ritrovavamo all’ora del desinare, e con quanta gioia aspettavo e udivo metter la sua chiave nell’uscio della sua casa, ogni giorno, ogni volta benedicendone con tutta l’anima il Signore. Conversazione serena che si faceva lieta e scherzosa, a mano a mano che il riposo lo ritemprava, che le notizie, le cose di casa lo interessavano, lieta e scherzosa, con un’abituale bonaria e fine ironia che serviva a tener sempre agile e vivace l’atmosfera familiare››[80].

Alla sera gli sposi si raccontano il rispettivo vissuto. «Era il momento della sua distensione. Parlavamo un po’ di tutto. Impressioni sulla politica del giorno – sugli uomini che se ne occupavano – osservazioni su colloqui e incontri della professione – su qualche contatto avuto. Le sue impressioni sempre acute, e benevole sempre. Qualche argomento di famiglia. La cena, il giornale – letto a voce alta e discusso – qualche brano di libro ameno in lettura, poi il rosario in comune e infine a letto. Vita serena, intellettuale, interessante, intima e riposante. Mai fatua, mai triste o pessimista. Vita vissuta nel senso pieno della parola. Non sorvolata, ma animata sempre nella gioia della conquista che portava con sé ogni minuto, con la gioia di stare insieme sempre nuova››[81].

Maria e Luigi traggono forza dall’amore reciproco per affrontare l’indomani la nuova giornata: lei con la famiglia (il lavoro non le manca, benché delegahi molte faccende materiali alla servitù, come allora si usava nelle famiglie borghesi), lui tra gli uffici, la stesura delle memorie, la burocrazia e poi a casa, pronto ad alzarsi a turno per i figli di notte, ad assisterli in caso di malattia, ad accompagnarli a scuola, a Messa la domenica, alle associazioni scoutistiche. Qualche volta, dovendo tornare in ufficio, Luigi si fa accompagnare da un figlio o dall’altro, che considerano questo un privilegio, anche perché il prescelto é accolto con grandi onori dai colleghi e dagli uscieri.

La vita coniugale si rivela ad entrambi sempre più come un cammino verso Dio attraverso l’amore del coniuge, dei figli, dei genitori, dei nonni, di quanti frequentano la casa e godono dell’atmosfera di unità che vi regna.

 

Aiutare i figli a pregare

Luigi vaglia insieme a Maria le amicizie e gli svaghi dei figli, li aiuta a pregare, li porta a fare passeggiate e insegna loro i mille segreti della vita. Accompagnandoli a scuola, passa per la Chiesa più vicina per salutare Gesù, inizia la preghiera prima dei pasti e intona il rosario quotidiano serale (le litanie sono appannaggio di Maria). La domenica mattina la Messa   alle Catacombe di S. Callisto coinvolge i figli nella liturgia, quando non sono impegnati con gli scouts.

 

Comunicare la trasparenza

In Fiore che sboccia c’è una felice cooperazione intellettuale tra Maria e don Paolino, spinti dallo stesso desiderio di contribuire alla formazione dei giovani e in specie delle ragazze[82]. Madre e figlio instaurano un dialogo intimo con un’ipotetica ragazza, cominciando col chiederle «chi eri? da dove sei venuta?» e cercando di stabilire con lei un rapporto di fiducia amichevole che consenta la buona accoglienza dei contenuti proposti. Viene istillata così la convinzione di essere una persona preziosa, desiderata e attesa sin prima della nascita, un dono e un premio di Dio all’amore tra mamma e papà[83]. Al “chi eri?” segue il “chi sei?”, con la descrizione di una persona uscita dalle mani di Dio come un “tesoro”, costituita d’armonia tra anima e corpo, che trova il suo equilibrio nel riconoscere la maggiore dignità all’anima e nel tenere sotto controllo il corpo.

Dalla convinzione profonda del suo valore, la ragazza apprenderà a custodire se stessa, a cominciare dal suo corpo: igiene, sport, riposo, nutrizione adeguata, svago, salute, assunzione intelligente di ciò che propone la moda, bellezza, correggendo anche qualche imperfezione, ma sempre nel rispetto della natura[84]. Il corpo viene paragonato ad un “ostensorio vivente”, “un tabernacolo vivo”, “un vaso sacro”, il “tempio paolino”, giacché ospita l’anima, accoglie ed irradia l’Eucarestia, viene inabitato dalla Trinità. Entro questa cornice interpretativa va collegato il ruolo della donna nella procreazione, in adesione al dettato biblico che vuole l’uomo e la donna “due in una carne sola”: «due parti, per così dire, di un solo tutto, fra cui sarà ripartita la capacità di procreare, ciascuno secondo la propria conformazione fisiologica, a niente altro intesa se non al fine della generazione di nuove vite»[85].

 

La famiglia imago Dei

La diffusione a pioggia della Grazia di Dio («amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti», Mt 5, 44-45) è messa in risalto da una vocazione tipicamente laicale, quale quella della famiglia. Lo statuto antropo-teologico fondamentale di “figli di Dio” abilita ad essere interlocutori di Dio stesso, indipendentemente dallo svolgere questo o quel ministero ecclesiale istituito. Cambia lo spessore umano e spirituale del cristiano se prende sul serio il triplice munus confermato dall’Apocalisse e dalla Prima Lettera di Pietro[86].

Vengono così combattuti i rischi della tiepidezza che incastra le anime buone, ne blocca lo sviluppo spirituale e tende a farle regredire. Perché il popolo sia realmente sacerdotale, occorre combattere la fede dei tiepidi, di quanti si nascondono dietro il rispetto umano e antepongono a Dio gli idoli della carriera, del denaro, del successo, della pienezza di sé, di quanti insomma vivono una vita spirituale denutrita e illanguidita. Sono difetti che sembrano sconfitti, ma non lo sono mai definitivamente ed anzi tendono a riaffacciarsi in forma più mascherata e insidiosa nelle diverse fasi della vita.

A don Paolino Maria raccomanda caldamente di combattere il male della tiepidezza, temendo proprio che l’abitudine possa far dimenticare la Grazia ricevuta col Sacerdozio: «Chi ogni giorno celebra la Santa Messa, non è disuso a simile meraviglie che innestano, per così dire, il divino sull'umano, quasi compiendo una transustanziazione della natura umana finita - in quella di Dio stesso Onnipotente. Veramente alter Christus! Certo, se non si facesse l'abitudine a tutto ciò, se la centesima e millesima Messa che il Sacerdote celebra, fosse per lui come la prima, se la nostra Santa Comunione quotidiana fosse come la Prima, o l'ultima di questa povera vita, allora troppo meno indifferenti e consuetudinari saremmo… E allora, ogni confessione, ogni assoluzione data o ricevuta sarebbe considerata tale una meraviglia dell'Amore di Dio......e ogni Comunione basterebbe a farci Santi... Ma è da stupire la meschinità nostra..... Cerchiamo di tener viva sempre la fiamma della nostra fede perché non ci avvenga il peggiore dei mali dopo il peccato: l'intiepidimento» (MC140434).

 

Sacerdozio coniugale

La coppia cristiana, suggellata nel sacramento dal Suo nome e dalla Sua presenza, esercita il suo sacerdozio regale, già nell’amore umano-divino vissuto quotidianamente e reciprocamente[87]. Non si può limitare tale sacerdozio a qualche specifico ministero che la coppia svolge nella comunità ecclesiale. Amarsi in Dio è già generare, adorare e offrire al mondo Gesù, presente tra lo sposo e la sposa. Nel matrimonio, infatti, Dio si rende sempre più percepibile soprattutto grazie all’unità degli sposi. Scriveva Clemente Alessandrino, a proposito del passaggio di Matteo sulla presenza di Gesù tra due o più persone riunite nel suo nome: «E chi sono i due o tre che si uniscono nel nome di Cristo, in mezzo ai quali è il Signore?… Non allude forse, con quei tre, a marito, moglie e figlio, poiché la donna si unisce all'uomo per volere di Dio?»[88]. Si tratta di una consapevolezza poco diffusa nella prima metà di questo secolo e che perciò in Maria è intuita senza essere esplicitata, benché usi più volte l’espressione “sacerdozio familiare” e si lamenti che «la famiglia ‘spesso’ si va formando senza la profonda consapevolezza di un sacerdozio da esercitare» (MV, 16).

Il fatto che gli sposi si donano l’uno all’altra senza riserve nel sacramento del matrimonio, li rende di fatto custodi e “sacerdoti” di quel “tesoro nascosto” che hanno ricevuto in dono e che vogliono mantenere vivo ad ogni costo. Nel cammino verso Dio, ciò che conta è camminare insieme, essere portati e portare gli altri in una cordata che neanche la morte può spezzare, anche quando talvolta uno dei due sembra avanzare più in fretta. Se uno dei due muore, l’uno porta a compimento l’opera dell’altro. Nel Testamento del 1919, Maria ne è più che convinta: «Il mio sogno d’amore divino completalo tu, completatelo voi tutti che mi amate… V’è chi semina e chi miete…Ecco perché io so che in te il frutto sarà copioso, per te e per gli altri. Ecco perché ti ho lasciato in eredità il mio fiore di sacrificio, perché a tua volta lo commetta ad altre anime; prima di tutto alle nostre. Oh, la divina catena che impegna e costringe, vincendolo, il cuore di Dio. Voi che mi amate congiungetevi tutti all’anima mia, per mezzo di questo legame invincibile fatto tutto d’amore ardente, luminoso e puro!».

 

Dedicare tempo a Dio

Man mano che la vita spirituale cresce nell’anima, l’anima sente il bisogno di dedicare del tempo a Dio. Nella vita dei Beltrame Quattrocchi la comunione quotidiana, il rosario, la meditazione scandivano la giornata con ritmi quanto possibile regolari per una famiglia. Sappiamo che i due sposi ebbero il privilegio e la gioia di poter disporre di una cappella in casa (con rara dispensa papale). Questa la descrizione che A. M. Muzii fa della casa di Serravalle: «La cappella è dislocata al piano superiore, adiacente alle camere da letto, è separata dal resto della casa tramite una porta in vetro policromo, la pavimentazione è in legno come pure le pareti fino all’altezza di circa un metro e mezzo, poi fino al soffitto il muro è a calce, sul quale sono appese minute stazioni della Via Crucis; la soffittatura anch’essa lignea è sobriamente cassonata; la pianta, a forma accentuatamente rettangolare, è occupata sul lato corto verso occidente da un altarino sul quale troneggia un crocefisso ligneo di pregevole fattura, illuminato di mattina dalla luce solare che proviene dalla finestra aperta sul lato est; lungo le altre due pareti sono appoggiate quattro seggiole con inginocchiatoio; addossati alla finestra due imponenti seggi lignei, probabile recupero dallo smantellamento di qualche vecchio coro; assiso su uno di questi ultimi recitavo le orazioni serali; fintanto che fu di questa terra la Serva di Dio guidava la pia brigata al rosario, cui facevano seguito le litanie e le intenzioni della giornata, seguite dal Pater Ave Gloria.

La preghiera salmodiata, fatta di ritmiche e scontate ripetizioni, ad un cristianuccio quale io sono, è da sempre risultata ostica; tuttavia sotto la guida di zia Maria la mia partecipazione era fervente come mai più è stata; il suo recitare non aveva nulla di stereotipo, la sua voce mi entrava dentro ed il “parce nobis Domine”, proferito con insolito vigore, mi rammentava la stessa frase “ruggita” da lei qualche ora prima allorché, passeggiando per il paese, ci si era imbattuti nella bestemmia o nell’imprecazione di un contadinaccio sboccato, oppure il “dacci oggi il nostro pane quotidiano” lo ricollegavo alla visione dei primi servizi televisivi sulla fame nel mondo; …e quell’immutabile liturgia ogni sera ai miei occhi assumeva un sapore diverso» (CPMCBQ, Arturo Massimo Muzii, a 5, ad 31, proc. p. 163).

Maria in particolare prega intensamente. «Quando pregava pareva estraniarsi da tutto quanto le era attorno presa com’era in una sorta di mistica “trance”, ed il suo esempio era invero contagioso, talché confesso di non esser mai più riuscito a pregare con l’intensità ed il fervore di quando ella, a fine giornata, radunava la famiglia per il rosario serale nella cappellina di casa» (CPMCBQ, A. M. Muzii, a 5, ad 31).

E’ Maria che teneva le redini della preghiera. Luigi si unisce a lei tutte le volte che può. Racconta don Tarcisio che Maria, una volta, perdendo il computo delle Avemarie, sta proseguendo senza freni, quando Luigi la interrompe bonariamente: «Maria, mi sembra che adesso stai esagerando» (MGM, §281).

La giornata dunque si apre e si chiude in cappella. Al mattino di buon ora e digiuni si prende la Messa. La cappella é anche irifugio pomeridiano dopo il breve riposo e a chiusura della giornata. Ciò che caratterizza però la preghiera tipica della famiglia, oberata dal lavoro e dalla mancanza di tempo, é il fatto che tutti i momenti della giornata sono   preghiera e tali appaiono ai visitatori. Così per Maria Ombretta Bartolini: «Quando frequentavo la sua casa, in estate, ho sempre trovato lo stesso ritmo di vita, scandito tra la preghiera in cappella, il lavoro e la conversazione. E tutto mi sembrava preghiera» (CPMCBQ, M. O. Bartolini, a 10, ad 13).

 

Unione speciale e intima con Dio

La vita dell’anima con Gesù, ad imitazione della Vergine, tocca momenti di unione speciale e intima con Dio, che Maria descrive con tratti tipicamente femminili, con nel cuore l’immaginare estasiata dei circa trent’anni vissuti a Nazareth: «Dopo lo smarrimento di Gesù, passano 18 anni di vita nascosta — divina, ineffabile parentesi! — e sono dinanzi agli occhi di Lei sempre presenti gli strazi della passione che lo attendono. Ma dovettero pur essere anni di una serenità celestiale, di un’inalterabile pace interiore, di un’armonia sublime, di una vita di cielo, vissuta nella modestia della santa casa, nella discreta povertà, nel decoroso lavoro. Santificazione d’ogni virtù nascosta, d’ogni umile servizio, d’ogni gioia familiare vissuta nella verginale atmosfera di un’angelica purezza. Tre cuori che battono all’unisono nella carità più perfetta, luce che folgora l’intelletto, amore che stabilisce la volontà»[89].

Come per la famiglia di Nazareth, così per le famiglie cristiane d’oggi, l’amore di Dio è il tesoro nascosto che spinge a posporre ogni buon desiderio, a spegnere anche i migliori impulsi, a lasciare non solo ciò che allontana da Dio ma anche le cose migliori, quando la vita lo richiede. Il “saper lasciare”, che Maria e Luigi hanno ben appreso lungo tutta la loro vita, diviene così un ricorrente suggerimento diretto a delineare una spiritualità dell’affidamento nelle mani di Chi sa e può dare il centuplo, dell’abbandono incondizionato all’amore di Dio, sullo stile di Teresa di Lisieux.

Questa disposizione, che non può fermarsi a cullare il dispiacere di lasciare, di essere lasciati e privati degli affetti, delle cose e persino di Dio, prende a modello la Madonna, che ebbe il singolare privilegio, anche rispetto agli Apostoli, di restare vicinissima a Gesù pure se Egli era fisicamente distante per realizzare la Sua missione. Maria viveva con Gesù e per Gesù la sua vita a Nazareth, condividendone nelle sue viscere l’avventura terrena.

Come lei, Maria Beltrame si dichiara disposta a seguire Gesù ovunque vada, e soprattutto a saperLo perdere. Scrive, infatti, di voler lasciare: «quello che mi appartiene di diritto… rinunziare a qualsiasi legame anche santo… Gli Apostoli lasciarono, a una Tua parola, reti, barca, famiglia, patria; ma trovarono Te e ti seguirono. La Vergine poi lasciò Te, Signore Gesù, per essere tua collaboratrice, avere parte alla redenzione… Ti lasciò misticamente nel tempio... ti lasciò in spirito quando dopo lo smarrimento rispondesti a Maria e Giuseppe quelle gravi parole che “essi non compresero”… Ti lasciò ancora sulla via dell’apostolato, quando rispondesti a coloro che ti cercavano in suo nome “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”…Ti lasciò sotto la croce. E ti lasciò finalmente allorché, dopo la Resurrezione, salisti gloriosamente a Cielo… Eppure tutto quello che la madre divina amava, era supremamente santo e giustamente desiderabile»[90].

È da sottolineare l’uso dell’attivo “lasciare ” rispetto al passivo “fu lasciata”, ad indicare una diversa sfumatura nella percezione del rapporto della Madonna con Gesù, in una reciproca accettazione della volontà di Dio, in una rispondenza attiva, partecipata, condivisa al compito che Dio le chiede, per una singolare maturità umana e cristiana che consente a lei quello che ad altri sarebbe impossibile.

 

I “tre pani”: la Parola, l’Eucarestia, la Volontà di Dio

Per avere un’idea più precisa della spiritualità di Maria, occorre leggere la sua opera prediletta: Lux vera. I tre pani, uscita in tre edizioni, di cui l’ultima realizzata dai figli (comprensiva di qualche stralcio dall’epistolario). Si tratta di una meditazione profonda sul rapporto dell’anima con Dio, in cui il lettore viene invitato a cibarsi dei tre pani spirituali, ossia la Parola (per conoscere Dio), l’Eucarestia (come dono d’amore del Cristo) e l’impegno della volontà dell’uomo per attuare la volontà di Dio («Mio cibo è fare la volontà di Del Padre che mi ha mandato»[91]) e diffondere il suo regno (l’apostolato). La Parola e l’Eucarestia le appaiono come due mense situate di qua e di là nel tesoro della santa Chiesa.

Echi danteschi esprimono tutto ciò poeticamente: «Luce intellettual, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogni dolore»[92] e ancora: «O luce eterna che sola in te sidi, / Sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi!»[93].

Il libro conferma la buona preparazione teologica raggiunta da Maria come autodidatta, corroborata dalla meditazione giornaliera e dal colloquio con studiosi di fama e sacerdoti di passaggio in casa Beltrame Quattrocchi. Soprattutto Maria manifesta un’eccellente capacità personale di penetrazione del mistero per intuizione, attentissima com’é a tutto quanto possa aiutarla a sviluppare una sapiente ermeneutica dei testi. Ancor più attenta è al silenzio di contemplazione di fronte a passi il cui commento potrebbe alterarne il profumo.

Nello scrivere questo libro appare più chiaramente il suo desiderio di comunicare a cuore aperto e a distanza col lettore, libera dall’intento pedagogico, che pure appare esplicito in alcuni dei suoi testi. Fa una meditazione ad alta voce, meno tesa ad insegnare, con uno stile confidenziale e persuasivo, alla ricerca continua del confronto col lettore, intuendo il suo assenso o prevenendo il suo dissenso, con un timbro tipicamente femminile, che delinea una scrittura tutta orientata ad agevolare la comunicazione delle anime. Proprio perché i lettori vengono messi a parte del suo rapporto con Dio, si pensa più ad opere quali la Storia di un’anima o Le Confessioni che ad un trattato di teologia.

Lux vera è il modo con cui Maria vuole ridistribuire la luce da cui si sente invasa («In ipso vita erat et vita erat lux hominum», Gv 1, 4). Poiché nel Cristianesimo la luce é Cristo stesso, che si offre in cibo per divinizzarci, la Chiesa orante chiede il pane della vita ogni giorno al Padre: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». La preghiera non esclude il cibo materiale, ma non si riduce ad esso. Allude al pane di vita, alla verità che è Cristo stesso. Il pane era per gli antichi cosa sacra, segno della benedizione del cielo e meritevole perciò di venerazione, come è attestato ancora oggi dall’abitudine dei vecchi — e specialmente dei contadini — a non disperdere le briciole, a raccogliere e baciare il pane caduto a terra, a non metterlo in posizione riversa, considerata dispregiativa, ad avere insomma una venerazione che va oltre il valore nutrizionale dell’oggetto e ne fa un simbolo religioso.

Cristo-pane è il cibo che nutre insieme l’intelletto («vero in che si queta ogni intelletto»[94]), il cuore (come per Agostino, per Maria il cuore è inquieto finché non riposa in Dio) e la volontà, riempiendo l’intera persona di Dio. Questo cibo è il respiro continuo dell’anima, senza del quale essa muore d’asfissia. Nutrendosi di Dio, il cristiano diviene membro della sua famiglia, “consanguinei” del Cristo e dunque acquista una nobiltà regale per la quale può dire realmente «Non sono più io che vivo, ma Gesù che vive in me»[95].

Lux vera aiuta a conoscere questa vita di comunicazione d’amore all’interno della Trinità, distribuendo il pane della conoscenza di Dio, senza del quale, il cuore dell’uomo inaridisce. Frutto di questo primo pane è il desiderio di conoscere Dio, che già in qualche modo lo attira. Maria cerca di penetrare nella vita intima di Dio, per giungere a tutto il creato nella luce dell’amore fecondo che continuamente si dona, sin dall’inizio della creazione attraverso il Verbo, la Parola («aperse in nuovi amor l’eterno amore»)[96].

La penetrazione sapienziale del patrimonio della fede non manca di porre spunti problematici di riflessione. Maria si interroga circa le “contraddizioni” che sussistono nell’agire di Dio, che non può essere approcciato con gli strumenti della sola ragione, giacché questa non riuscirebbe a capire, per esempio, come possa accadere una cosa nuova, come l’Incarnazione, nell’amore immutabile[97].

Ripercorrendo la storia della salvezza, compendia il Vecchio Testamento in modo personale, in tre linee di fondo che conducono direttamente al Cristo: «Affermazione del Padre, nella luce della verità: la Rivelazione; espressione della volontà salvifica del Padre: la legge; promessa di misericordia e di vita: le profezie. Via, verità e vita che il Verbo umanato identificherà più tardi con se stesso».

La riproposizione dei contenuti della fede risulta arricchita dalla sua sensibilità, non priva di importanti sollecitazioni teologiche al femminile. A tratti la Bibbia appare come una storia d’amore tra madre e figlia, dove la madre sta per il Padre e la figlia per Israele: «Il poema in cui la divinità s’inclina con sollecitudine materna verso questa umanità fanciulla e prevaricatrice, a volta a volta sottomessa e ribelle»[98].

 

 

4. Considerazioni

Riprendiamo le nostre considerazioni dal discorso di mons. Staglianò, già citato: «Noi chiediamo ‘perdonami come io perdono’ perché ‘se non perdonerete di cuore ai fratelli, nemmeno il Padre perdonerà voi”. Il Padre nostro – ha concluso mons. Staglianò - allora è la preghiera che ci fa figli e fratelli, ma che anche ci divide: quanti vivono il messaggio lasciato da Cristo e quanti, per essere religiosi, devono pregare e pregano, ma senza far seguire l’azione. Si tratta di religiosi non credenti, di uomini che non si sono lasciati umanizzare dall’umanità vissuta di Cristo Gesù»[99].

Nell'intento della Traccia abbiamo trovato un convergere di tutta la riflessione: "vita liturgica e sacramentale, preghiera e conversione, fede e carità trasformano le comunità cristiane". La vita sacramentale e la preghiera – dicono i vescovi – consentono di esprimere quel semper maior di Dio che istituisce il senso dell’alterità ed evita ogni strumentalizzazione del religioso. «Esiste un rapporto intrinseco tra fede e carità, dove si esprime il senso del mistero: il divino traspare nell’umano, e questo si trasfigura in quello»[100].

 

Far trasparire il Divino nell’umano

Tutte le volte che il padre e la madre non sono all'altezza del compito affidato loro, essi contraffanno l'idea di Dio, la distorcono, rendendo difficile il rimando analogico ad un Dio Padre e madre. La totalità delle persone ha fatto esperienze lacunose in famiglia di cui porta le “piaghe”, come le chiamava Mounier. Più che sul lettino dello psicanalista, le piaghe si curano con l’amore e un pizzico di sano realismo: tutti portano nel loro bagaglio esperienziale infantile qualche tratto di vissuto affettivo sereno e qualche altro traumatico. Non è dato di crescere in una palla di vetro che isoli e protegga dal negativo. Forse per questo ogni incontro con la persona amata cura anche la psiche, libera dal male ereditato e subito. La tenerezza di uno sguardo amante può riuscire a sciogliere i nodi apparentemente più insolubili ed è perciò strumento di salvezza.

Quanto ai figli, è vero forse che proprio l'inadeguatezza dei genitori di qua rende più impellente la necessità di stabilire un rapporto di sconfinata fiducia con il genitore dell'al di là, come il negativo rimanda al positivo di cui quello è indicazione approssimativa e inadeguata. Ciò spinge i genitori ad essere umili, ad accettare i fallimenti, le prese di posizione differenti che così spesso segnano le strade dei figli, lasciando, dopo aver fatto tutta la propria parte, che ciascuno sia libero di seguire il percorso che ritiene utile alla sua crescita, anche quando ai loro occhi previdenti appare pericoloso. Alla fede, dono che viene dall’alto, si possono solo spianare le strade; il contatto dell’anima con Dio resta un evento misterioso e personale, è un dono che viene dall’alto, non “dalla carne e dal sangue”. Lo Spirito fa riconoscere a ciascuno, interiormente, il sussurro del Padre: «Tu sei mio figlio diletto: oggi ti ho generato»[101]. Nell'orizzonte evangelico, infatti, Dio non si manifesta cole l'Onnipotente, il giudice o il re, quanto come quella mamma-papà, di cui sia i genitori che i figli sono creature e dunque tra loro fratelli, avvolti di tenerezza e colmati dei doni della Sua presenza.

 

Imitare l'immagine del Padre-Madre

Soffrendo ed amando pazientemente, seguendo col cuore e con la mente le strade che i figli fanno lontani da casa, aspettando ed amando, i genitori imitano l'immagine del Padre celeste e conquistano i figli non con le imposizioni e i ricatti di un affetto captativo e oppressivo, ma col travaglio della loro anima, nella libertà dei figli di Dio.

Solo Dio è padre e solo nel rapporto con Lui è possibile ritrovare il senso della propria presenza nel popolo o nella comunità di cui si è membri. Egli chiede che si chiami Padre solo Dio: “Sulla terra non chiamate nessuno padre, perché uno solo è Padre, quello che è nei cieli; e non chiamate alcuno maestro, perché uno solo è il vostro Maestro”. Perciò Gesù ci invita ad invocarlo, ogni volta che preghiamo,: “Padre nosro che sei nei cieli”[102], proprio per distinguerlo da ogni padre terreno (insegnante, persona influente, sacerdote, padre biologico e/o adottivo).

Anche i genitori invitano i figli a volgere lo sguardo e riconoscerlo, giacché “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi”[103]. Nel nome di Dio-Padre, che viene custodito e trasmesso alle generazioni successive, sta tutto l'amore di cui ciascuno si sente destinatario con la vita ricevuta dai genitori e di cui conserva fedelmente e gelosamente la memoria. È questo amore fontale rispetto ad ogni vita la legge, il fondamento, la bussola dell'esistenza, che orienta, come la stella a Betlemme, il cammino dei figli. Quel Padre, che ha dato tutto, non può accontentarsi della lode, delle parole, del rispetto formale, dell'ossequio riverente. Lo dimostra la parabola dei due figli.   Sa distinguere le proclamazioni, le difese aprioristiche di appartenenza, le prediche, dalla vera carità ed in base a questo criterio fondamentale discerne anche la validità di un’appartenenza religiosa.

Si capisce come il rapporto col Padre celeste sia liberatorio di fronte ad ogni tentazione captativa dell'amore umano, in primis dell'amore paterno-materno, ma anche di quello sponsale. Laddove la psicologia e la psicanalisi si limitano all’analisi, alla denuncia, a qualche tentativo di faticosa ricostruzione dell’architettura della persona, l’opera sapiente dei cristiani capovolge le prospettive aiutando a leggere la propria storia dal punto di vista del cielo. Invocare il nome del Padre, non è solo una preghiera rituale; è l'attestazione della relazione ontologica scoperta nell’amore e nell’affidamento, appresa sulle braccia dei genitori, come un marchio che resta indelebile anche quando forse, da adulti, si farà fatica a riconoscere Dio con la ragione e invocarlo con le labbra.

La vita di fede è l’argine contro la tentazione della strumentalizzazione e del possesso dell'altro (“egli ti dominerà” non è solo tentazione maschile, ma di entrambi, nelle forme e nei modi propri) e contro la tentazione dell’attaccamento morboso (“verso tuo marito sarà il tuo istinto”, Gn 3, 16), espressione valida per la tendenza dissolutiva dell’io nell’altro o captativa dell’altro nell’io, sia da parte della moglie che del marito. Il matrimonio, per tenersi all'altezza della sua missione, deve rinnovare lungo tutto il corso degli anni il suo obiettivo di custodire e non violare la dimensione sacra dell'amato/a, sal­vandone la dignità, la sovranità, la dimensione verticale che rimanda al fondamento della stessa possibilità di amare. Nessuno può sostituirsi al dialogo intimo e misterioso che lo Spirito stabilisce direttamente con ciascuno, soffiando dove vuole. Si stabilisce così una distanza che rafforza l’amore   perché lo libera dalla pretesa di capire ed esaurire l’altro. L’uomo non conosce la donna né la donna l’uomo se non è Dio stesso, il creatore, che ne dispiega la cifra nel tempo, che li presenta l’uno all’altro. La spiritualità coniugale diviene credibile se capace di declinare insieme amore di Dio e del prossimo, amore dello spirito e della carne, in un cammino responsabile e creativo che si gioca sulla capacità di tener fede ai due pilastri della legge sfuggendo al duplice rischio: quello di rimanere fedeli all'a­more del prossimo dimenticando Dio e quello opposto di mettere Dio al primo posto dimen­ticando il tu. Gesù mette in guardia dalla tendenza a rimandare al cielo ciò che si evita di realizzare in terra, di riservare a Dio la cura sottratta al prossimo.

 

L’esperienza di Chiesa

Il primato di Dio nella laicità della vita sponsale non è una proclamazione a parole, sia pure della Parola, ma una vita di comunione costante che diventa nella fede esperienza di Chiesa. Essi possono contare sulla presenza del Cristo, secondo la sua promessa: “Dove due o tre sono uniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Questa “convivenza a tre” si realizza giornalmente, oltre il momento della celebrazione sacramentale, come viatico e sostegno alla gioiosità dei rapporti, al superamento dei conflitti e alla rigenerazione dell’amore. Ricordiamo qui il passo di Clemente Alessandrino: “Dimostra di essere veramente uomo colui che sceglie di non vivere da solo e senz'altro supera tutti colui che nel matrimonio, nella creazione dei figli e nella cura della casa oltre ogni piacere e dolore si mette alla prova e anche se preoccupato nel governo della famiglia non è mai separato dall'amore di Dio… Chi sono i due o tre riuniti in nome di Cristo, in mezzo ai quali sta il Signore? Non sono forse l'uomo, la donna e il figlio dal momento che l'uomo e la donna sono uniti da Dio?” (Stromata 7, 12, 70; 3, 10, 68)[104]. In tal modo la parola del Cristo “ciò che Dio ha unito” diviene realtà di ogni giorno grazie alla corrispondenza tra cielo e terra che è generata dall’amore “come in cielo, così in terra”. Dopo di che si potrà decidere in sintonia di collaborare in parrocchia, in un movimento, oppure di vivere il proprio cristianesimo all’interno della propria casa, nella dedizione ai figli, ai nonni, ai parenti, ai vicini. Il modo è secondario, ma se si cresce nella giusta dimensione scaturisce naturalmente il desiderio di fare della propria vita un dono.

 

Dunque essere sposi, essere genitori, essere figli in una prospettiva di fede vuol dire disporsi a testimoniare che in effetti Dio c’entra appunto con gli aspetti più normali, più comuni del vivere: c’entra, nel senso che il rapporto con Lui permette di portare dentro questi aspetti una pienezza e una ricchezza d’umanità altrimenti impensabile. Se nelle nostre case si saprà generare questo umanesimo dell’incarnazione, allora potrà ripetersi ancora oggi il miracolo di Nazaret: il miracolo di un Dio che ci da appuntamento là dove siamo, per regalarci il dono sorprendente della sua novità che salva e trasfigura[105].

Per far diventare le frontiere delle soglie, non basta la buona volontà, ma occorre una conversione del cuore, del pensiero, della stessa vita. Questa è la sfida positiva e stimolante che ci pone davanti Papa Francesco: non è una questione di migliore organizzazione della Chiesa sul territorio, ma di attuazione del principio conciliare del popolo di Dio in missione, in cui ogni fedele è chiamato a fare la sua parte.

 

L'invisibile presenza

     La reciprocità si alimenta della disposizione al servizio, sia nel matrimonio che nella verginità. Entrambe le vocazioni evidenziano la dignità umana del porre la propria vita a servizio dei fratelli. Benché nel matrimonio non sia abituale, circa l'innamoramento si conservano numerose testimonianze della disponibilità dell'a­mante a mettersi a servizio dell'amata. “Tuo servo” chiudono le lettere d'amore, senza alcuna vergogna, giacché è ritenuto quasi naturale, amando, volere il bene dell'altro e disporre della propria vita perché l'altro sia felice.

Comunemente si confonde servo con servilismo. Nella mentalità aristocratica, come pure nelle corrispettive strumentalizzazioni ideologiche della lotta tra le classi, la parola servo è stata troppo identificata con l'oppressione e lo sfruttamento, tanto da renderne incomprensibile il senso originario in ordine all’essere della per­sona, che qualifica la maturità umana e cristiana della persona.

In realtà, il servo è da considerare figura paradigmatica del cristiano, perché rap­presenta l'imitazione di Dio, è una dimensione essenziale dell'amore agapico, co­mune a tutte le anime grandi e in primis a Maria e Gesù, il servo di Jahvé: «Il figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire»[106]. È los tesso atteggia­mento di Maria: «Ecco la serva del Signore, mi accada secondo la tua parola»[107].

Simone Weil ha potuto parlare di Dio come servo e mendicante per amore, perché aveva intuito che il senso della Creazione e dell'incarnazione stessero in una dona­zione d'amore nella richiesta e nell’attesa di consenso. Nei suoi scritti tesse perciò l'elogio del servo, quando il termine esprime la disposizione di chi è profondamente e totalmente attento a, rivolto verso qualcuno a cui dare se stesso: «L'attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero. Nel lasciarlo… disponibile, vuoto… tutto in attesa e… pronto a ricevere il padrone come fa il servo. Il padrone era alle nozze e torna. Il servo veglia presso la porta in attesa che lui bussi. Il padrone ar­riva, trova il servo vigile, allora lo fa sedere e lui, il padrone, gli serve da mangiare. È solamente questa attesa, questa attenzione che può costringere il padrone ad un tale eccesso di tenerezza. Quando lo schiavo torna sfinito dal lavoro dei campi il padrone gli dice: “Preparami da mangiare! Servimi!” Lo tratta da sevo. Inutile. Un sevo che fa solamente quanto gli viene comandato. Certo… bisogna fare ogni cosa…perché chi non obbedisce non ama… Ma non basta! Non basta! Quello che costringe il padrone a farsi servo del servo non è fare, è la veglia, l'attesa, l'atten­zione»[108]. Senza l’attenzione vigile del vergine, senza l’amore disponibile e premu­roso del padre, senza la donazione quotidiana della madre protesa ai bisogni ed an­che alle domande inespresse dell’altro, l’amore si trasformerebbe nel suo contrario, ossia in invadenza e prepotenza.

Per vivere la comunità-Chiesa è fondamentale l'atteggiamento di servizio, che mette in moto le risorse di ciascuno nel circuito dell'amore reciproco attirando la presenza invisibile del Cristo, anch'Egli a servizio dei suoi figli e fratelli.

Gli sposi cristiani, che fanno dell'amore e del servizio reciproco la loro legge in­terna, sanno che la promessa della presenza del Cristo non conosce distinzioni tra vergini e sposati, santi e mediocri (“due o più” è riferito a chiunque). Chiedendo il matrimonio in Chiesa, essi dovrebbero sapere chiaramente di essere chiamati a di­ventare testimoni e realizzatori di quella promessa: «Dove due o tre sono uniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro»[109]. Eppure non è abbastanza diffusa la con­vinzione che questa convivenza a tre si realizza giornalmente, oltre il momento puntuale della celebrazione sacramentale, e che in tutti i frangenti più o meno felici della loro storia d'amore gli sposi sanno di poter contare sulla promessa del Cristo di essere presente come donatore di gioia, viatico per il superamento dei conflitti e delle asimmetrie, fonte di vita. Per il fatto che Dio si fa presente con i suoi doni, la coppia è “piccola Chiesa” e l'intesa intellettuale, affettiva, sessuale risplende di luce divina.

Senza quel terzo, è difficile sfuggire al rischio di una fusione indistinta, di una complementarità intesa come appoggio tra due identità “mezze mele”, incapaci di sostenersi e risorgere dalle mille morti dell'amore.     Il richiamo al terzo della relazione uomo donna (e in generale di ogni rapporto interpersonale) ripropone ciò che in altro ambito appare come la necessità del "terzo assente" per garantire la pace tra le nazioni. «Si dice — scrive Bobbio — “due sole persone non costituiscono una società”. Meriterebbe di passare alla storia un altro detto: “Due sole persone non stabiliscono un accordo duraturo”»[110]. Solo nel giusto equilibrio tra distanza e unità l'amicizia tocca le vette soprannaturali. Scrive S. Weil: «È impossibile che due cose si compongano bene senza una terza, perché è necessario che vi sia un legame che le congiunga. Il più bello dei legami è quello che crea la più grande unità tra sé e le cose create, e l'essenza dell'analogia è di compiere ciò perfettamente bene»[111]. Una relazione mancante del terzo, ferma ad uno schema binario, è una vicinanza di solitudini, priva di slancio, di quella scintilla di vita espressa nel termine reciprocità, terzo vitale per quel che riguarda il livello amicale, terzo istituzionale per quel che riguarda il livello oggettivo, terzo divino (il Cristo) per quel che riguarda la vita spirituale.

Come la media proporzionale consente l’unità dei diversi e la loro distinzione, essendo quel numero tra i due adeguato a ciascuno di essi, così, secondo S. Weil, il Cristo realizza il rapporto ideale al centro dei due. Egli, che ama abitare presso coloro che vivono uniti nel Suo nome, è il solo che può essere intimamente presente senza nuocere, ma anzi rafforzando i legami, rendendo la comunicazione realmente adeguata, armonizzando le differenze, unendo e distinguendo, donando il tempo della comunione e quello della lontananza, “presentandoli” l'uno all'altro (non solo Eva ad Adamo), svelandone i tesori agli occhi dell'altro, che non cessa di gioirne. Fa come a Emmaus, quando i discepoli sentivano ardere il cuore in petto ed Egli spie­gava loro le Scritture, perché riuscissero finalmente a comprenderne il senso.

Non sempre è stata messa nel giusto rilievo l’importanza della concordia come luogo, culla, calamita di quel “tesoro nascosto” che è la presenza del Cristo tra i due sposi, in grado di unirli e sostenerli oltre i momenti in cui il conflitto sembra mo­mentaneamente prevalere. Non è forse ancora adeguatamente compresa la portata di una promessa che appare come un potento flusso di cielo sulla terra grazie a quanti si servono e amano reciprocamente.

Che si sia vergini o sposati, vale comunque quella promessa di Gesù di essere pre­sente tra i suoi , di venire “ad abitare in mezzo” ai suoi e di fondare e rifondare con ciò la Chiesa nel mondo. Perciò agli uni e agli altri è richiesta oggi la visibilità di uno stile di vita basato sull’amore reciproco (“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli al­tri”[112]). Ogni comunità-Chiesa deve tenderre a costruire focolai nei quali la comu­nione fraterna sia luogo teologico della presenza del Cristo.

Ciò è fondamentale per i vergini, che non avrebbero altre ragioni per stare as­sieme. Nella Esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata, il tema della re­ciprocità infatti si trova in connessione con quello della comunione. «Alle persone consacrate si chiede di essere davvero esperte di comunione e di praticarne la spiri­tualità» (n. 46). Al n. 42 viene esaltata la reciprocità comunionale come luogo teo­logico primario dell'epifania di Dio, che consente ai consacrati di essere testimo­nianza nei confronti del mondo (missione): «Anche tra i discepoli non c'è unità vera senza questo amore reciproco incondizionato, che esige disponibilità al servizio senza risparmio di energie… Nella vita di comunità poi, deve farsi in qualche modo tangibile che la comunione fraterna, prima d'essere strumento per una determinata missione, è spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto (Mt 18, 20). Questo avviene grazie all'amore reciproco…».

Sia la verginità che il matrimonio educano alla vita di unità e quindi ad essere Chiesa. La prima sottolinea il “tutti” (quale amore, se ci si chiudesse ad una sola persona, dimenticando le altre?), la seconda l'intensità unitiva nei confronti di una persona e in/con essa delle altre (quale amore universale se ciò significasse una “toccata e fuga” senza fedeltà?). L'una e l'altra, vissute cristianamente, tendono ad ottimizzare la qualità della relazione interpersonale e dunque a realizzare quel desi­derio di unità che Gesù esprime nel Suo testamento.

Nel Cantico dei cantici si può intravedere il superamento delle diverse vocazioni nell'ottica della sponsalità mistica. Le contrapposizioni verginità-matrimonio, uomo attivo-donna passiva, carnalità-spiritualità sembrano felicemente ricomposte. Il gioco dell'amore consente a ciascuno di vivere l'altro: Gesù è insieme colui che chiama e risponde alla chiamata, lo Sposo e la Sposa, il vergine e lo sposato[113]. Parimenti nel Vangelo si annuncia un futuro in cui «essi non si sposano, né esse sono sposate»[114], spalancando orizzonti accattivanti verso la dimensione angelica (“come angeli”) del mistero della corrispondenza possibile tra l’unità con i fratelli e l’unità con Dio, i due aspetti in cui Gesù riassume il nocciolo della vita cristiana.

 

Domande:

       1.Come si presenta la vita liturgica e sacramentale della nostra comunità di famiglie? È uno spazio di gratuità e di bellezza, di fedeltà e di attenzione alla vita, nel quale il mistero celebrato incontra realmente l’esistenza di coloro che frequentano le assemblee liturgiche?

2. Proviamo a rileggere assieme i passi compiuti dopo il Concilio per rendere la partecipazione delle famiglie alla liturgia capace di esprimersi e di parlare dentro la cultura di oggi.

3. Le celebrazioni domenicali cui partecipano le nostre famiglie sono in grado di accompagnare le altre famiglie che le celebrano a vivere quest’azione di trasfigurazione della propria vita e del mondo? La celebrazione dei sacramenti ci aiuta a sentire la nostra condizione umana trasfigurata e quindi capace di condivisione e solidarietà?

4. Le celebrazioni cui partecipano le famiglie come vengono preparate, come coinvolgono la comunità presente, quali sono i punti deboli e le criticità presenti, quali le scelte da operare per rinnovarle o migliorarle?

5. Quanto l’attitudine filiale di Gesù col Padre – espressa nel suo stile di preghiera e nella sua consegna a noi nel sacramento dell’Eucaristia –, quanto lo stile della cura del Maestro di Nazareth, lo stile della misericordia di Dio Padre operante in Gesù stesso, è diventato l’ingrediente principale del nostro essere famiglie cristiane in questo mondo?

      6. La nostra comunità di famiglie ha al suo interno un gruppo che prepara le liturgie?

7. Mettiamo a punto un piccolo progetto, condiviso con gli animatori della liturgia, per qualificare sempre meglio le nostre assemblee liturgiche, a partire da ciò che riteniamo bisognoso di un miglioramento.

 

 

 

 

VI settimana

Introduzione alla Pasqua per convivere ogni giorno con il Risorto

 

1. Dall'Evangelii Gaudium

n.13

...Gesù ci lascia l’Eucaristia come memoria quotidiana della Chiesa, che ci introduce sempre più nella Pasqua (cfr Lc 22,19). La gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata: è una grazia che abbiamo bisogno di chiedere. Gli Apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò loro il cuore: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39).

...n. 174...

...La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia.

..n.262...Occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività.Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore si spegne. La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue dell’Eucaristia.

 

Dal discorso di Papa Francesco ( mercoledì 5 febbraio del 2014):

«Oggi vi parlerò dell'Eucaristia. L'Eucaristia si colloca nel cuore dell’«iniziazione cristiana», insieme al Battesimo e alla Confermazione, e costituisce la sorgente della vita stessa della Chiesa. Da questo Sacramento dell’amore, infatti, scaturisce ogni autentico cammino di fede, di comunione e di testimonianza.

Quello che vediamo quando ci raduniamo per celebrare l’Eucaristia, la Messa, ci fa già intuire che cosa stiamo per vivere. Al centro dello spazio destinato alla celebrazione si trova l’altare, che è una mensa, ricoperta da una tovaglia, e questo ci fa pensare ad un banchetto. Sulla mensa c’è una croce, ad indicare che su quell’altare si offre il sacrificio di Cristo: è Lui il cibo spirituale che lì si riceve, sotto i segni del pane e del vino. Accanto alla mensa c’è l’ambone, cioè il luogo da cui si proclama la Parola di Dio: e questo indica che lì ci si raduna per ascoltare il Signore che parla mediante le Sacre Scritture, e dunque il cibo che si riceve è anche la sua Parola.

Parola e Pane nella Messa diventano un tutt’uno, come nell’Ultima Cena, quando tutte le parole di Gesù, tutti i segni che aveva fatto, si condensarono nel gesto di spezzare il pane e di offrire il calice, anticipo del sacrificio della croce, e in quelle parole: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo … Prendete, bevete, questo è il mio sangue”.

Il gesto di Gesù compiuto nell’Ultima Cena è l’estremo ringraziamento al Padre per il suo amore, per la sua misericordia. “Ringraziamento” in greco si dice “eucaristia”. E per questo il Sacramento si chiama Eucaristia: è il supremo ringraziamento al Padre, che ci ha amato tanto da darci il suo Figlio per amore. Ecco perché il termine Eucaristia riassume tutto quel gesto, che è gesto di Dio e dell’uomo insieme, gesto di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

Dunque la celebrazione eucaristica è ben più di un semplice banchetto: è proprio il memoriale della Pasqua di Gesù, il mistero centrale della salvezza. «Memoriale» non significa solo un ricordo, un semplice ricordo, ma vuol dire che ogni volta che celebriamo questo Sacramento partecipiamo al mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo. L’Eucaristia costituisce il vertice dell’azione di salvezza di Dio: il Signore Gesù, facendosi pane spezzato per noi, riversa infatti su di noi tutta la sua misericordia e il suo amore, così da rinnovare il nostro cuore, la nostra esistenza e il nostro modo di relazionarci con Lui e con i fratelli. È per questo che comunemente, quando ci si accosta a questo Sacramento, si dice di «ricevere la Comunione», di «fare la Comunione»: questo significa che nella potenza dello Spirito Santo, la partecipazione alla mensa eucaristica ci conforma in modo unico e profondo a Cristo, facendoci pregustare già ora la piena comunione col Padre che caratterizzerà il banchetto celeste, dove con tutti i Santi avremo la gioia di contemplare Dio faccia a faccia.

Cari amici, non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per il dono che ci ha fatto con l’Eucaristia! E' un dono tanto grande e per questo è tanto importante andare a Messa la domenica. Andare a Messa non solo per pregare, ma per ricevere la Comunione, questo pane che è il corpo di Gesù Cristo che ci salva, ci perdona, ci unisce al Padre. E' bello fare questo! E tutte le domeniche andiamo a Messa, perché è il giorno proprio della risurrezione del Signore. Per questo la domenica è tanto importante per noi. E con l'Eucaristia sentiamo questa appartenenza proprio alla Chiesa, al Popolo di Dio, al Corpo di Dio, a Gesù Cristo. Non finiremo mai di coglierne tutto il valore e la ricchezza. Chiediamogli allora che questo Sacramento possa continuare a mantenere viva nella Chiesa la sua presenza e a plasmare le nostre comunità nella carità e nella comunione, secondo il cuore del Padre. E questo si fa durante tutta la vita, ma si comincia a farlo il giorno della prima Comunione. E' importante che i bambini si preparino bene alla prima Comunione e che ogni bambino la faccia, perché è il primo passo di questa appartenenza forte a Gesù Cristo, dopo il Battesimo e la Cresima».

 

Dal Sussidio del Patriarcato di Venezia per Firenze 2015:

..Cura e preghiera, per essere “umani” come Gesù. Da dove ripartire? Su cosa e su chi rifondare oggi le “ragioni della nostra speranza”? Non attorno a idee, astrazioni o, peggio, ideologie ma innanzitutto – spiega la traccia – dal “cercare l’autenticamente umano in Cristo Gesù” in quanto “il suo concreto vissuto umano rivela Dio in una suprema tensione verso l’uomo” il quale rappresenta, con un’espressione forte, “la periferia presso la quale Dio si reca in Gesù Cristo”. E proprio nella vita del Nazareno si scorgono “le due direttrici principali del nuovo umanesimo: la cura e la preghiera”. Curare come Gesù significa “custodire, prendersi in carico, toccare, fasciare, dedicare attenzione”; pregare come Lui ha fatto vuol dire comprendere tutto “alla luce del Vangelo”, vedere e ascoltare tutto “con lo sguardo e le orecchie di Dio”. Cura e preghiera sono i “modi in cui Gesù vive l’attitudine a mettersi – gratuitamente e per puro dono – in relazione con gli altri e con l’Altro, con i suoi conterranei e contemporanei non meno che col Padre suo”[115].

 

  1. Dalla Traccia

«L’uomo proviene dall’intimo di Dio», scriveva nel II secolo l’anonimo autore dello Scritto a Diogneto, perciò – potremmo parafrasare – è «impastato di Lui»: è la peculiare consapevolezza dell’umanesimo cristiano. «Umanesimo trascendente » non è un ossimoro, ma riconosce – come ha spiegato Romano Guardini – che le coordinate esistenziali, il donde e il verso entro cui l’umano si sviluppa pienamente, corrispondono a feritoie che permettono di intravvedere un Altro, non relegato semplicemente oltre l’uomo stesso. La divina trascendenza e la prossimità d’amore – che nel Dio annunciato da Gesù Cristo coincidono – diventano l’ordito e la trama che s’intersecano nel fondo più intimo e delicato della persona umana, rappresentato dalla coscienza (cf. Gaudium et spes 16). Molte sono le testimonianze che documentano esperienze d’incontro orante e silenzioso, di preghiera personale e comunitaria in luoghi significativi come le case di spiritualità, i santuari, i monasteri, gli eremi disseminati ovunque nel Paese. Nell’affanno della vita quotidiana, spesso schiacciata dalle tante pressioni esterne, emerge il desiderio di occasioni propizie al colloquio con Dio: una risorsa di umanizzazione che la Chiesa non può tralasciare. «Senza Dio l’uomo non sa dove andare – ricordava Benedetto XVI – e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia» (Caritas in Veritate 78). Nei contributi è insistente l’invito a sostenere la domanda, non solo rinviando a “professionisti dello spirito”, ma aprendo spazi di silenzio e di preghiera nelle parrocchie e nelle famiglie, nelle associazioni e nei movimenti, per offrire nella quotidianità il pane della Parola (lectio divina), il sostegno dell’Eucaristia (liturgia e adorazione eucaristiche) e la compagnia nel cammino (guida spirituale).

....È la vita sacramentale e di preghiera che ci permette di esprimere quel semper maior di Dio nell’uomo descritto sopra. La via dell’umano inaugurata e scoperta in Cristo Gesù intende non soltanto imitare le sue gesta e celebrare la sua vittoria, quasi a mantenere la memoria di un eroe, pur sempre relegato in un’epoca, ormai lontana. La via della pienezza umana mantiene in lui il compimento, perché prosegue la sua stessa opera, nella convinzione che lo Spirito che lo guidò è in azione ancora nella nostra storia, per aiutarci a essere già qui uomini e donne come il Padre ci ha immaginato e voluto nella creazione.

«Come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, – Lumen gentium 8 – così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cf. Ef 4,16)».

Questo è, per esempio, il senso della festa e della Domenica, che sono spazi di vera umanità, perché in esse si celebra la persona con le sue relazioni familiari e sociali, che ritrova se stessa attingendo a una memoria più grande, quella della storia della salvezza.

Lo spirito delle Beatitudini si comprende dentro questa cornice:la potenza dei sacramenti assume la nostra condizione umana e la presenta come offerta gradita a Dio, restituendocela trasfigurata e capace di condivisione e di solidarietà. Al Convegno verifichiamo la qualità della presenza cristiana nella società, i suoi tratti peculiari e la custodia della sua specificità. A noi, popolo delle beatitudini che si radica nell’orazione di Gesù, è chiesto di operare nel mondo, sotto lo sguardo del Padre, proiettandoci nel futuro mentre viviamo il presente con le sue sfide e le sue promesse, con il carico di peccato e con la spinta alla conversione.

 

 

3. L'esperienza dei beati Maria e Luigi

 

Maria in Radiografia di un matrimonio racconta le giornate da sposi con la struggente nostalgia di chi da lontano contempla il bene dell’amore matrimoniale gustato nei più comuni momenti della vita quotidiana: «Usciti di chiesa mi dava il “buongiorno”, come se la giornata soltanto allora avesse il ragionevole inizio. Ed era vero. Si comprava il giornale e salivamo a casa cominciando ad entrare nella vita quotidiana. Egli al suo lavoro, io alle mie occupazioni, ma portando ognuno, incessantemente, la presenza dell’altro. Ci ritrovavamo all’ora del desinare, e con quanta gioia aspettavo e udivo metter la sua chiave nell’uscio della sua casa, ogni giorno, ogni volta benedicendone con tutta l’anima il Signore. Conversazione serena che si faceva lieta e scherzosa, a mano a mano che il riposo lo ritemprava, che le notizie, le cose di casa lo interessavano, lieta e scherzosa, con un’abituale bonaria e fine ironia che serviva a tener sempre agile e vivace l’atmosfera familiare››[116].

Alla sera gli sposi si raccontano il rispettivo vissuto. «Era il momento della sua distensione. Parlavamo un po’ di tutto. Impressioni sulla politica del giorno – sugli uomini che se ne occupavano – osservazioni su colloqui e incontri della professione – su qualche contatto avuto. Le sue impressioni sempre acute, e benevole sempre. Qualche argomento di famiglia. La cena, il giornale – letto a voce alta e discusso – qualche brano di libro ameno in lettura, poi il rosario in comune e infine a letto. Vita serena, intellettuale, interessante, intima e riposante. Mai fatua, mai triste o pessimista. Vita vissuta nel senso pieno della parola. Non sorvolata, ma animata sempre nella gioia della conquista che portava con sé ogni minuto, con la gioia di stare insieme sempre nuova››[117].

Traevano forza dall’amore reciproco per affrontare l’indomani la nuova giornata: lei con la famiglia (il lavoro non le mancava mai, benché delegasse molte faccende materiali alla servitù, come allora si usava nelle famiglie borghesi), lui tra gli uffici, la stesura delle memorie, la burocrazia e poi a casa, pronto ad alzarsi a turno per i figli di notte, ad assisterli in caso di malattia, ad accompagnarli a scuola, a Messa la domenica, alle associazioni scoutistiche. Qualche volta, dovendo tornare in ufficio, si faceva accompagnare da un figlio o dall’altro. Essi consideravano un privilegio poter accompagnare il papà: il prescelto veniva accolto con grandi onori dai colleghi e dagli uscieri.

La vita coniugale si rivela ad entrambi sempre più come un cammino verso Dio attraverso l’amore del coniuge, dei figli, dei genitori, dei nonni, di quanti frequentano la casa e godono dell’atmosfera di unità che vi regna.

 

Sacerdozio dei genitori.

 

Maria e Luigi considerano un sacerdozio la loro donazione quotidiana ai figli, il loro trasmettere vita fisica, psichica e soprattutto spirituale, cosa che continueranno a fare fino alla morte, anche con i figli ormai lontani. Il sacerdozio dei genitori risplende nella trasmissione della fede tramite l’amore. Ella scrive: «Paragono le tue relazioni con Gesù a quelle che hai con i tuoi genitori, perché il loro affetto per te e i tuoi doveri verso di loro si assomigliano molto a quello che ha Gesù per te e quello che tu devi essere per lui…Orbene tu avrai tante volte provato come sia triste andare a letto la sera quando sei stato cattivo, facendo inquietare mamma e papà…forse non avrai avuto il bacino della buona notte e il piccolo segno di croce sulla fronte che è la santa benedizione di Dio per la mano della tua mamma» (SS000021, 40).

Ciò che conta, in quest’opera umano-divina, è che si stabilisca una catena spirituale e fisica tra generazioni, che va da Dio a Dio passando per le coppie.

Tale azione con-creatrice fa dei genitori un’icona di Dio padre e madre. Nel nucleo della loro unità nasce la fede, nascono le vocazioni più diverse. Per questo sembra a Maria che se ne possa parlare adeguatamente solo attraverso un linguaggio religioso, per esempio col termine “santuario”, che è un modo per riconoscerle la santità e il rispetto devozionale dovuto. «La tua famiglia deve essere un santuario», scrive e parla perciò di «culto», ponendo al centro la donna: «Se la tua famiglia deve essere un santuario, a te compete essere la lampada accesa che arde, affinché Dio ci sia perennemente glorificato»[118].

Nessuna associazione, anche la migliore, nessuna persona, può sostituire i genitori. Ciò vale non solo per lo Stato, ma anche per il sacerdote: «La madre non potrebbe essere sostituita né dalla scuola, né da qualsiasi collegio e neppure, oserei dire dallo stesso ministro di Dio, pur chiamato ad affiancare e integrare la sua difficile opera»[119]. E ancora, mostrando come la Chiesa passa per la famiglia ed è nelle mani della madre: «L’educazione materna deve dunque precedere e fiancheggiare ogni e qualunque altro genere di educazione deve essere dato ai propri figli»[120].

In lei il “sacerdozio della maternità” assume una profondità spirituale che si manifesta nell’offerta di sé ai figli e dei figli al Padre celeste, specie quando questo costa la sofferenza indicibile del distacco. Se i genitori vivono nella loro carne le sofferenze, le preoccupazioni e le gioie che ogni figlio procura, essi vivono la loro strada alla santità che li rende simili a Maria nell’offerta dei figli al padre celeste. Maria ha la chiara percezione della sua parte speciale in questo sacerdozio che vuole difendere come un diritto che Dio stesso dà alla madre, unitamente al padre, quello cioè di offrire il frutto del suo corpo e del suo sangue al Padre [121].

Considerando la vocazione del figlio, Maria scrive a Filippo: «Se questa voce che tu serbi da due anni nel cuore non sarà da nessun’altra affievolita…, leggerai fra non molto queste pagine mie: e siano esse... con l’aiuto del Signore la guida e la scorta di tutta la vita tua: siano l’Unzione sacra della tua mamma, di cui la benedizione che in quel momento, l’altro giorno, t’invocai dal Cielo, possa essere per te come un Sacramento perenne di amore… Hai tu cuore bastante? Come io, tua madre, cinque mesi precisi dopo la tua rivelazione, sacerdote a mia volta, senza riserve, ti detti a Lui?» (MF050322).

Così esprime lo stesso concetto a Cesarino: «Ieri, nel vedere anche te con l’abito talare, vicino a tuo fratello, nell’offrire anche te, ed in modo più completo, al Signore, mi sentii, figlio mio, il tuo sacerdote. Avevo già pensato, il 6 novembre di aver fatto un po' come la Vergine Santa, allorché presentò al Tempio il suo Unigenito... Io v’ho presentato in due, e più, vi ho offerti, con le mie mani al Divino Sacrificatore e Signore, come un’unica ostia bianca, come la più pura parte di me - madre vostra, più secondo lo spirito, che secondo la carne. Perciò mi sentii nel diritto di chiamarmi anche il vostro sacerdote» (MC181124).

Maria continua perciò nel tempo, quando più quando meno, ad essere maestra dei suoi figli senza alcuna concorrenza con i superiori, ma anzi sostenendoli facendo perno sulla sua influenza materna e sulla conoscenza unica che ha dei figli: «Aprimi per intero l’anima tua - non per nulla mi sono affermata il tuo sacerdote: e il sacerdote ha diritto sulla vittima che immola - vedi come Gesù la dolce vittima d’amore conferisce al sacerdote ogni diritto su te stesso? Come si lascia “lavorare”? Io non intendo menomamente ed è troppo ragionevole, intromettermi fra te e il P. Maestro che deve esser la tua guida - ma so che quel che dico non può assolutamente contraddirlo. Soltanto ti dico, figlio caro dell’anima mia, che per la conoscenza che ho di te, per il diritto della mia soprannaturale maternità che ieri dal mio dono mi ha come riconsacrata, ti dico, apriti e lasciati lavorare con la confidenza stessa che Gesù ha verso i suoi ministri, sia dal P. Maestro che da Mamma tua, con la docilità stessa di Gesù, “che si fece obbediente fino alla morte, e morte di croce, onde Dio gli dette un nome che supera ogni altro nome”». Aggiunge in post scriptum: «Chiedi al P. Maestro, che ossequio, se non sarebbe bene, per te, aprire come un diario ove segnare i più importanti fatti spirituali del giorno: combattimenti, vittorie, piccole infedeltà, propositi, qualche lettura che ti abbia colpito di più» (MC181124).

Di tanto in tanto non mancano consigli spirituali offerti come mamma che intuisce il percorso dell’anima del figlio e ne conosce le fragilità, ma con la necessaria distanza per rispettare la diversa vocazione dei figli: «A proposito – scrive a Cesare ?­­ ti rispondo in merito alla tua lettera e ti rispondo con tutta l’anima, ma nel perfetto possesso delle facoltà critiche…Bada bene: ti ripeto che ti parlo soprannaturalmente escludendo il sentimento umano e la trepidazione materna» (MC040241).

L’espressione “sacerdozio materno” è inclusiva anche del padre, come qualche volta viene esplicitato, sentito unitissimo alla madre nella stessa donazione, nello stesso scambio misterioso di doni col Padre celeste: «Sentii e compresi che io e tuo padre eravamo ministri, in quella cerimonia, ministri quasi necessari, che ratificassero presso Dio, quanto tu andavi facendo, e unii al tuo, il mio suscipe, con un certo senso di autorità; come se insomma la mia povera voce e quella di papà contribuissero a rendere efficace pur il sacrificio che comporta quella tua grande donazione. Ed ero fiera di farla, e rimasi in piedi, e senza una lacrima, per tutta la funzione. Non è un fatto comune che le povere creature umane possano dare a Dio, il supremo Padrone di tutti, qualche cosa di così proprio, come un figlio, e di così suo, nel tempo stesso. Ecco perché ero felice, e credo che Gesù abbia con quel suscipe che dicemmo all’unisono, gradito l’associarsi delle nostre voci che esprimevano libere volontà, e grande amore… Così io ripetevo con vera confusione il Magnificat, il povero magnificat dell’anima mia, nel senso che Iddio, concedendomi in quel giorno tanto onore, non aveva tenuto conto della indegnità mia, ma soltanto della Sua immensa Misericordia. Non so bene spiegarmi, ma penso che tu mi capirai» (MF201129).

Nella stessa lettera chiede in segno di reciprocità a Filippo di portare a Dio la sua anima, distinguendo il suo sacerdozio da quello del figlio e unendoli nella stessa sostanziale donazione a Dio: «Sei già tutto di Dio ed aspetti che Dio divenga tutto tuo, sull’Altare. In quel giorno a cui tendo continuamente … porterai tu a Dio l’anima di tua madre; io non avrò, alla tua Messa, una parte maggiore di quella che possa avervi qualsiasi altra fedele. La mia donazione l’ho compiuta il 13 novembre passato» (MF201129).

Questa forte convinzione del “sacerdozio materno” col tempo si stempra della soggettualità dell’azione, diviene molto più “mariano”, rispettoso realmente di una distanza madre-figlio che, oltre la simbiosi naturale, è premessa dell’unità che Dio compone sul nulla di ciascuno. Maria avverte il vuoto interiore del suo essere come persona e come madre. Contempla solo l’azione di Dio e ne gode riconoscendosi “servo inutile”: «Quando avete fatto la professione solenne, io ero partecipe della donazione, ero direi, quasi il sacerdote che rendeva valido l’atto vostro; ero io, vostra madre che vi donava al Signore, facendo dinanzi e sull’altare sacrificio di voi. Ero insomma Abramo, che immola il suo Isacco… Ma all’ordinazione, io compresi che non ero più nulla. Che Iddio da padrone ti aveva scelto. “Non vos eligistis me, sed Ego elegi vos”…Il Signore fa sentire a momenti verità sostanziali che non ci giungono nuove, ma che mai comprendemmo così, perché la nostra intelligenza limitata non poteva giungere a tanta potenza di assimilazione di una verità. E allora sentii che era tutta una grazia di predilezione che mi confuse ancor più… E tu questo devi considerare…per essere tu stesso dinanzi a Lui, continuamente, una vera ostia di lode» (MF311230).

 

“Fedeltà nel minimo”

 

Un tratto tipico della spiritualità dei coniugi Beltrame Quattrocchi, per un verso capace di toccare la mistica e per l’altro verso profondamente laicale, è la tensione a santificare il quotidiano, non puntando tanto su grandi gesti, quanto sulla conformità interiore al Vangelo: «La fedeltà nel minimo, che più campo e più vedo essere l’eroismo che fa santi e la prova più autentica della nostra generosità con Dio» (MF150150). Lo raccomanda Maria a Filippo il giorno dopo la sua entrata in seminario: «Sii fedele nel minimo, per amore e ti farai santo, è la via della piccola Teresa, è la preparazione doverosa all’apostolato» (MF071124).

Nulla è insignificante degli atti apparentemente banali: pensieri, intenzioni, parole, azioni divengono il luogo privilegiato per   rivestire di luce la vita. L’agire di chi è unito al Cristo, qualunque azione compia, appare come una magìa che santifica tutto. Non c’è più qualcosa che appartiene alla sfera del sacro, perché è lo sguardo dell’anima santa che santifica il mondo. Perciò nessuna azione può essere considerata piccola se adempie al dovere cui siamo stati chiamati, se si inserisce nel disegno di Dio, quasi come una Sua manifestazione. Gli eventi della vita costituiscono comunque un richiamo al dialogo con Dio, ripetuto in mille variazioni, in mezzo alle faccende della casa e della cura dei figli, parlando col marito o con la cameriera, scrivendo una lettera o leggendo un libro, nell’impegno in parrocchia o andando a teatro.

È ciò che viene ricordato spesso con la frase “Age quod agis”, che è un invito non a mirare alle grandi cose, presumendo di poter realizzare opere eccezionali e raggiungere una santità superiore alle proprie forze. Il percorso della kenosi dell’io, da non confondersi con la rinuncia, il vittimismo, la pusillanimità, viene simboleggiato da Zaccheo che deve affrettarsi a “scendere”, dopo essere “salito” sul sicomoro, simbolicamente luogo dell’innalzamento dell’io. Egli pensa di dover “crescere” per poter vedere Gesù, mentre il Maestro gli chiede di ridiscendere per poterLo incontrare nell’intimo dello Spirito: “Oggi devo dimorare in casa tua”. Solo unito a Gesù, Zaccheo riuscirà a vedere la realtà con occhi nuovi e a rendersi conto di aver frodato il prossimo[122]. Tutti le appaiono chiamati, come Zaccheo, a scendere, a farsi umili apprendendo da Gesù l’arte del nascondersi a Nazareth.

Age quod agis significa semplicemente adempiere fedelmente e solennemente agli obblighi del proprio stato: «Non sottrarre alla tua occupazione niente di ciò che le compete, fosse pure per pensare a qualcosa di migliore, poiché in quel momento il vero e assoluto migliore è per te l’adempimento fedele della tua occupazione presente… Il senso della tua dignità e della tua lealtà ti impone questa correttezza»[123].

Questo agire fedelmente alla propria vocazione consente a ciascuno di assolvere al debito che nascendo contrae nei confronti di Dio, della nazione-patria, della famiglia, di se stesso. Non si è venuti a caso, ma con un compito da assolvere; non si vive in uno spazio vuoto e indeterminato, ma in un luogo specifico, in una famiglia, in una classe sociale, in una nazione. La santità si realizza nella storia di ciascuno, è contestualizzata nel tempo e nello spazio: «Dunque nello stato in cui la tua nascita con tutte le relative circostanze ti ha posto, per divina volontà, è il vero luogo dove dovrai esercitarti alla virtù»[124]. Come anello di una catena innumerevole di persone, ciascuno è portatore del testimone che ha ricevuto da quanti l’hanno preceduto, a cominciare dai genitori, e che deve consegnare a quanti seguiranno: non si è venuti al mondo da soli, ma convocati da altri. La riconoscenza per la vita ricevuta si traduce nell’impegno di lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato.

Essere stati convocati al banchetto della vita richiede una partecipazione attiva e interessata ad ogni suo aspetto (nihil humani a me alienum puto), un vivere pienamente la vita che non consente di abbandonarsi ai sogni, alla noia, all’inganno della fantasia di altri luoghi, altre situazioni di vita.

È interessante notare che quando Maria raccomanda di porre riparo all’insorgere di difetti come la collera, la golosità, la prepotenza, la ribellione, l’egoismo, la falsità, aggiunge la mancanza di gioia. Ritiene infatti che la gioia e la capacità di ridere siano segni tipici della serenità del carattere, del gusto della vita piena, libera dalla tendenza a fare di ogni sofferenza un peso insopportabile con conseguente caduta nella depressione, nell’isolamento, nell’apatia[125]. I ragazzi vanno educati all’ottimismo, e non indotti alla convinzione che gli uomini sono tutti cattivi e che la vita è solo un soffrire continuo. Meglio una risata in più, magari di quelle incoercibili, come un moto convulso che si scatena quando non si dovrebbe ridere (in chiesa, nelle assemblee, nei momenti di lavoro), piuttosto che la tristezza di ragazzi incapaci di ridere e di entusiasmarsi.

Nella Radiografia vengono ripetute le parole “spicciole”, “piccine”, “piccole” che danno il senso dell’importanza attribuita da Maria a questa spiritualità familiare giocata nella quotidianità: ‹‹Vita spicciola di ogni momento – fatta di mille e mille pensieri, osservazioni, riflessioni – diventata sempre più in profondità, in estensione, in altitudine, vita di comunione totale: “ut unum sint” – di mille azioni anche piccine – di mille attività di ogni genere – di mille aspirazioni comuni – di mille piccole gioie effettivamente gustate e godute››[126]. Una santità “spicciola” è fatta dal dare un bicchiere d’acqua, rispondere con dolcezza, sopportare un capriccio, soffrire una mancanza, rispondere con un sorriso ad un’offesa…., atti e “capriole” interiori che possono passare inosservati a chi ha l’attenzione rivolta ai grandi gesti, ma danno sapore di santità alla vita di famiglia[127].

Gli sposi si abituano così a riconoscere la voce dello Spirito non solo in occasione di eventi “speciali” o nei luoghi preposti al culto, ma in mezzo alle occupazioni di ogni giorno. Teresa di Lisieux lo conferma, pur avendo personalmente abbracciato la spiritualità carmelitana, così ricca di preghiera e di penitenza: «Capisco e so per esperienza che “il Regno di Dio è dentro di noi”. Gesù non ha affatto bisogno di libri né di dottori per istruire le anime; Dottore dei dottori, Egli insegna senza rumor di parole. Mai l’ho udito parlare, ma sento che Egli è in me, ad ogni istante mi guida, mi ispira quello che devo dire o fare. Scopro, proprio nel momento in cui ne ho bisogno, delle luci che non avevo ancora visto: il più delle volte non è durante le orazioni che sono più abbondanti, ma piuttosto tra le occupazioni della giornata»[128].

Se la vita quotidiana è stata considerata da una tale mistica il luogo teofanico di Dio, tanto più essa può esserlo per le famiglie, che vivendo bene le fatiche dei gesti spesso ripetitivi, momento per momento costruiscono il filo animatore dell’agire apparentemente senza senso. Un fattore x, apparentemente insignificante e minimo, entra in gioco in modo decisivo nel loro cuore e nell’intreccio degli eventi, rendendo sempre nuova anche la vita del più infimo degli operai alla catena di montaggio. Quel fattore pro-agisce, lavora a vantaggio degli sposi, traendo il meglio dalle condizioni date.

 

Consigli di una madre di famiglia

I libri di spiritualità vanno molto al di là di quello che ci si potrebbe aspettare da una madre di famiglia, una laica non consacrata o, come avrebbe detto scherzosamente I. Giordani, “sconsacrata”. Se in altri scritti il lettore contemporaneo può trovare qua e là convinzioni datate, in quelli più direttamente spirituali, e specie in Il fuoco à da ardere, non potrà non essere interiormente toccato da una spiritualità pura e intramontabile, tutta nutrita del succo del Vangelo distribuito a piccole dosi, in una meditazione che tende a trasformare interiormente il sentire dei cristiani, perché «se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.»(Mt 5, 1)[129].

Conferma padre G. Lagrange nella prefazione (1940): «Mentre l’autrice intese con queste pagine vissute di venire incontro a coloro che nell’esercizio dell’apostolato avessero perduto o affievolito lo spirito interiore, affinché ritempratesi possano efficacemente riprendere la loro vita di generosa attività per le anime, noi abbiamo trovato un’intima armonia fra le leggi di spiritualità altrove ampiamente trattate, in accordo anche con gli antichi maestri di mistica, e questo lavoro, frutto di personali esperienze e meditazioni»[130].

Seppure vi sono echi di una concezione “potente di Dio” (l’Essere che ha “un potere assoluto”), molto più frequentemente l’attenzione viene portata sul rapporto d’amore tra l’anima e Dio, cuore dell’agire, del pensare, del parlare per tutti i cristiani, consacrati nei conventi, sacerdoti o laici. Per questo Maria raccomanda ai figli di considerare i tre voti non come un fine, ma solo come un mezzo eccellente per esercitare la carità. Niente ha senso senza la carità e niente è piccolo e insignificante con essa. Diversamente il rischio del formalismo è sempre in agguato, specie per i monaci[131].

La stessa funzione ha per ciascuno la parte di sofferenza che ha da portare nella propria vita, i travagli quotidiani che la puntellano, da affrontare con l’aiuto delle risorse che lo Spirito mette a disposizione delle anime. Maria insegna a far tesoro di tutto, senza considerare alcuna cosa banale o insignificante, con una sensibilità squisitamente laicale, che valorizza ogni piccolo gesto, inserendolo nell’orbita del linguaggio di comunicazione tra Creatore e creatura.

Più che il come, il quando, il dove, Dio guarda al cuore, all’amore, che è il succo del messaggio di Gesù, comunicato giorno dopo giorno e soprattutto quando la fine era ormai prossima e la sua dottrina appariva come distillata, concisa, essenziale; amore donato con l’Incarnazione, confidato nella Parola, consegnato nell’Eucarestia («O res mirabilis — ripete con S. Tommaso — manducat Dominum pauper, servus et humilis»).

Quando la comunità dei discepoli sembra raccolta e il traditore si è già allontanato, Gesù parla con accorata insistenza di amore a coloro che, pur essendo stati tre anni con lui, sembrano ancora tremendamente avari di questa dote essenziale. Maria si mette nei Suoi panni e parla a nome Suo: «Vi ho dato la mia incarnazione, i miei insegnamenti, il mio esempio, vi ho formato come bambini, alla mia dottrina, ora vi lascio con quest’ardente raccomandazione: “ Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” Gv 13, 34-35)»[132].

Maria-Gesù rivive qui l’amore materno verso i “figliolini” perché è convinta che “la santità è amore” e che l’amore, nella dialettica di Dio, si nutre della scienza sublime, la scienza della croce. Nell’amore il sacrificio diventa un dono per gli altri: «Ama il sacrificio – consiglia Maria a Cesare ?­ e senza cercarne a posta, accogli con amore tutte le contrarietà, o gli sforzi, o i tedii, o le contraddizioni della giornata, per Lui, per dimenticare te stesso, per esser santo, meglio ancora per beneficare le anime» (MC181124).

Il ruolo del dolore nella vita spirituale è non come una sorta di masochismo o di autoesaltazione, ma solo come amore distillato: «Sine dolore non vivitur in amore» ripete Maria riprendendo l’Imitazione. Chi sa vivere il dolore infatti vi scopre una fonte di più pura gioia: ‹‹La gioia, quasi sempre frutto di sacrificio. La gioia del dono dei figli in spirito di fede e di pietà. Gioie dell’ascesa vissuta, anche se dall’umiltà non avvertita. La crescente pietà con crescenti vittorie. La potenza di sacrificio di un cuore dilatato dalla ininterrotta conquista della virtù, giorno per giorno, con coraggioso lavoro, con lotte silenziose. Gioia di una conoscenza di Dio sempre più intensa. Sacrificio della materia allo spirito. Sacrificio costante distacco da sé che rende liberi di libertà vera, e che è gioia››[133].

È più frequente in Maria, col passare degli anni, la meraviglia di fronte alla serenità che Dio dona nel sacrificio, come una sorpresa inattesa che non va sciupata. In una lettera del 1932 si sforza di comunicare a Luigi questa sua convinzione spirituale perché non perda tempo a piangere: ‹‹Tutta la lettera denota un atteggiamento di spirito abbastanza nero. Che tu soffra caldo e solitudine lo comprendo e me ne rendo conto. Però mi sembrerebbe che con maggior spirito di sacrifizio dovrebbe esserci più serenità… Ti dico tutto questo perché, via, non c’è motivo di dar tanto peso alla malinconia, e il Signore ha motivo specialmente da noi di esigere un po’ più di serenità e di letizia anche nei secondari sacrifici che ci chiede. Sono tanto addolciti di grazie di ogni genere… non ti pare? Tu mi dirai - se sei ancora nero - che ti faccio una predica. Ma guarda è una cosa che dico sempre anche a me stessa, allorché mi avvedo di non esser sempre serena dinanzi al pungolo che tu sai e dinanzi alle molteplici occupazioni che mi tengono la mente occupata›› (ML040832).

     Vivendo nell’amore si sta nel corpo mistico del Cristo, svolgendo ciascuno, creativamente, il compito indelegabile che la vita affida e che sostanzialmente consiste nell’essere con-costruttori dell’unità della famiglia umana («uno in Te come Tu sei uno col Padre, affinché tutti siamo consumati nell’unità»[134]).

Tutto ciò che si è ricevuto in dono deve essere rimesso in circolo per il bene comune, non solo i beni materiali: «…impossibile che uno sostituisca l’altro… per le peculiari tendenze che sono eredità di generazioni, per la incapacità e le carenze che la natura ha posto in ciascuno di noi, affinché ci persuadessimo che non possiamo fare a meno degli altri, in qualsiasi condizione ci troviamo; che abbiamo bisogno di tutti, che dobbiamo tutti impegnare la nostra parte di capacità e renderci utili al prossimo, e ricorrere agli altri, perché a loro volta, siano utili a noi»[135]. Altrettanto vale per i legami invisibili della Chiesa purgante e trionfante.

La Parola, le parole

La lunga confidenza di Maria con la Parola, quella scritta e quella sussurrata interiormente all’anima, la porta a pensare alla storia della Chiesa come ad una Pentecoste continuata, in cui lo Spirito non cessa di effondere i suoi doni per introdurla nel tempo alla “verità tutta intera”[136]. La Sua Parola si fa sentire sommessamente nell’intimo, come un sussurro che contrasta col vociare superficiale delle piazze e con il fragore di chi ritiene di poter dire le parole che contano alzando la voce, in modo da ridurre al silenzio gli altri. Maria vuole che il linguaggio della spiritualità conservi il suo mistero, andando dritto all’anima, per attirarla a sé senza forzarla[137].

Le parole che raggiungono il cuore cadono silenziosamente come la neve, si diffondono in maniera carsica, si riconoscono perché portano all’anima come un balsamo di verità. Esse penetrano raggiungendo profondità sconosciute, «anzi tanto più penetrano nell’intimo, come le grosse, silenziose gocce d’un temporale estivo destinate a raggiungere le secrete viscere della terra buona, e più scendono calme, quasi solenni, quasi comprese dall’alto mistero di fecondazione loro commesso»[138].

La Buona Novella si ripropone così nella sua perenne novità, imprevista e imprevedibile, nel suo stagliarsi infinitamente al di sopra dei sentimenti e delle virtù dei cristiani di oggi come degli Ebrei di allora, rigidamente attaccati al formalismo talmudico, lontani mille miglia dalla logica rivoluzionaria che Gesù propone. A rinnovare l’interpretazione della Scrittura nel tempo è preposto il Magistero, a cui Maria e Luigi guardano per orientarsi, con affidamento senza riserve, ma anche badando a non fermarsi alla lettera, all’osservanza formale, per risalire allo spirito che le anima e le trascende. Lo testimonia don Paolino con riferimento a suo padre: «Per lui la voce del Magistero tanto sul piano dogmatico che su quello morale era voce di Dio. Il che non esclude che, a determinati livelli non essenzialmente collegati né alla Rivelazione né al magistero ufficiale della Chiesa, egli potesse vivere qualche esperienza di dissenso, nel libero esercizio di una retta razionalità e di un saggio discernimento non necessariamente collegati alla fede» (CPLBQ, Don Paolino Beltrame Quattrocchi, ad 25).

Per il cristiano d’oggi anche il Vangelo, preso alla lettera e non interpretato attraverso una sapiente ermeneutica, può divenire incomprensibile e contraddittorio. Maria aiuta perciò il lettore a ragionare in modo creativo, a mettersi in sintonia con lo stile di Dio, che cammina con gli uomini e tiene conto della loro fragilità, della “durezza dei cuori”, attendendo la pienezza dei tempi per perfezionare la legge.

Questo metodo della fedeltà-innovazione è lo stesso del Cristo, servo obbediente e insieme originale innovatore della legge, sempre pronto ad avvertire i suoi seguaci di quello che di nuovo sta accadendo sotto i loro occhi. «Avete udito dagli antichi: non uccidere… ma io vi dico: chiunque si adira contro il proprio fratello è reo di giudizio»( Mt 5, 22); «Avete udito che fu detto: non fornicare, ma io vi dico: chiunque guarda…»( Mt 5, 28); «Fu detto anche: chiunque rimanda la propria moglie le dia il libello del ripudio. Ma io vi dico…»( Mt 5, 31-32); «Avete anche sentito dire dagli antichi: non spergiurare, ma osserva i giuramenti fatti al Signore; ma io vi dico di non giurare affatto…”( Mt 5, 33); «Avete udito che fu detto: occhio per occhio dente per dente. Io però vi dico di non opporvi al male. Se uno ti percuote sulla guancia…»”( Mt 5, 38); «Avete sentito dire: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; io però vi dico: “amate i vostri nemici” sono tutti questi contro-comandi riconducibili alla volontà di perfezionare la legge avendo per modello il Padre celeste: «Siate dunque perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli»[139].

L’occasione è propizia per riflettere sul linguaggio, lontani dalle riflessioni autoreferenziali della linguistica, per concentrare l’attenzione sullo spirito e sulla essenzialità del Vangelo. Per un parlare denso di significato, bisogna aver appreso l’arte del silenzio («c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere», Qo 3, 7), cui si viene ricondotti dalla mansuetudine dell’Agnello «muto dinanzi a colui che lo tosa»[140]; «Iesus autem tacebat»).

Quel sublime silenzio è di insegnamento per l’uomo e la donna contemporanei, abituati a fiumi di parole vuote e oziose che chiacchierano del più e del meno, riempiendo il tempo di suoni inutili, che parlano con enfasi dei successi e si lamentano all’infinito delle sconfitte, che celebrano l’io e riguardo al tu sono parchi di lodi e abbondanti nelle critiche.

Maria si appoggia a S. Giacomo: «Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo» (1Gc 3, 2). Troppo spesso il parlare tra amici si riduce ad esaltare i piaceri e sbraitare di fronte ai dolori, a dare risposte scontate senza aver prima ascoltato, ad adagiarsi sull’insipienza livellatrice dei dictat delle mode, delle frasi convenzionali, delle esclamazioni retoriche e stereotipate. Per non parlare della menzogna, della maldicenza, della calunnia. «La calunnia è un venticello…», secondo la celebre aria del Barbiere di Siviglia. Maria a sua volta paragona la maldicenza al gas che obnubila e intossica: «quell’insinuazione venefica come un gas inodore che s’interna, passa i muri, attossicando ogni cosa senza che alcuno si renda conto onde venga e che sia… e il veleno agisce, l’uditorio è conquistato, e pieno è il trionfo della malizia mendace e ipocrita»[141].

Le parole sono superficiali e controproducenti, soprattutto nei momenti di dolore, quando sottraggono all’evento quel qualcosa di sacro che meriterebbe di essere custodito nel silenzio. «Dolore austero e geloso degli sguardi profani che potrebbero offenderlo, deviandolo dallo scopo e dalla missione conferitagli dal Cielo e sottrargli in qualche modo la funzione risanatrice della quale è investito… Tacere quando si è colpiti da ingiustizie, da incomprensioni, da ingratitudini, da calunnie!»[142].

«Ch’io non condanni, ma difenda immediatamente», chiede Maria desiderando farsi avvocata piuttosto che giudice. Suggerisce perciò di interrompere immediatamente ogni tentazione di rimproverare, di dare suggerimenti e ammaestramenti frettolosi: «Lascerò di insegnare e correggere, se non vi sono obbligato in coscienza, ma accoglierò con lieta gratitudine il dono d’un avvertimento, da chiunque sia fatto. Lascerò di valermi delle rischiose attitudini di intuire il segreto delle coscienze e dei cuori, per non farmi giudice temerario o senza pietà»[143]. E ancora: «Noi siamo spietati accusatori dei fratelli, col fucile spianato per cogliere a volo i loro falli, che nella nostra malvagia immaginazione ingrandiamo all’inverosimile… E dimentichiamo il gran debito che ci abbonò Nostro Signore»[144].

Ricordando a tutti la responsabilità nell’uso del linguaggio, Maria lascia trasparire l’esperienza diretta che hanno fatta da lei e Luigi del male che si può fare: «Parole indelicate, indiscrete, imprudenti, che feriscono, urtano, chiudono l’anima altrui ad ogni espansione o confidenza filiale o fraterna… parole insidiose, dette con l’intenzione di colpire… parole malevole, maligne, malvagie, destinate a sopraffare… parole di adulazione o di falsa amicizia. Parole di sospetto o giudizio temerario, di calunnia, di detrazione, di maldicenza, proferite in assenza delle persone che ne sono l’oggetto. Parole ironiche, sarcastiche, motteggiatrici, ispirate di spirito critico spietato e inesorabile e intese a demolire col ridicolo chi non sa né può difendersi, destinate a costruire il piedistallo di chi le pronunzia, sopra quelle stesse rovine. Parole risentite, provocatrici, violente, che negano ogni comprensione o compatimento, vietano ogni chiarimento e giustificazione… parole offensive, scorrette, volgari, irritanti. Imprecazioni, giuramenti (fatti o pretesi). Menzogne, riserve mentali che patteggiano più o meno familiarmente con le bugie. Esagerazioni, alterazioni comunque di realtà… a proprio vantaggio e allo scopo di farsi ragione»[145].

Soprattutto rischioso è il parlare per chi fa apostolato e usa di mestiere le buone parole finendo col tradirne il senso, inquinando la vita spirituale, mescolando al Vangelo opinioni personali, magari aggiungendo frasi taglienti e controproducenti.

Maria elenca i difetti tipici delle anime pie: retorica e ampollosità delle parole, eccesso di attivismo, attaccamento al successo delle proprie azioni, severità nel giudicare gli altri, rigidità nell’applicazione della morale.... e conclude che non si può essere maestri senza aver fatto proprio lo stile evangelico, essenziale, scultoreo, capace di trascinare per la sua intrinseca forza soprannaturale.

Maria chiede dunque a Gesù il dono di porre sulle sue labbra il sigillo del Suo santo Nome, perché non le esca di bocca una sola parola, se non dopo che il dire sia stato «come filtrato attraverso di Esso, aspirando l’ineffabile carità che ne emana; che non osi sorpassarlo senza che prima la Sua fragranza e la Sua dolcezza, la Sua giustizia e la Sua forza congiuntamente, non abbiano pervaso la mia parola, e che questa mia parola non sia bagnata nel tuo Sangue divino»[146]. È il Maestro l’ispiratore delle parole benevole, di cui noi invece siamo così avari: «Ogni parola di benevolenza è stilla di carità, che sgorga direttamente dal Cuore di Dio sulle nostre labbra, per essere deposta nel cuore dell’uomo e procurare, diffondere e radicare altro amore»[147].

 

Consigli per la vita interiore

Per Mara e Luigi l’epoca contemporanea richiede una conversione rinnovata, una consapevolezza maggiore della propria vocazione, un cristianesimo purificato dalle prove che l’anima deve affrontare. L’anima è invitata a compiere un cammino d’avvicinamento a Dio lungo quanto la vita, passando da uno stadio ad un altro della spiritualità, paragonabili alle fasi della vita: infanzia, adolescenza, giovinezza.

Maria ne parla in Il fuoco à da ardere, un libro che, come Lux vera, mostra più chiaramente l’altezza spirituale raggiunta. Le cinque parti del libro contengono brevi meditazioni corrispondenti alle prime cinque invocazioni dell’orazione domenicale. Si concludono con una preghiera che Maria rivolge direttamente a Dio, mettendo il lettore a diretto contatto con la sua anima, e sottraendo così l’argomento all’impressione che si tratti di omiletica.

Dopo la conversione iniziale, inizia la vita purgativa, ossia la catarsi rispetto al peccato, attraverso la preghiera e la mortificazione. Segue la vita illuminativa, quando l’anima aderisce docilmente alle ispirazioni dello Spirito e pratica le virtù. Infine nella fase unitiva l’anima sta costantemente alla presenza di Dio.

I passaggi da una fase all’altra non sono indolori; implicano momenti di crisi, di prove ed anche cadute che delineano un percorso irregolare, talvolta a sbalzi, regressivi e progressivi, sempre orientato a provocare il superamento dell’uomo vecchio e a sgombrare gli ostacoli che si frappongono tra l’anima e Dio.

Viene dato risalto all’ascolto del senso degli eventi («l’événement sera notre maitre interieur», diceva Mounier[148]), che offrono occasioni di conversione e di nutrimento per l’anima: «In quel libro che mi vien suggerito, in quella pratica di virtù che Tu mi ispiri, in quella parola, da chiunque sia detta, che mi scuote, anche se non è diretta a me, nelle offese anche se immeritate, nelle ingratitudini più ingiuste, nelle delusioni più amare, nelle incomprensioni ostinate, nelle sorprese sconcertanti, nei distacchi dolorosi, nelle implacabili avversità della vita, nelle falsità che aborrisco, nelle malignità che feriscono… sei pur sempre Tu, velato o palese, Tu, il Padre amorosissimo, che cauterizza la piaga per farla risanare, e atterra per sollevare “Ego quos amo arguo et castigo”»[149].

La vita dell’anima con Gesù, ad imitazione della Vergine, tocca momenti di unione speciale e intima con Dio, che Maria descrive con tratti tipicamente femminili, con nel cuore l’immaginare estasiata dei circa trent’anni vissuti a Nazareth: «Dopo lo smarrimento di Gesù, passano 18 anni di vita nascosta — divina, ineffabile parentesi! — e sono dinanzi agli occhi di Lei sempre presenti gli strazi della passione che lo attendono. Ma dovettero pur essere anni di una serenità celestiale, di un’inalterabile pace interiore, di un’armonia sublime, di una vita di cielo, vissuta nella modestia della santa casa, nella discreta povertà, nel decoroso lavoro. Santificazione d’ogni virtù nascosta, d’ogni umile servizio, d’ogni gioia familiare vissuta nella verginale atmosfera di un’angelica purezza. Tre cuori che battono all’unisono nella carità più perfetta, luce che folgora l’intelletto, amore che stabilisce la volontà»[150].

Come per la famiglia di Nazareth, così per le famiglie cristiane d’oggi, l’amore di Dio è il tesoro nascosto che spinge a posporre ogni buon desiderio, a spegnere anche i migliori impulsi, a lasciare non solo ciò che allontana da Dio ma anche le cose migliori, quando la vita lo richiede. Il “saper lasciare ”, che Maria e Luigi hanno ben appreso lungo tutta la loro vita, diviene così un ricorrente suggerimento diretto a delineare una spiritualità dell’affidamento nelle mani di Chi sa e può dare il centuplo, dell’abbandono incondizionato all’amore di Dio, sullo stile di Teresa di Lisieux.

Questa disposizione, che non può fermarsi a cullare il dispiacere di lasciare, di essere lasciati e privati degli affetti, delle cose e persino di Dio, prende a modello la Madonna, che ebbe il singolare privilegio, anche rispetto agli Apostoli, di restare vicinissima a Gesù pure se Egli era fisicamente distante per realizzare la Sua missione. Maria viveva con Gesù e per Gesù la sua vita a Nazareth, condividendone nelle sue viscere l’avventura terrena.

Come lei, Maria Beltrame si dichiara disposta a seguire Gesù ovunque vada, e soprattutto a saperLo perdere. Scrive, infatti, di voler lasciare: «quello che mi appartiene di diritto… rinunziare a qualsiasi legame anche santo… Gli Apostoli lasciarono, a una Tua parola, reti, barca, famiglia, patria; ma trovarono Te e ti seguirono. La Vergine poi lasciò Te, Signore Gesù, per essere tua collaboratrice, avere parte alla redenzione… Ti lasciò misticamente nel tempio... ti lasciò in spirito quando dopo lo smarrimento rispondesti a Maria e Giuseppe quelle gravi parole che “essi non compresero”… Ti lasciò ancora sulla via dell’apostolato, quando rispondesti a coloro che ti cercavano in suo nome “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”…Ti lasciò sotto la croce. E ti lasciò finalmente allorché, dopo la Resurrezione, salisti gloriosamente a Cielo… Eppure tutto quello che la madre divina amava, era supremamente santo e giustamente desiderabile»[151].

È da sottolineare l’uso dell’attivo “lasciare ” rispetto al passivo “fu lasciata ”, ad indicare una diversa sfumatura nella percezione del rapporto della Madonna con Gesù, in una reciproca accettazione della volontà di Dio, in una rispondenza attiva, partecipata, condivisa al compito che Dio le chiede, per una singolare maturità umana e cristiana che consente a lei quello che ad altri sarebbe impossibile.

Maria si sofferma a meditare l’abisso di dolore e amore della Madonna a cui viene sottratto il Figlio: «Eppure non una parola di querela uscì dalle sue santissime labbra, mentre tuttavia il cuore, cuore squisitamente materno, le si straziava… ho pensato e misurato l’infinita distanza che passa fra quel dolore e un comune dolore di noi imperfette e colpevoli creature. Qual madre non si sarebbe slanciata contro quei crudeli manigoldi, gridando loro con la violenza d’un cuore materno martoriato, gridando l’infamia di quel delitto, la viltà di quella condanna, la nerezza dell’ingratitudine e dell’ingiustizia che faceva seviziare un innocente… Quale madre non avrebbe gridato, non sarebbe corsa a strapparlo di mano a quelle furie, non si sarebbe gettata loro addosso come una tigre cui rapiscono i piccoli suoi?»[152].

Dopo la morte del Figlio, quando gli apostoli rimangono impauriti e muti, perché hanno perso il loro Maestro, Maria, che aveva appreso l’arte degli addii e dei ritorni, della donazione e del meraviglioso ritrovamento, rivive Gesù dentro di sé ed è in grado di incoraggiare, suscitare speranza, essere perno di unità per tutti. Lei è in grado di sopportare il peso della lontananza perché è già in qualche modo trasformata in un altro Gesù. L’unità tra quella madre e quel figlio ha sfidato la “morte di Dio” e può ora guardare in faccia senza smarrirsi il nulla della Sua assenza dal mondo.

Come uomo, Gesù si allontana dalla madre per seguire la sua missione solo dopo essere cresciuto sulle sue ginocchia, dopo aver respirato la sua realtà umana e aver assorbito nella sua persona l’essere di Maria. Maria può staccarsi da Gesù perché gli anni di intima convivenza l’hanno già confermata come alter Christus. L’arte del perdere e ritrovare, che tutti apprendono lungo il corso della vita, è in lei perfettamente compiuta.

Perciò nei libri a carattere spirituale Maria comunica ai suoi lettori la bellezza del perdere se stessi per Gesù, imitando la “donna nuova ”, colei che alla Visitazione manifestò la «prima affermazione di Cristo sulla terra, stampò la prima orma di lui, fissò sin d’allora la sua immagine squisitamente umana di fratello tra gli uomini»[153].

L’amore per la Vergine, personalissimo e libero dagli eccessi della retorica, induce Maria alla convinzione che non sarebbe possibile nascere alla vita della grazia senza “entrare ” nel grembo di Maria: «Il granello di senapa destinato a muover davvero le montagne, dev’essere affondato nel virgineo seno della Madre divina, per poter fecondare e spargere i suoi ubertosi rami. “Qual vuol grazia ed a Te non ricorre, Sua disianza vuol volar senz’ali”. Così ogni grazia che domandiamo sarà come purificata dal suo immacolato contatto… Ora le grazie che presentiamo a Dio per mezzo di Maria saranno da lei stessa come rivestite della virtù del suo Figlio divino e, riscaldate dall’amore dello Spirito Santo, verranno esaudite»[154].

Negli Appunti di vita interiore, che Maria invia da Gubbio a don Paolino, viene distinta la “meditazione discorsiva ”, che implica lo studio della vita e della parola di Gesù, dalla “meditazione intuitiva”, e da quella “infusa”, che è gratuita e che non può essere procurata con mezzi propri. A tale proposito Maria cita l’esempio che fa S. Teresa di Lisieux (cf. MC150926), di un agricoltore che, volendo innaffiare il suo campo, ha tre possibili metodi: trasportare l’acqua da lontano (discorsiva), innaffiare con una pompa (intuitiva), lasciar piovere dal cielo (infusa).

Come Maria di Nazareth, ogni cristiano conserva «tutte queste parole e le medita nel suo cuore» (Lc 2, 51) e si trasforma così in dimora di Dio. Maria delinea, infatti, la sua spiritualità come una “inabitazione” interiore di Dio, che erige nell’anima quella intronizzazione intenzionalente simboleggiata dalla immagine del Sacro Cuore, collocata al posto d’onore, nella sala da pranzo di via Depretis. L’intronizzazione esteriore deve corrispondere alla centralità di Gesù nei cuori: «Perché l’inabitazione divina abbia il suo trono in ogni cuore, come lo ebbe in Lei: piena di grazia, tempio e cielo in terra delle tre divine Persone»[155].

Guardando a Maria, il cristiano giunge, passando attraverso le diverse fasi della vita spirituale, verso quell’unione con Dio che è lode pura del Suo nome (santificetur nomen tuum), desiderio della Sua gloria, adesione interiore alla Sua volontà (fiat voluntas tua), perfetta, francescana letizia: sicut in coelo et in terra. Riuscire a “vedere Dio”, a “conversare con Lui” è ciò che Gesù chiedeva ad Angela da Foligno: «Se qualcuno volesse sentirmi nella sua anima, io non mi sottrarrei a lui; se qualcuno volesse vedermi, gli darei con trasporto la visione della mia faccia; se qualcuno volesse parlarmi, converseremmo insieme con immensa gioia»[156]. La Vergine possiede il segreto di guidare le anime dolcemente a questa unione.

 

 

 

 

 

 

4. Considerazioni

 

* Il Dio dei vivi: Il Risorto

«Perchè cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato»[157]. Questa frase che gli angeli dicono alle donne dopo la Risurrezione vale in generale per la Chiesa e quindi per tutte le vocazioni: quanti vogliono vivere con Cristo, non pos­sono cercarlo tra i morti, come un racconto del passato, una tradizione, una osser­vanza di regole, ma in se stessi, nel mistero eucaristico della incorporazione che fa di ciascuno un alter Christus, nelle comunità unite nel suo nome.

Quando si è abituati alla Sua presenza e si avverte la pace della comunità si soffre particolarmente della “morte”, ossia della Sua assenza per il prevalere dei partico­larismi, delle invidie, dei conflitti Anche i cristiani, come tutti, incontrano le morti della vita di ogni giorno, ossia tutto il male che ostacola la circolazione dell'amore tra gli sposi e tra i membri delle comunità. La reciprocità del resto non è un ireni­smo a basso prezzo; implica il travaglio per la generazione di più alte intese, non è solo un essere con, ma è soprattutto un es­sere per, una donazion di sé sul modello sponsale del Cristo crocifisso per amore.

Non è pensabile sulla terra una reciprocità trinitaria perfetta, una comunione in cui le per­sone perdano l'opacità che le nasconde per divenire trasparenti l'una all'altra (per Dante l'io si “intua” e l'altro si “immia”[158]).

La realtà di fatto presenta non poche lacune rispetto a quell'ideale unitivo e fra­terno che è condizione della presenza del Cristo e anche della credibilità della mis­sione della Chiesa nel mondo. Le mancanze legate alle differenze o al negativo di ciascuno rendono la testimonianza meno efficace — addirittura in taluni casi con­troproducente — rispetto all'intento espresso al n. 45, specie se all'interno del vis­suto ecclesiale vengono rafforzate anziché superate le conflittualità che dominano nella vita sociale: «La Chiesa tutta… desidera additare al mondo l'esempio di co­munità nelle quali l'attenzione reciproca aiuta a superare la solitudine, la comunica­zione spinge tutti a sentirsi corresponsabili, il perdono rimargina le ferite, raffor­zando in ciascuno il proposito della comunione… la Chiesa ha urgente bisogno di simili comunità fraterne, le quali con la loro stessa esistenza costituiscono un con­tributo alla nuova evangelizzazione, perché mostrano in modo concreto i frutti del “comandamento nuovo”».

    

* Comunione vissuta

Nella misura in cui questa comunione non è solo predicata, ma anche vissuta, essa genera una sensibilità particolare, un atteggiamento di squisitezza umana che carat­terizza i consacrati come persone mature e spiritualmente elevate, specialiste di ca­rità e ricche di risorse umane che si riversano su tutti i rapporti sociali. Come si af­ferma al n. 41 de La Vita consacrata: «[la vita consacrata] ha rivelato che la partecipazione alla comunione trinitaria può cambiare i rapporti umani, creando un nuovo tipo di solidarietà». Non si tratta di puntare a un maquillage, ma di vivere la reciprocità nelle comunità, luogo di apprendimento dell'arte dei rapporti umani rievangelizzati, lasciando percepire a tutti, anche senza parlare, la qualità della propria consacrazione verginale.

Qui è in gioco la maturità personale dal punto di vista umano e di fede, che mette in connessione le diverse componenti, sposati religiosi e religiose, istituti religiosi tra loro e tra diocesani e religiosi, oltre i preesistenti steccati, le concessioni al ma­schilismo (il concetto dello sposo è troppo spesso inteso in senso maschilista), al clericalismo (il laico come prete mancato e il prete come laico realizzato, superiore ipso-facto in santità e sapienza), al tradizionalismo e all'avanguardismo dimentichi dell'unità. A ciascuno viene richiesta una sapienza non comune ed una fedeltà tal­volta eroica per conservare intatta la sua dignità, per saper obbedire anche quando si accorgesse di guidare, per rinunciare alla titolarità della sua opera quando la “carriera” è tutta riservata ad altri, per guardare con misericordia al male che an­cora pullula nella Chiesa conservando la gioia e la freschezza della vocazione al suo primo apparire. I momenti di incontro tra le diverse vocazioni, realizzati in maniera semplice, preferibilmente a piccoli gruppi, su progettualità condivise, favoriscono il reciproco scambio dei doni e combattono le tentazioni di sfaldamento.

Conosciamo le conseguenze negative che si riversano sulla psiche, sul corpo e sullo spirito quando certi rapporti sono mal posti o assenti, quando si acuiscono il di­sagio, l'ostilità, la diffidenza, si favoriscono slabbramenti della spiritualità verso forme di esaltazione individualistica o di massa. Non è da sottovalutare il possibile slittamento verso patologie mentali, mascherate di buone intenzioni. Le buone in­tenzioni non esimono da possibili fallimenti: consacrati, uomini e donne, possono non reggere   all'altezza della posta in gioco: l'altro può divenire in certo modo l'o­stacolo che intralcia il cammino della vocazione personale. Spesso domina la paura e la conseguente difesa da qualcuno/a che appare come colui/colei che complica la vita, che attenta al rapporto con Dio. Può accadere che si resti impressionati e im­prigionati dalla bellezza dell'altro, femminile o maschile; dal fascino della sua per­sona e della sua spiritualità, dal colloquio interpersonale significativo che mette in evidenza la sua risorsa preziosa. Ciò può essere frastornante, specie per chi diffi­cilmente riesce a realizzare in comunità un clima di comunione. L’altro può pren­dere il posto di Dio e invadere il cuore e i pensieri, sottraendo il/la consacrato/a al patto primario con lo sposo dell'anima e mettendo in crisi la sua vocazione. La co­munità può apparire incapace di comprendere e divenire nemica; la Chiesa matri­gna, nel suo volto istituzionale meno attraente. Eppure lui/lei è un dono, anche quando inquieta, mette in questione, quando attira a sé o rifiuta. È il dono principale che Dio ha fatto ad Adamo ed Eva e che fa ancora a ciascun essere che viene al mondo, se è disposto a giocare la scommessa cui l'incontro con l'altro allude: arroc­carsi in difesa di sé o spendersi per l'altro, cercare la propria realizzazione indivi­dualisticamente, anche a livello spirituale, o essere al servizio dei fratelli come un altro Cristo (uomini e donne) che dà tutto di sé, ivi compreso il suo rapporto privi­legiato col Padre, purché il suo Tu, la sua sposa, viva.

* Convivialità delle differenze

Essere Chiesa non significa appiattimento in un noi totalitario in cui le differenze si fondono in un unico essere indistinto e la vita personale è totalmente assorbita dal collettivo (chiusure di coppia, di istituto). Perché l'unità dei cristiani sia tale per la presenza del Dio dei vivi e non pe'invadenza di qulache capo, occorre rendere vi­sibile il rispetto delle differenti personalità e delle differenti vocazioni, in termini di individui, di genere, di carismi (differenze tra istituti, tra rami maschili e femminili, tra consacrati, sposati e non sposati). Questa esaltazione di un'unità sinfonica è un segno del primato di Dio, messo al centro delle comunità. Rappresenta un forte ri­chiamo al Regno l'incontro con comunità religiose, sacerdotali, familiari, nelle quali l'unità non spegne la singolarità di ciascuno e i talenti sono valorizzati al meglio. Ogni persona appare completa e non vive la re­ciprocità come di­pendenza di un io fragile, che ha bisogno di compensare nel “noi” l'incapacità di assumere responsa­bilità personali.

Per poter essere reciproco ogni rapporto deve essere pagato a prezzo di sforzi notevoli di riconversione personale e di misericordia, di difesa della propria dignità e di umiltà, di capacità di perdere le proprie idee e nello stesso tempo di discerni­mento. Ancora molto c'è da fare per la formazione dei giovani consacrati, perché conservino un cuore caldo e vergine, sensibile all'altro e totalmente fedele alla pro­pria vocazione, capace di servire la Chiesa con passione senza essere “più papalini del papa”. Tutto ciò implica la capacità di accettare umilmente il travaglio che comporta la costruzione di rapporti sempre nuovi, felici o più sofferti, aperti alle sfide del tempo nelle sue alterne fasi,   senza garanzie di riuscita. Non è che un frutto della Grazia riuscire a vivere il rapporto tra le differenze restando fedeli al proprio carisma — concretamente al coniuge o ai propri superiori — senza rinchiu­dersi un una prospettiva di parte, senza fare dell'obbedienza un vincolo insoppor­tabile, della verginità un blasone, dei figli un feticcio, del matrimonio una prigione.

 

* Come Maria ai piedi della croce perseverando nell'amore

Ciò che decide della fedeltà al Battesimo è la capacità di restare come Maria ai piedi della croce perseverando nell'amore. Ciò si concretizza se i cristiani non si la­sciano fermare dalle inevitabili le difficoltà della vita di coppia, di famiglia, di istituto, della Chiesa, ma anzi accolgono di buon grado il negativo, nella profonda consapevolezza che il Dio dei vivi, il Dio che vuole che la «abbiano la gioia e l'ab­biano in abbondanza» è presente anche nelle incongruenze più palesi, nei momenti più bui. La risurrezione continua nella vita di ogni cristiano che guarda con fede alle croci disseminate nel suo cammino.

L'unità nel nome del Cristo non sarebbe pensabile senza la disposizione ad attra­versare la croce lasciandosi condurre al di là, riconoscendo comunque la presenza di «colui che è vivo» ed è capace di riversare dolcezza e graize nel bel mezzo delle si­tuazioni più laceranti. Per questa straordinaria capacità di convivere serenamente con le croci quotidiane i cristiani divengono portatori di pace e di unità in qualunque ambiente si trovino, non solo nei luoghi deputati alla vita cristiana come le parroc­chie, le diocesi, i movimenti, ma soprattutto nelle famiglie, nei condomini, nei complessi e spesso ingiusti luoghi di lavoro, dell'arte, della politica. Per essere por­tatori di pace non basta l'acquisizione di un titolo e neanche un sacramento “puntuale”, occorre essere altri Cristo, con Lui crocifissi e risorti.

Anche la risurrezione del Dio “morto” nella nostra epoca esige la presenza di cri­stiani che sappiano mirire e risorgere divenendo così fecondi della maternità di Dio. È la maternità verginale di Maria che viene rivissuta dagli uomini e dalle donne di oggi quando rigenerano Dio tra gli uomini, quasi divinizzando con la loro presenza gli ambienti in cui vivono.

Perciò tutti sono chiamati ad essere Maria, perché il Cristo possa nascere e rina­scere tra gli uomini, ridicendo il loro personale Fiat alla chiamata che Dio rivolge alla creatura a collaborare al travaglio della creazione per la generazione del nuovo mondo, al fine di contribuire a costruire quel singolare connubio cielo-terra nella perfetta e dignitosa reciprocità. Il Figlio nasce da questo movimento che azzera la disuguaglianza, rendendo simile ciò che è inizialmente dissimile, frutto della storia d’amore tra Creatore e creatura, come un matrimonio tra diseguali per natura, resi uguali, resi “dei” dall’amore.

«Sta scritto infatti:

   Quelle cose che occhio non vide, nè orecchio udì,

     nè mai entrarono in cuore di uomo,

   queste ha preparato Dio per coloro che lo amano»[159].

 

* Le famiglie cristiane guardano a Nazareth

Maria e Giuseppe, sposi e vergini uniti con il piccolo Gesù tra loro, sono un rife­rimento-guida sia per gli sposati che per i vergini: sono una coppia, una famiglia e una comunità. Essi hanno vissuto un rapporto di reciprocità nell'amore, sia pure in un modo fuori dall'ordinario, per la presenza reale e costante di Dio incarnato tra loro, in condizioni storiche e culturali profondamente diverse e per tanti versi in­giuste (si pensi al fatto che Maria poteva essere lapidata per essere rimasta incinta). Come loro, un numero non insignificante di coppie cristiane, sposate e non, ha vis­suto nel tempo una reciprocità sostanziale, anche in presenza di condizioni sfavore­voli. Come i vergini hanno cercato di formare una famiglia non basata sul sangue e sull'attrazione ma direttamente su Dio. Infatti nella casa di Nazareth lo straordinario sta nell’ordinario di una convivenza in cui   ciascuno dei tre è realmente vergine pur formando insieme una vera famiglia.

Maria è sicuramente una sposa affettuosa e piena di tenerezze per il suo Giuseppe, anche se Giuseppe è e non è suo marito. Anche Gesù è e non è la sua creatura, come ben mostrano le frasi con cui il figlio prende le distanze da una maternità pun­tuale (madre e fratelli di Gesù sono tutti quelli che ascoltano la Parola e la mettono in pratica[160]) ed esclusiva (ricordando che egli deve innanzitutto occuparsi delle cose del Padre suo[161]). In questo senso la figura di Maria appare come realmente vergine, nella misura in cui, pur vivendo con e per quanti le sono affidati, segue una sua strada, un suo percorso individuale, indipendentemente da ogni condiziona­mento sociale ed anche da ogni identificazione familistica. La sua strada è diversa da quella di Giuseppe e da quella di Gesù. Viene sollecitata dalla Grazia e dalle stesse parole di Gesù a restare fedele soltanto a ciò che Dio chiede a Lei. Benché la vita interiore di Maria non si discosti da quella di Gesù e si parli a ragione del Vangelo di Maria, ogni Parola detta da lei ha una risonanza diversa rispetto a Gesù ed anche la sua vita feriale è ritmata da tempi e occupazioni distinte, come del resto il compimento della vita terrena e l'ascesa al cielo.

Il fatto che Maria viva armonicamente la solitudine con Dio e la sponsalità con Giuseppe attesta la verità e la santità di entrambe le strade: il trascendersi dell'essere umano in Dio è talmente radicato nel DNA della persona che ogni cosa o persona volesse trattenerla ne lederebbe e violerebbe l'integrità («Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre»[162]), ma nello stesso tempo, proprio perché l'essere umano è intrinsecamente ed escatologicamente sponsale, “non è bene” che viva da solo ed anzi può essere propriamente felice solo se vive nella comunione concreta con qualcuno. Ciascuna strada intravede la sua via incrociando l'altra; entrambe esi­gono il rispetto del carattere verginale e del carattere sponsale della persona, coes­senziali a realizzare l'immagine di Dio uno e trino. I due stati di vita si incontrano nell'orizzonte infinito che li qualifica e dove, come in Maria, la sponsalità verginale e la verginità sponsale sono espressione della stessa realtà.

Non è un caso che il Cristo, nel rispondere alle domande sul matrimonio[163], metta in relazione le due strade, parlando a dei discepoli che, non comprendendo l'una, non comprendono nemmeno l'altra. Specialmente oggi, quando la verginità è svalu­tata e mal compresa, diviene difficile comprendere il matrimonio («Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi»[164]), riduttiva­mente inteso come unione precaria legata alla soddisfazione reciproca. Gli uni e gli altri «non conoscono il dono»[165].

Quando si parla (S. Grygiel) di sponsalità verginale e di verginità sponsale, non è per un gioco di parole, ma per meglio evidenziare l'intreccio delle due vocazioni nell'esistenza della persona, vista come promessa sposa del suo Tu più intimo. L'orizzonte sponsale Creatore creatura può essere reso evidente sia attraverso la strada della verginità che attraverso quella del matrimonio, nella misura in cui en­trambe sono, a modo loro, epifania dell'incontro cielo-terra. Se ciascuna persona potrà di fatto vivere solo una delle due strade, è anche vero che non potrà non te­nerle presenti entrambe nel loro intrinseco richiamo.

Non è da intendere in maniera contrapposta, in questa luce, che il matrimonio è un segno del “Principio”, ossia dell'atto creativo, e che la verginità è segno della “fine”, ossia del nuovo atto della creazione[166]. È vero infatti che il principio implica anche il carattere verginale e che la fine sarà la piena realizzazione della dimensione sponsale. Il mistero della coesistenza di queste due vocazioni resta “grande” proprio perché non consente di tracciare nettamente i confini.

 

*Guardare a Maria vergine e madre

Approfondendo il mistero lo si infittisce, ma è anche vero che esso si rende trasparente allo Spirito grazie a Maria. In lei essere vergine è anche essere madre, la fecondità dello Spirito è anche quella del corpo, il parto carnale è anche un parto spirituale, l'appartenenza totale a Dio esalta l'amore sponsale per Giuseppe e quello materno per suo Figlio. Le di­verse opzioni, che alla ragione e all'esperienza concreta possono risultare non con­ciliabili, non manifstano alcuna incongruità nella sponsalità di quell' «Eccomi, sono la serva del Signore»[167], che esprime l'abbandono fiducioso alla Sua volontà. Maria infatti è vergine e madre e sposa di Giuseppe perché aderisce al disegno che di Dio le manifesta attraverso l'angelo, giacché da parte sua, ella non conosce uomo[168]. E così Giuseppe è sposo e padre e vergine per volere di Dio, perché personalmente avrebbe piuttosto rinunciato a sposare Maria e l'avrebbe rimandata in segreto[169]. Egli, che ha già “perduto” in cuor suo Maria, accetta di seguire una strada diversa da quella di Maria ed è invece ricondotto da Dio all'unità piena con lei, a “prenderla con sé”[170], simbolicamente alludendo al prenderla nella sua anima, a fare del pro­getto di Dio in Maria la sua stessa vita, come verrà chiesto più lontano negli anni a Giovanni, l'altro grande uomo invitato a stare vicino a Maria da Gesù stasso sulla croce[171]. Anche il discepolo prediletto infatti la “prenderà” con sé. Il loro matri­monio mostra a tutti gli sposi credenti che il loro matrimonio non è un evento ca­suale, che ad essi è stata data in dono quella persona e quel sacramento perché lo facciano fruttare per il Regno. Quanti aderiscono con gioia a questo disegno avver­tono che l’opzione di fede li unisce ancor più del loro stesso amore.

 

*Maria e Giuseppe, sposi anomali?

Rispetto alla cultura contemporanea, Giuseppe e Maria appaiono sposi anomali, forse santi ma irraggiungibili. Maria, così lontana dalle esigenze delle donne con­temporanee, così estranea alla cultura femminista della rivendicazione autarchica della sua libertà individuale (“io sono mia”), è pur tuttavia una donna concreta la cui vita è costellata di gioie e dolori, di riconoscimenti (come nell'adorazione dei Magi o nell'incontro con Elisabetta), ma anche di incomprensioni (si pensi ai giudizi sulla sua gravidanza o al suo “strano” rapporto con un figlio-Dio).

È comunque una donna pienamente autonoma, cosa che solitamente non viene sot­tolineata, ma che è evidente nel suo acconsentire alla proposta dell'angelo: non si ri­serva di chiedere consiglio ad alcuno (genitori, Giuseppe, rabbino), giacché assume pienamente la sua responsabilità secondo la sua capacità di giudizio nell'intimità della sua intesa con Dio, messo prima di ogni altro rapporto umano. La sua risposta non abbisogna di alcun ripensamento, di tempo per “seppellire i morti” («“Permettimi di andare a seppellire mio padre”, ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia ai morti seppellire i loro morti”»[172]), visitare gli amici, assolvere ad altre, più urgenti occupazioni.

A sua volta Giuseppe deve decidere da solo e in piena autonomia il da farsi, pren­dendo coscienza di ciò che di straordinario sta avvenendo nella donna che egli ama, con la quale vorrebbe passare la sua vita e con la quale gli piacerebbe avere dei ma­gnifici figli. Anche per lui è impossibile ed anche inopportuno andare in giro a chie­dere consiglio su una tale questione; non v'è chi potrebbe capirlo. Nella loro solitu­dine verginale, Maria e Giuseppe seguono strade distinte; a ciascuno è richiesta una parte diversa e indipendente. È Dio che li separa ed è Dio che li unisce: non è Maria che trascina Giuseppe al matrimonio, egli da solo deve dare il suo consenso all'an­gelo; non è Giuseppe che “prende in moglie” Maria né sta a lui incoraggiarla nella sua maternità straordinaria, perché ella, sola ad solum, deve dire il suo Fiat. Entrambi, separatamente, sono chiamati a dire il loro sì esclusivo ad un Dio esi­gente, che li vuole vergini e nello stesso tempo, proprio grazie alla loro radicale ap­partenenza a Dio, anche degnissimi sposi, uniti nell'amore reciproco e genitori. Questo profondo rispetto della libertà e della vocazione dell’altro è un segno forte­mente significativo per la sensibilità contemporanea.

 

* Il Fiat di Giuseppe

Si è dato forse insufficiente risalto al Fiat di Giuseppe, l'uomo del consenso, reso trasparente da una verginità quotidiana sofferta, ma anche ripagata dalla gioia di es­sere con-sorte di Maria e dalla costante presenza del Dio bambino, fragile e obbe­diente, nella sua casa di Nazareth. Spinto da eventi impensati e più grandi di lui, egli acconsente volentieri acconsentire a ciò che sarebbe inaccettabile per la ragione e per il cuore. Col suo comportamento, da solo riscatta secoli di maschilismo. Non c'è niente in lui del sentimento di possesso del marito, della titolarità orgogliosa del pa­dre-padrone; è reso tanto umile e forte da poter convivere con lo straordinario e avere occhi puri per riconoscere la grandezza di ciò che lo supera. Gli è stato chiesto di mettersi da parte, eppure egli sente come sua ogni cosa di Maria, unito a Lei dallo Spirito e da tutto il suo essere, più di quanto non avrebbe potuto farlo la carne. Parimenti lo sentiamo anche realmente padre, cui è affidato un piccolo Gesù, in tutto bisognoso di cure e di insegnamenti di vita.

Nella vita Giuseppe passerà senza raccogliere successi lavorativi e sociali, senza godere dei frutti dell'amore, senza assicurarsi una discendenza nella carne (si pensi all'importanza che ciò aveva per l'uomo ebraico, come nel caso di Abramo), eppure l'iconografia lo ha sempre immaginato serafico, pago pienamente del compito di cura di cui è stato investito nei confronti di quelli che sono stati a lui affidati, lieto di poter assistere e contribuire col suo lavoro a quanto sta accadendo quotidianamente nella sua casa, mistero nascosto ai più, ma continuamente meditato da lui e da Maria come il centro che orienta il loro esistere. Perciò egli cancella l'identificazione della maschilità con l’orgoglio del capo famiglia e della sua prole (si pensi alla que­stione del cognome); è piuttosto figura della sapiente obbedienza, di una paternità divenuta materna, di un atteggiamento maritale nutrito di amicizia e condivisione, a servizio di Maria e del Figlio, nel grande disegno che li coinvolge tutti, spingendoli a dimenticare ogni più ristretto orizzonte personale, ogni desiderio di realizzazione a breve termine, ogni familismo antievangelico.

Non si può dire che il suo sia un consenso naïf, a cuor leggero, e neanche che la sua anima vibri immediatamente e per virtù innata all'unisono con quella di Maria, benché il Vangelo ci testimoni della sua determinazione a salvarla dalla furia della gente («Egli voleva fare ciò che è giusto, ma non voleva denunziarla di fronte a tutti. Allora decise di rompere il fidanzamento, senza dire niente a nessuno»[173]). Dopo aver vissuto le laceranti lotte interiori dell'io che si ribella alla sua apparente esclusione dal gioco, quando gli sembra che la maternità di Maria nasca senza e in qualche modo contro di lui, Giuseppe in piena libertà decide di collaborare con Dio e procede speditamente vivendo in pieno la chiamata ad una sponsalità nuova, nella quale egli è vero compagno, custode, sposo, ma nella verginità, nella consapevo­lezza che il suo compito unico è solo quello direttamente assegnatogli da Dio. Con Maria condivide la totale dedizione; entrambi hanno in cima ai pensieri la fedeltà a quel progetto, essendo stati resi fecondi, in modo totalmente nuovo rispetto al con­sueto. La perdita di una famiglia propria, il distacco dall'unione e dalla generazione attraverso la carne assicurano la fecondità verginale ed anche la purezza di un amore senza appoggio nell'altro, senza rimasugli e pretese, reso più simile alla misura senza misura di Dio.

La casa di Nazareth, nonostante il suo aspetto ordinario agli occhi della gente del­l'epoca, in realtà racchiude un bozzetto di Paradiso. L'arte ha colto in mille e diffe­renti modi l'atmosfera soprannaturale di nitore e stupore contemplativo che accom­pagna l'unione Creatore-creatura, nelle molteplici raffigurazioni dell'annunciazione del matrimonio, della nascita di Gesù, nelle scene che immaginano la vita ordinaria tra lavori di falegnameria e lavori di casa. Ogni bozzetto di vita di famiglia, nella sua seraficità, non ha nulla del chiasso della vita distratta, sembra ripulire tutto l'ambiente circostante, facendo dimenticare le vie tortuose che comunemente intral­ciano la vita delle coppie e delle famiglie. I tre, sempre circondati dalla presenza dello Spirito. Giuseppe e Maria sembrano spezzare la catena di oppressione instau­rata dal primo peccato, con lo stravolgimento dei rapporti tra i generi e il dominio dell'uomo sulla donna. Ora Maria torna al centro della scena famigliare.

Sia la fecondità di Giuseppe che, prima ancora, quella di Maria passano per un'ob­bedienza senza remore. Entrambi si fidano di Dio molto più che di se stessi. Quando si interpreta il Fiat di Maria accentuando una femminilità caratterizzata da obbe­dienza e disponibilità a seguire la volontà di Dio e degli uomini (che spesso coinci­dono!), si rischia di farla apparire come la donna passiva che sa rinunciare ai suoi piani semplicemente perché non ne ha di propri, che sa perdere le idee semplice­mente perché non possiede gli strumenti intellettuali per elaborarle, che sa servire Dio e il Figlio perché la sua natura femminile ne viene esaltata. La critica femmini­sta ha sempre reagito a questa esaltazione di un ruolo subordinato e di una maternità in funzione del figlio[174].

Oggi invece si tende a valorizzare l'aspetto attivo del Fiat, espressione di una gio­iosa adesione all'amore di predilezione che il Padre le manifesta chiedendole il con­senso perché si possa realizzare la sua dimora tra gli uomini. Suscita particolare at­tenzione, al confronto con le esigenze del mondo d'oggi, l'importanza del consenso di Maria. Per ogni donna e per ogni uomo, solo col libero concorso di tutte le facoltà umane, il matrimonio e la verginità acquistano il sapore di una dignità ritrovata, di una donazione capace di rinuncia così come la genitorialità acquisisce la gioia della con-creazione senza oppressione e depressione, per fare spazio a chi non ha altra strada per venire al mondo, se non aggrappandosi al “sì” di una madre e di un padre. Lo stesso consenso è necessario per ogni risposta dell'anima a Dio che in qualche modo fa comprendere di volere una persona in questa o quell'altra vocazione, anche quando ciò non corrisponde al progetto pensato adatto a sé. È in questa adesione lieta ad un disegno che si viene spiegando nel tempo che si attesta di non volere questa o quella collocazione spirituale, ecclesiale, mondana. Del resto ogni persona, che sia chiamata alla verginità o al matrimonio, scopre che i doni che ha ricevuto dalla vita ristagnano se non immessi nel circuito dell’amore umano-divino seguendo fino in fondo il proprio raggio conduttore.

L'obbedienza di Maria è diversa dalla sottomissione unilaterale della donna all'uomo, non è altro che l'espressione della sua vita d'amore, le cui virtù, nella verginità e nel matrimonio, sembrano fiorire nell'animo umano quasi spontaneamente, assecondando la natura e corroborandola con la Grazia. Quanto evidenziato manifesta lo stretto legame tra obbedienza e dignità della persona, per la quale l’umiltà non può essere indiscriminatamente identificata con la tendenza alla sottomissione, né la non visibilità confusa con il sotterramento dei talenti. Parimenti la codardia è opposta al coraggio di un figlio di Dio e la paura a quella “coscienza del limite” richiesta a Pietro, cui viene annunziato un futuro in cui sarà portato da altri. Maria, che è al di là della corruzione del peccato che inficia ogni essere che viene al mondo, restaura questa consonanza tra natura e Grazia e fa da piano incli­nato alla divinizzazione della persona.

L'obbedienza perfetta di Maria ci trasporta su un piano più alto rispetto al mondo, nei confronti del quale ella appare controcorrente, senza farci assistere ad una guerra sistematica ed intenzionale, ma per effetto del suo stesso procedere per le vie della giustizia, come del resto il Cristo, conforme all’annuncio di Simeone: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori»[175]. Questa prossimità tra obbedienza e tra­sgressione rimanda ad Antigone che rappresenta lo scontro tra la logica del mondo, dominato — in modo più o meno esplicito— dalla violenza del più forte, e il conti­nuo affiorare nella storia di un rivolo di spiritualità alternativa per il tramite di per­sone che non seguono la corrente, rispetto alla quale non possono che risultare tra­sgressive, come naturale conseguenza di uno stile di vita plasmata al seguito di una coscienza illuminata dall’amore[176]. Qui l'obbedienza nasce spontanea nel cuore di una fanciulla regale, determinata a morire per opera di Creonte e dell'inerzia dei suoi concittadini, pur di seguire ciò che le sembra giusto. Parimenti, l'obbedienza di Maria è disposizione ad assumere la logica illogica di Dio, la sua rivoluzione non è velleitaria, ma sicuramente è incomprensibile ai più; il suo agire diffonde il profumo di una armoniosa sintonia di intenti col suo Creatore, quasi nulla possa intervenire a turbarne il dialogo. Sia Maria che Giuseppe vivono una fecondità legata ad una obbedienza che implica lo sradicamento dal contesto socio-culturale che li circonda ed il radicamento in Dio.

Benché la distanza tra la coppia Maria e Giuseppe e tutte le altre coppie appaia per molti versi incolmabile, è anche vero che l’amore in qualche modo supera le di­stanze. Il Vangelo sembra annunciare a tutti quella liberazione interiore per la quale l'obbedienza a Dio equivale all'interiore liberazione dalla soggezione a capi scam­biati per Dei, siano essi i ricchi e i potenti, siano i genitori per i figli, i figli per i ge­nitori e gli uomini per le donne, le donne per gli uomini.

Nell'impegno per la costruzione del Regno di Dio sulla terra, sposati e vergini fanno riferimento, in maniera sapiente e controllata, ai modelli eccellenti, espressi nel Verbo incarnato, Gesù, nella donna assimilata alla Trinità, Maria, nell’uomo a cui Dio ha voluto chiedere di accompagnare e sostenere quel mistero grande della famiglia di Nazareth. È importante una interpretazione analogica e non semplice­mente letterale nel riferirsi a tali modelli. Tutti sono chiamati a rivivere in sé questi modelli, ma in maniera personale, libera, creativa, senza pedissequità e svilimenti della persona. Pur essendo ciascuno distinto e unico come persona, nell'amore che si scambiano ricongiungendo il cielo e la terra, essi assumono caratteristiche di completezza che li trascende in quanto singoli e in quanto appartenenti ad un ge­nere. Come nella Trinità, pur attribuendo la creazione al Padre, la redenzione al Figlio, la santificazione allo Spirito, non possiamo pensare ogni operazione di una Persona senza il concorso e l'unità delle altre due, così analogamente ogni donna e ogni uomo rivivono Gesù, Maria e Giuseppe (antropologia inclusiva). Se il modello è la pericoreticità trinitaria, non si può pensare in termini di esclusione né in ter­mini di competenze assolute dell'uno sull'altro. Pur nella diversità e specificità di alcuni atti tipici di ciascun genere, deve esserci spazio per una certa intercambiabi­lità e flessibilità. In questo ambito coerenza e incoerenza, simmetria e asimmetria sembrano coesistere come in Maria convivono caratteristiche femminili e maschili (quali fermezza, coraggio, autonomia, sofferenza portata “in piedi” sotto la croce).

Le espressioni usate da Dante nel Cantico alla Vergine sono particolarmente indicative del tentativo umano di rendere poeticamente tali contraddizioni traspo­nendole nel registro della “follia d'amore”: madre, che quindi ha autorità sul Figlio, e figlia, che quindi obbedisce al Padre; creatura dipendente in tutto e insieme gene­ratrice di Dio ed in un certo senso onnipotente su di Lui; serva e regina. Del resto già nella sua vita terrena e nel rispetto delle leggi e di una cultura sicuramente an­drocentrica, Maria insegna a Gesù, che le è sottomesso come figlio. Nello stesso tempo Maria impara da Gesù e gli è sottomessa come creatura. Entrambi vivono reciprocamente la kenosi del patriarcato e del matriarcato, annientandosi perché l'altro realizzi il suo piano divino, fino a donare tutto di sé, ivi compreso il loro rap­porto. Tale kenosi è vissuta dai tre a Nazareth, dove Giusepe vive una paternità che nasce continuamente dalla perdita della sua paternità e Maria la sua maternità con­tinuamente perduta e ridonata a Dio («Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occcuparmi delle cose del Padre mio?»[177]) e Gesù perde la sua divinità obbedendo e lavorando nel nascondimento. Questo atteggiamento è vissuto quotidianamente nei gesti più comuni della conduzione della vita di famiglia e prorpio per questo può culminare e risplendere alla crocefissione, quando Maria perde in Gesù croci­fisso il suo rapporto con Dio ed infatti Gesù le dice «Donna ecco tuo figlio» e a Giovanni “Ecco tua madre”, che invita al distacco e alla rinuncia alla maternità; Gesù da parte sua perde la madre e nell'abbandono anche il rapporto privilegiato col Padre, sicché non è che l'abbandono ad unirli.

Nell’apprendere l'arte di amare, gli sposi si rifanno al Cristo-maestro di amore nel Suo rapporto col Padre, con lo Spirito, con Maria, con tutta la Chiesa e con l'uma­nità. In quel Suo “essere per”, “essere dono”, Egli è perfetto nel dono della vita, nel­l'obbedienza, nell'ascolto, nel silenzio-Parola con cui si rivolge alle altre Persone, in una parola nella carità, che sostanzia la dinamica relazionale intratrinitaria e che, con l'Incarnazione, entra in circolo anche tra Dio e l'umanità, tra Creatore e creature. E' il Cristo-sposo che dà se stesso perché si realizzi nella storia la sua aspirazione: «perché tutti sino una cosa sola. Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola». Nei loro rapporti gli sposi possono passare per momenti di spogliazione e di disunità, ma essi sanno che sono quelli in cui occorre fermarsi, non inveire, non scoraggiarsi e attendere da Dio stesso il rifiorire dell’unità, a tempo opportuno. Quotidianamente, costruendo il Regno in prospettiva escatologica, essi rendono possibile l’impossibile reciprocità tra cielo e terra che il matrimonio prefi­gura[178].

Grazie all’annientamento di Dio nella e per l’umanità e all’annientamento del­l’umanità, in risposta d'amore, in e per Dio, le differenze ontologiche non impedi­scono a soggetti metafisicamente lontanissimi di vivere nella stessa disposizione d'amore, anzi è proprio la distanza infinita ad unirli indissolubilmente. L'amore ap­pare qui la forza potente e trasfigurante che, come nelle fiabe del principe e Cenerentola o della principessa e del brutto anatroccolo, realizza l'impensabile ma­trimonio tra cielo e terra cui sposati e vergini aspirano.

 

* La presenza eucaristica del Risorto

Chi nutre l’amore coniugale di Eucaristia vede nell'altro tutto intero un essere speciale, meritevole di donazione profonda, vi riconosce la gloria e la regalità dei figli del re, anche quando il corpo non è nelle condizioni migliori. La sofferenza del corpo proprio - e forse ancor più quella del coniuge amato - produce in chi è sano un dolore che non tollera risposte di pura emotività, superficialità di frasi fatte e buone parole, attenzioni settoriali e frettolose. Il coniuge sano sperimenta l’impotenza di fronte al male. La scienza, la medicina, lo sport possono miglio­rare lo stato fisico del corpo, vivificarne la giovinezza, lenire il dolore e prolungare la vita, ma chi ama avverte in tutte queste terapie il rischio di una ricerca della salute orientata all’efficienza e alla funzionalità dei sistemi (lavoro, politica, famiglia). La moltiplicazione dei farmaci sempre più sofisticati mira ad una guarigione quanto più veloce possibile, in modo da non perdere tempo prezioso per il lavoro, secondo il modello consumistico e strumentale del tempo. Si sollecitano il body building e le cure esagerate dell'estetica, perché ciascuno sia in grado di restare il più a lungo possibile un richiamo per il desiderio e l’ammirazione. Nella cultura del culto del corpo, la coppia che assiste alla sua decadenza si sente fatta fuori dal tempo, costretta alla resa prima ancora di aver vissuto con consapevolezza il dono della salute.

Dal dono dell’Eucaristia, invece, i coniugi cristiani apprendono a valorizzare il loro corpo come un dono, sia nella vita di tutti i giorni, sia nell’ora della necessaria restituzione alla terra. Nel Cristo, analogamente a Lui, cercheranno anch’essi di offrirsi come eucaristia alla natura e agli altri, in attesa della nuova creazione, giacché tutta la crea­zione «attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio»[179].Il destino eterno dei corpi restituiti al cosmo, li sollecita al rispetto e alla venerazione nei confronti di ogni realtà creata, ugualmente destinataria dei benefici dell’incarnazione.

Mediante lo stesso sacramento eucaristico, i cristiani restituiscono in dono il corpo che hanno ricevuto e si offrono in spirito di sacrificio, come Cristo si è offerto al Padre. Il momento del disfacimento del corpo segna infatti l’apice dell’amore, come notava Alberto Magno pensando all’Eucaristia, perché è segno del massimo amore “dare se stesso in cibo”[180].

Tutto questo viene comunicato all’anima dall'eucaristia, sacramento pasquale della croce del Cristo, sigillo del suo rapporto sponsale con la Chiesa. Di Lui gli sposi si cibano misteriosamente, mentre degli altri corpi, di quelli di tutti i predecessori e della terra si cibano attraverso il ciclo biologico. È una restituzione-donazione che inizia sin dalla nascita, per il fatto che in ogni azione, dalla respirazione al lavoro, alla procreazione, il corpo veicola l'essere di ciascuno e lo espande nell'universo. Si possono trasmettere agli altri malattie e benessere, influssi magnetici positivi e negativi, in una comunicazione dei corpi che comincia dall’aria che si respira e passa per gli oggetti toccati, le strette di mano ed ogni contatto diretto o indiretto con gli altri.

       Ciascuno dei due coniugi, avendo appreso lungo il corso della vita a donare il suo corpo, adempie alla fine in modo pieno e in prima persona alla sua funzione sacerdotale, legata al momento sacrificale, sia in senso passivo (accettare il venir meno della vita) sia in senso attivo (corrispondere all'evento con la donazione di sé in unità col Cristo): «Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l’assicuro»[181].

       Nel corpo di colui che riceve Gesù Eucaristia, viene ad abitare la Trinità, che è la vera originalità dei cristiani. Il corpo riceve la vita dal Padre, si modella sul corpo di Cristo ed è “inabitato” dallo Spirito Santo. Ciò potrebbe apparire come una spiritualizzazione e una alienazione dalla concretezza e invece la Trinità è proprio ciò che impedisce di aver paura del diverso, del plurale, dell’apparente contraddizione. Quando si parla della vocazione dei corpi ad essere assunti nel dinamismo spirituale, non si intende il processo di disincarnazione, ma al contrario un'incarnazione più autentica, con tutto ciò che questo implica per l'amore coniugale, trasformato, non annullato. Perciò Ch. Péguy parlava dell'anima “charnelle” «Perché il soprannaturale è lui stesso carnale e l'albero della grazia è radicato profondamente e affonda nel suolo…»[182].

L’Eucaristia fa risplendere la bellezza (pulchrificat) sul volto degli sposi come nell’armonia tra i membri della Chiesa (S. Tommaso parla di “pulchritudo Ecclesiae”, “ut astrorum facies ordinata”). Genera infatti perenne giovinezza, a dispetto dell’anagrafe, come secondo l’inno liturgico: «Recedant vetera, Nova sint omnia: corda, voces et opera». Rinnova la vita e la mantiene giovane, anche negli sposi che hanno ormai anni ed anni di matrimonio alle spalle. Se l’odio invecchia e imbruttisce, l’amore abbellisce e dà smalto alla vita. Opportunamente recita la liturgia: “Ad Deum qui laetificat juventutem meam” e nell’inno Sacris solemnis: “Recedant vetera, nova sint omnia: corda, voces et opera”. Questa capacità di rinnovarsi costituisce la giovinezza della Chiesa, come sottolineava già Pio XII: «Tutto ciò che di vero, di santo, di eterno, di divino, la Chiesa ha operato nella sua bimillenaria vita, ha avuto l’origine, lo sviluppi, l’alimento nel mistero eucaristico»[183].

Anche l’amore umano risveglia la bellezza, come nei ragazzi e nelle ragazze innamorati, che all’improvviso sembrano divenire più belli, acquistare una luce particolare che illumina il volto. E’ il tocco dell’amore, come quello di Gesù che si riversava su questo o quel discepolo chiamandolo a seguirlo e provocava un “colpo di fulmine”, un incrocio di intese segrete, un rinfocolarsi della vita che costringeva l’altro a lasciare tutto e seguirlo.

 

 

 

*La trasfigurazione eucaristica

Diceva Pio XII ai giovani sposi: «Vostro dovere è la sollecitudine di far sì che la domenica divenga nuovamente il giorno del Signore, e la santa messa sia il centro della vita cristiana, il più sacro alimento del riposo corporeo e della costanza virtuosa dello spirito… La domenica deve essere il giorno della quiete corporale e della elevazione spirituale… il giorno che raduna insieme la famiglia, non quello che la disgrega…; se al corpo occorre il pane materiale che lo sostenti, l'anima ha bisogno del pane soprasostanziale»[184].

Per aver sete e fame di Eucaristia occorre credere nel Cristo e amarlo, sentire l'importanza della sua presenza, l'unica non invadente, dentro la vita personale e di coppia. È frequente l'esperienza di coniugi che si recano a Messa con i bambini ancora piccoli, i quali vengono attratti da quel qualcosa cui i genitori sembrano attribuire tanta importanza, che in qualche modo li attira a sé rubandoli alla centralità dei figli e li porta a concentrarsi, a meditare. Essi chiedono a loro volta di mangiarne e i genitori devono spesso chetarli con l'“ostia finta” richiesta al parroco in sacrestia. Nel nostro caso un sacerdote, vista la boccuccia aperta in attesa di ricevere l'ostia, ha chiesto al piccolo se avesse fatto la prima comunione e, pur avendone avuta risposta negativa, ha deciso di dargliela, forse leggendo in quel gesto che esprime la fame naturale qualcosa che ha a che fare con la fame soprannaturale. Quando i figli abituati alla festa dei pasti consumati in casa saranno introdotti alla Santa Messa coglieranno il significato d’amore che contiene, proprio grazie al vissuto familiare. Sarà questo background familiare che eviterà alla Messa di ridursi agli occhi dei bambini a rito, a cerimonia. Sarà grazie al nutrimento ricevuto per amore dai genitori che essi comprenderanno la necessità del nutrimento periodico dell’anima. Se la fede troverà buone radici e se i figli crescendo ne confermeranno il valore per sé, essi eviteranno di trascurare questo divino cibo per attraversare il deserto della vita o di essere, come sosteneva Jean- Baptiste Vianney: “una persona che muore di fame accanto ad un tavola imbandita”[185].

Nell’Eucaristia tutti i cristiani si sentono uguali. Ogni membro della famiglia naturale e della grande famiglia umana grazie all’Eucaristia diviene realmente divino, che sia misero, deforme, folle o genio: “Oh res mirabilis manducat Dominum pauper, servus et humilis”. Per accedere bastano solo due condizioni: la purezza dei costumi (attraverso la confessione) e la riconciliazione col prossimo. Resta sullo sfondo la dimensione più istituzionale e giuridica della Chiesa (ecclesia iuridica ierarchica inequalis), mentre prevale la dimensione comunionale nella quale ciascuno viene trasportato direttamente grazie all’unione col Cristo nel cuore della comunione trinitaria. C’é un’attrazione misteriosa che scaturisce dalla particola. E’ il richiamo discreto dello sposo dell’anima. Nell’Apocalisse lo Spirito e la Sposa dicono alla sposo “vieni!” (cf Ap 22, 17) e così anche gli sposi chiedono a Gesù in virtù dello Spirito di venire a riempire d’amore il loro cuore, di far risplendere la loro unità, di ricolmare dei suoi doni la vita di famiglia, di consolare le piaghe della vita. Gesù accoglie questo desiderio e risponde “Sì, vengo presto” (Ap 22, 20) e viene attraverso l’Eucaristia come cibus viatorum[186].

Come sarebbe possibile entrare al banchetto di Dio se l’Eucaristia non ci avesse reso simili a Lui, se non portassimo l’abito che ci rende conformi al tenore di vita della festa? (cf Mt 22,11-13). Come potrebbero gli sposi essere membra del suo corpo se i corpi non fossero stati “cristificati” dall’Eucaristia?

Una vera alleanza, rispettosa delle persone che la contraggono, non può essere fatta che nell’amore, nucleo della legge divina. L’Eucaristia è la dimostrazione che esiste per ciascuno un amore forte, divino, nascosto. Non è forse un modo di attrarre l’amata (cf. Gv 6,44 e Ger 20,7) quello di farle del bene restando nascosti? Sta alla creatura intuire la sua presenza, leggere i messaggi in codice che le arrivano, seducendola.

Senza aver mai provato, sin nelle viscere, quanto sia radicata l’esigenza di amare e donarsi ad un uomo e ad una donna, neanche sarebbe comprensibile la “follia” con cui Dio ama. Perciò Osea usa continuamente il parallelismo tra l’amore di un amante fedele e quello di Dio.

Ecco come esprime il legame tra sponsalità dell’anima e sacramento del matrimonio un certosino: «L’offertorio non era solo offerta di sé a Dio: nel rito della Vecchia Alleanza, era anche desiderio, anelito patetico e disperato di unione e d’intimità con Dio. Il pasto sacrificale rappresentava solo il simbolo di tale unione e niente più. Ma adesso, nella comunione del sacrificio eucaristico, Gesù soddisfa tale anelito del cuore umano con una realtà incredibile, in una pienezza, profondità, totalità di dono di sé e una attualità di unione che superano ogni aspettativa e ogni speranza del cuore assetato di Dio. Non gli basta neppure la fusione della carne, non gli basta entrare totalmente nella sua Sposa per giungere ad una unione di cuore a cuore. Non gli basta che il suo stesso sangue scorra in lei; tutto questo per Lui divinamente assetato di intimità completa e finale, è troppo poco, è ancora troppo umano, troppo limitato alle condizioni della materia, del corpo. È soprattutto lo Spirito che gli interessa. È solo così che Egli sa di arrivare al possesso totale, all’incontro dell’abisso, all’amplesso delle profondità, dove tutto Lui prende in sé tutta Lei. Dentro il corpo di lei, Lui oltrepassa i confini della carne, del fisico, della materia, del corpo che ancora ostacolano l’unione. Tanto è l’ardore del suo amore per la sua creatura, tanto è il suo desiderio di colmarla col dono totale, il dono perfetto, il dono di tutto se stesso: il dono di sé in quanto Dio, spirito e vita divina, vita eterna, vita infinita [...]. Lui è soprattutto questo e l’amore esige la fusione finale che esaurisce la possibilità di darsi»[187].

L’amore umano riflette tanto meglio il mistero cui rimanda quanto più è profondo, fedele, altruistico. Sono tratti che si trovano iscritti nell’animo umano, benché siano spesso soffocati o offuscati dal peccato. «L’amore naturale vuole tre cose: la presenza della persona amata, il suo completo possesso e una perfetta unione con lei. Gesù soddisfa pienamente, nell’ordine soprannaturale, a questa legge dell’amore con l’Eucaristia»[188]

Chi ama desidera fare tutto quanto è in suo potere perché la vita del sua amato e la propria siano belle, ricche di frutti, senza fine (per Gabriel Marcel: «Amare qualcuno è dirgli: tu non morirai»). Così è per l’Eucaristia, con la quale Gesù, che è Dio, ha il potere realmente di donare ai suoi amici una vita bella, piena ed eterna: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,5). Quello che i coniugi che si amano vogliono realizzare, ossia un amore eterno, richiede che ciascuno dei due sia eterno, abbia la vita, proprio quella assicurata dal Cristo nell’Eucaristia: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6,53).

*Parafrasi delle Beatitudini per le famiglie

Si potrebbero indirizzare ai coniugi che si nutrono dell’Eucaristia le beatitudini, parafrasando Mt 5, 1-11[189]:

Beati voi coniugi, poveri in spirito di tutto ciò che non soddisfa la vostra sete di verità, perché il Signore vi guarda con amore di predilezione. Camminando insieme, sotto lo sguardo di Dio, non siete più soli e potete gustare ogni giorno la felicità del Regno di Dio.

Beati voi anche quando mille problemi e fatiche vi affliggono e nell’unità tra voi vi comunicate i dubbi e li deponete insieme ai piedi del Signore, perché Egli stesso si farà carico dei vostri problemi, impegnandosi a dare ad essi la migliore soluzione e a consolarvi. Niente e nessuno potrà riuscire a soffocare la gioia interiore che vi procura l’amore reciproco e la benedizione del Signore;

Beati voi quando avrete abbandonato il linguaggio prepotente dell’offesa, della rivendicazione dei meriti, del giudizio o della spartizione fredda dei compiti, per assumere la veste della mitezza, della tenerezza, dell’attesa umile, del consenso;

Beati voi tutte le volte che voltate le spalle alla superficialità, alle chiacchiere, ai pettegolezzi, alla ricerca spasmodica del denaro e della carriera e sentite sorgere in voi, potente, la fame e la sete delle realtà essenziali e giuste, perché è lo stesso Signore, il Giusto che vi ha messo quella fame e che viene a voi per saziarvi abbondantemente. Riceverete il centuplo sin da questa terra e il cielo in eredità;

Beati voi che avete appreso da Lui l’arte della misericordia, perché avete trovato il segreto della felicità e della freschezza del vostro amore.

Beati voi quando sarete perseguitati a causa della giustizia, perché io sarò con voi ad infondere serenità e forza, a farvi gustare con la mia presenza la dolcezza del Regno. Sarete beati anche se vi insulteranno e, mentendo, diranno male di voi perché siete controcorrente, perché avete trovato la vostra perla preziosa e non intendete svenderla, perché date importanza a ciò che vale e non correte dietro ai miraggi. Non lasciatevi abbattere e scoraggiare perché quella è la stessa mia stessa strada, segnata sì dalla Croce, ma anche dalla gloria della Risurrezione. Rallegratevi perché è il segno che siete riusciti ad incidere, che siete stati “sale” per quanti ora vi combattono, perché siete della stessa pasta dei tanti profeti che brillano come stelle nella scia di luce della storia.

Beati voi se vi amerete nel rispetto reciproco, se sconfiggerete giorno per giorno l’egoismo, divenendo sempre più trasparenti e puri, se sarete l’uno verso l’altro come bimbi, capaci di giocare gettandosi senza paura tra le braccia di chi si fidano e come tali vi consegnerete a Dio, se glorificherete nei vostri corpi il tempio dello Spirito, perché niente e nessuno potrà impedirvi di entrare in contatto con Dio.

Beati voi tutte le volte che sarete capaci di portare la pace nella vostra famiglia, nel condominio, tra i parenti, nei luoghi del vostro lavoro. Lo potrete fare se grazie al vostro matrimonio, nel cammino di apprendimento delle vie dell’amore, sarete diventati degli esperti dell’arte della riconciliazione. Sarà manifesto a tutti che siete figli di Dio e i vostri passi saranno sacri.

 

 

 

 

 

[1] G. P. Di Nicola- A. Danese, Un’aureola per due, Città Nuova, Roma 2001, Effatà, Cantalupa 2004.

[2] Un’ureola per due è anche il titolo di uno spettacolo con due voci recitanti, tenore, soprano, violista, pianista violoncellista e flautista. Lo spettacolo, il cui testo è stato adattato alla forma di Oratorio da Redi Maffino Maghenzani con musiche di Giacomo Maria Danese, ha già fatto dal 2001 ad oggi più di 70 rappresentazioni in varie città d'Italia.

[3] Si legge ancora nella Traccia: «Si può superare la fragilità del tessuto sociale se si ricostruisce la rete delle interdipendenze. E la proposta cristiana dà fondamento e direzione a questo bisogno di superare un individualismo che ci ha resi soli e vulnerabili. Non siamo individui assoluti, ma persone in relazione. Una relazione che non è estrinseca, ma fa parte del nostro essere umani: prima di tutto perché non veniamo da noi stessi, ma ci riceviamo da altri, in quanto generati. Riconoscersi generati è il cuore dell’umano rivelato da Gesù Cristo, figlio di Dio unito al Padre. Se si ricupera questa radice dell’essere figli si apre l’orizzonte bello e affascinante dell’essere fratelli e la via per una apertura e solidarietà verso tutti» (http://www.firenze2015.it/traccia/). D'ora in poi le citazioni della Traccia faranno riferimento a questo sito e non verranno più indicate.

[4] Brani scelti dal testo A. Danese & G.P. Di Nicola, Un'aureola per due, pref. Luigi Accattoli, Città Nuova, Roma 2001. All'interno delle citazioni da questo testo ci sono delle sigle ML= Lettera di Maria a Luigi seguita dalla data; LM= Lettera di Luigi a Maria seguita dalla data; MGL ed MGM = Memoriali Giurati dai Figli in occasione del Processo rispettivamente per Luigi e per Maria, seguiti dal paragrafo; MF = Lettera di Maria a FIlippo, seguita dalla data; LC = Lettere di Luigi a Cesarino, seguite dalla data; LF = Lettere di Luigi a Filippo, seguite dalla data; CPMCBQ= Carte processuali del Processo di beatificazione della serva di Dio Maria Corsini Beltrame Quattrocchi ; CPLBQ = Carte processuali del Processo di beatificazione del servo di Dio Luigi Beltrame Quattrocchi; QB= G. Papàsogli, Questi borghesi, Marietti, Casale Monferrato 1974, II ed.,   Paoline, Milano 1994; III ed. Cantagalli, Siena 2001.

[5] Questa lettera è una testimonianza della capacità di Maria di aiutare Luigi nel suo cammino verso la perfezione, ma anche più in generale della accoglienza benevola della correzione fraterna, che certamente deve essere stata reciproca riguardo ad aspetti diversi.

[6] In archivio è identificata con la sigla MPOSD641. Maria scrisse anche - e stampò a sue spese - una pagellina per i cappellani militari.

[7] M. L. Beltrame Quattrocchi, Radiografia di un matrimonio, Edizione Fonte nel Deserto, S. Agata, Napoli 19984 RM, D'ora in poi RM, p.15. L’ultima frase «Colui…fiducia» non si trova nell’edizione citata, ma nell’edizione del 1953 delle Paoline, a p. 20.

[8] RM, p.16.

[9] RM, 16.

[10] Abbiamo già parlato di povertà di Dio tra le principali debolezze del mondo contemporaneo in G. P. Di Nicola, Per un'ecologia della società, Dehoniane, Roma 1994, 167-174.

[11] In La famiglia vista dagli adolescenti, Demian, Teramo 1994, gli intervistati dicono di parlare di Dio con la madre e il padre in percentuali tra l’1 e il 2% e con i nonni per l’11%.

[12] Cf. il nostro, Con o senza Dio?, Città Nuova 2008.

[13] "La Chiesa italiana è impegnata da decenni in un’opera costante di evangelizzazione: ha messo a

punto coerentemente col concilio Vaticano II un profondo rinnovamento in questa direzione, che ha toccato tutti gli ambiti della vita ecclesiale (dalla liturgia, alla catechesi, alla carità). Firenze si annuncia non solo come luogo di bilancio nel quale verificare quanto è stato fatto, ma anche come opportunità per individuare le condizioni nuove di annuncio in un contesto che è oramai marcatamente plurireligioso" (G. Brunelli, Italia - Chiesa storie degli uomini, storie di Dio. Verso il V Convegno ecclesiale nazionale, in «Il Regno», n.20(2014), p 681).“Solo se è proprio necessario, si deve  evangelizzare anche con le parole – ha detto mons. Staglianò nell' incontro delle Chiese di Sicilia -, ma deve essere l’extrema ratio. Invece, sono i gesti e i vissuti del Vangelo che danno la carne alla Parola di Dio, che la rendono viva. Occorre annunciare la Verità - ha continuato – non come un concetto, ma come una persona. Del resto ‘Io sono la Verità - ha detto Gesù - sono la Via e la Vita’. La verità è dunque un cammino”   (http://www.chiesedisicilia.org_chiese_di_sicilia/ufficio_stampa/00003926__CAMMINARE_INSIEME_VERSO_UN_NUOVO_UMANESIMO_.html).

[14]M. L. Beltrame Quattrocchi, Il libro della giovane, Adriano Salani, Firenze 1948, d'ora in poi LDG, p. 89.

[15] LDG, rispettivamente, pp. 249-250 e p. 253.

[16] Cf Lumen Gentium, cap. II, 10, Il sacerdozio comune dei fedeli.

[17]M. L. Beltrame Quattrocchi, Lux vera. I tre pani, Monastero di S. Paolo, Sorrento 1968, d'ora in poi LV, p. 113.

[18] “Cristo Signore…fece del nuovo popolo “un regno e sacerdoti per il Dio e Padre Suo” (Ap 1,6). Infatti per la rigenerazione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (1 Pt 2,4)” (Lumen Gentium, cap. II, 10: Il sacerdozio comune dei fedeli). Si legge ancora circa la chiamata universale alla santità: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non a titolo delle loro opere, ma a titolo del Suo disegno e della grazia, giustificati in Cristo nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina e perciò realmente santi….E’ dunque evidente per tutti che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano” (LG, capitolo V, 40: Vocazione universale alla santità).

[19] “Quelli che poi sono dediti a lavori spesso faticosi, devono con le opere umane perfezionare se stessi, aiutare i concittadini e far progredire tuta l società e la creazione verso uno stato migliore, devono infine, con carità operosa, imitare Cristo, le cui mani si esercitarono in lavori manuali e il quale sempre opera col Padre alla salvezza di tutti, in ciò animati da una gioiosa speranza, aiutandosi gli uni gli altri a portare i propri fardelli, ascendendo mediante il lavoro quotidiano a una santità sempree più alta, santità che sarà anche apostolica… Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni giorno più santificati nelle condizioni, nei doveri o circostanze che sono quelle della loro vita, e per mezzo di tutte queste cose, se le ricevono con fede dalla mano del Padre celeste e cooperano con la volontà divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo” (Lumen.Gentium, cap. V, 41: Esercizio multiforme della santità).

[20] CPLBQ, don P. Beltrame Quattrocchi, ad 15: b. Tra le abitudini acquisite da Luigi c’era quella di scrivere su modestissimi foglietti la meditazione quotidiana a partire dal 1934, con spirito di assoluta sincerità.

[21] CPLBQ, d. P. Beltrame Quattrocchi, ad 15: b.

[22] Nel pensiero di Maria si riscontra un’intuizione ardita di quanto sarà chiaramente espresso dalla Familiaris consortio: «La Chiesa prega per la famiglia cristiana e la educa a vivere in generosa coerenza con il dono e il compito sacerdotale ricevuti da Cristo sommo sacerdote. In realtà, il sacerdozio battesimale dei fedeli, vissuto nel matrimonio sacramento, costituisce per i coniugi e per la famiglia, il fondamento di una vocazione e di una missione sacerdotale, per la quale le loro esistenze quotidiane si trasformano in ‘sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo’ (1Pt 2, 5): è quanto avviene non solo con la celebrazione dell’Eucarestia e degli altri sacramenti e con l’offerta di se stessi alla gloria di Dio, ma anche con la vita di preghiera» (F.C., n. 59).

[23] Clemente Alessandrino, Str. III, 10, 68, 1. Si legge nella Familiaris consortio: «Ai membri della famiglia cristiana si possono applicare in modo particolare le parole con le quali il Signore Gesù promette la sua presenza: “In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio, che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19s)».

[24]M. L. Beltrame Quattrocchi, Mamma vera, Paoline, Roma 1952, d'ora in poi MV .

[25] M. L. Beltrame Quattrocchi, Radiografia di un matrimonio, Edizione Fonte nel Deserto, S. Agata, Napoli 19984 , d'ora in poi RM, pp.23-24

[26] CEI, Direttorio di Pastorale Familiare, Roma 1993, p. 14. Cf Familiaris consortio, n. 17.

[27] Oggi abbiamo ancora un’alta percentuale di sposi che desiderano sposarsi in chiesa, benché si registri comunque un calo. E dall’altra parte abbiamo un “perfezionamento” del rito civile, per cui portano al Comune, anche quando possono, un organo, un piano, una qualche pianola, il violino, cioè riprodurre quell’atmosfera di sacralità, che anche l’arte contribuisce a creare, per fare del Comune lo stesso luogo, per avere l’idea, l’impressione che si tratti di luoghi equipollenti. D’altra parte se i praticanti sono circa il 30, il 20, il 25, secondo dei posti dove andiamo, da dove scende a picco a dove sale un po’ di più, non possiamo pensare che i matrimoni religiosi siano l’80%. Quindi un certo calo dobbiamo prevederlo nella misura in cui scompariranno certe tradizioni, certe formule.

E allora credo che sia un servizio all’umanità, da parte della Chiesa, da parte di tutti quelli che sono sensibili, anche formare persone che, indipendentemente dalla loro pratica religiosa e anche forse dalla loro fede profonda, abbiano comunque il desiderio di fondare una famiglia, se uno si rende conto che fondare una buona famiglia è fare del bene all’umanità, fare del bene alla Chiesa e ad una società e questo rendersi conto non è teorico. In ogni caso lo Stato si va rendendo conto di dover pagare i guasti dei divorzi. I terapeuti asseriscono di vedere aumentare i clienti su due fasce principali, padri che non possono più avere contatto con i loro figli, e che quindi ricorrono a noi perché hanno perduto la loro famiglia, la loro paternità e adulti che hanno alle spalle famiglie separate, divorziate, comunque irregolari, complesse. Queste persone, prima o poi, manifestano delle patologie che si riflettono a cascata sul lavoro, sulla formazione della loro futura famiglia, sulla società. Diviene così sempre più chiaro che è interesse della società e non solo della Chiesa, che ci siano delle famiglie sane per poter avere cittadini leali, onesti, affidabili.

[28] Anche Adamo conosce chi è lui e chi è Dio incontrando Eva (il verbo “conoscere“, Jadàh, indica insieme l'esperienza del rapporto intellettuale, coniugale e teologale). Infatti il conoscere della persona è per eccellenza un atto di comunicazione sponsale, di reciprocità, anche nei confronti di Dio. Lo si vede bene in Os, 2, 16.22; 4, 1.6.

[29] Mori, nativo di Modena, è stato ingegnere, docente universitario, imprenditore nel campo impiantistico ceramico in Italia e all'estero. La lettera è stata riportata su «Prospettiva Persona», grazie ad un articolo inviato dal figlio Mario. M. Mori,“Gilda adorata”, in «Prospettiva Persona», n. 16 (1996), XIX-XXII.

[30] S. Palumbieri, Antropologia e sessualità, SEI, Torino 1994, p. 5. L'espressione uni-totalità sottolinea però eccessivamente la compattezza dell'essere piuttosto che la sua dinamica relazionale. Meglio la parola uni-dualità, utilizzata dal Papa nella Lettera alle donne.

[31] Cf T. Sorgi, Costruire il sociale. La persona e i suoi piccoli mondi, Città Nuova, Roma 1991.

[32] «Oltre all’irrazionale distruzione dell’ambiente naturale è qui da ricordare quella, ancor più grave, dell’ambiente umano, a cui peraltro si è lontani dal prestare la necessaria attenzione… ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica “ecologia umana”. Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo… ma l’uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale di cui è stato dotato… Egli, tuttavia, è anche condizio­nato dalla struttura sociale in cui vive, dall’educazione ricevuta e dall’ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare speci­fiche strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito che esige coraggio e pazienza» (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1. V. 1991, «L’Osservatore Romano», 2-3 Maggio 1991, abbr. CA, n. 38). Di qui il libro: G. P. Di Nicola, Per un'ecologia della società. Problemi di sociologia, cit.

[33]Cfr. http://www.toscanaoggi.it/Vita-Chiesa/Consiglio-permanente-Cei-mons.-Meini-Uscire-annunciare-abitare-educare-trasfigurare#sthash.SHY8ecrj.dpuf

[34] Cfr. http://www.chiesedisicilia.org_chiese_di_sicilia/ufficio_stampa/00003926, cit.

[35] Questo è il punto più direttamente sociale e politico del testo, più analitico anche, in relazione alla crisi italiana. Qui i vescovi riprendono il tema (assente da qualche tempo nelle loro riflessioni comuni) della Chiesa povera per i poveri quale indicazione ecclesiologica programmatica ( Cf.G. Brunelli, Italia - Chiesa storie degli uomini, storie di Dio. Verso il V Convegno ecclesiale nazionale,cit).

[36] RM, 15. L’ultima frase «Colui…fiducia» non si trova nell’edizione citata, ma nell’edizione del 1953 delle Paoline, a p. 20.

[37] Cf CPMCBQ, A. Lagostena, a 10, ad 28.

[38] M. L. Beltrame Quattrocchi, Il libro della giovane, Adriano Salani, Firenze 1948 ,d'ora in poi LDG, p. 552.

[39] LDG, 551

[40] Proprio la tenerezza, che Heinrich Böll considera terapia di base a fronte dell'asprezza della cultura contemporanea, è al centro della analisi di S. Palumbieri sul rapporto tra antropologia e sessualità. Egli conclude: «Sarà la Bellezza che salverà il mondo. Ma sarà la tenerezza che le aprirà la strada. E l'accompagnerà sui sentieri dei tempi attesi. Del resto, cosa è in radice la tenerezza, se non riscaldare l'uomo-cuore alla Bellezza, per farlo rifunzionare?» (S. Palumbieri, Antropologia e sessualità, cit., p.,372).

[41] Centesimus annus, 39; AAS 83 (1991) 841.

[42]http://utenti.lycos.it/casatenerezza/hobbies.html; La versione originale evangelica la si può leggere «Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Và e anche tu fa lo stesso”» in Lc 10, 30–37.

[43] Racconta Chiara Lubich: «"Qualunque cosa hai fatto al minimo dei miei fratelli, l'hai fatto a me". Ed ecco, uscite dal rifugio, lungo tutta la giornata, cerchiamo quei "minimi" per poter amare in essi Gesù: sono poveri, malati, feriti, bambini.... ed amiamo in essi Gesù…. Le persone attorno a noi, per le terribili circostanze, avevano fame, sete, erano ferite, senza vesti, senza casa. Cucinavamo allora pentoloni di minestra che si portavano a loro. A volte i poveri battevano alla porta della nostra casa e li invitavamo a sedersi accanto a noi: un povero e una di noi, un povero e una di noi» (http://www.focolare.org/it/storia_i.html; http://www.focolare.org/it/sif/2001/20010107i_d.html).

[44] Giovanni Crisostomo (san), Commento al Vangelo di Matteo, II, Città Nuova, Roma 1966, 357-358.

[45] Gaudium et spes, n. 27.

[46] https://cosarestadelgiorno.wordpress.com/2014/03/19/cari-papa-siate-per-i-vostri-figli-come-san-giuseppe-per-gesu-custodi-della-loro-crescita-in-eta-sapienza-e-grazia-udienza-di-papa-francesco-del-19-marzo-2014/

[47] CPLBQ, Don P. Beltrame Quattrocchi, ad 11: c-e.

[48] M. L. Beltrame Quattrocchi, Rivalutiamo la vita!, La famiglia italiana, Roma 1955, d'ora in poi RV, p. 13.

[49] Torna a più riprese la frase «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza» (Dante, La Divina Commedia, Inferno, XXVI, 120). I figli testimoniano dell’amore dei genitori per il Poeta. Quando potevano, frequentavano la Casa di Dante, la lectura Dantis, le conferenze. Maria aveva avuto per insegnante il prof. Cappuccini, noto allora come autore di Dizionari e grammatiche.

[50] LDG, 620-21.

[51] M. L. Beltrame Quattrocchi, Il fuoco à da ardere, Sat, Vicenza 1940, II ed. Paoline, Roma 1940, d'ora in poi FA, pp. 144-45. Il libro già dal titolo rivela una impostazione cateriniana ed ebbe molta fortuna (ne furono stampate 5 edizioni).

[52] Sull’attivismo pedagogico del tempo di Maria, cf. A. Ferrière, La Scuola attiva, tr.it. Bemporad, Firenze 1930; sul metodo Montessori cf M. Montessori, Pedagogia scientifica

[53] RV, 159.

[54] I. Montanelli, I figli del secolo, “Corriere della sera”, 11.2.54, cit. in RV, 50.

[55]MV , 207-208.

[56] MV , 338.

[57] MV, 18.

[58] «La Chiesa cattolica, società perfetta, e così la famiglia, rispetta e si fonda sulla gerarchia, sul principio quindi di quell’autorità che oggi vien considerata una violenza e un’usurpazione di diritti e di poteri. Autorità e obbedienza» (MV 337). Si veda anche RV, 26-30 e LDG, 269: «Impara figliola, a rispettare e ad amare il principio dell'autorità, senza del quale non esiste l'ordine della famiglia… Coloro che Dio pose a nostro lato per esserci guida in suo nome, ricevono da lui grazie speciali per attuare la loro missione».

[59] M. L. Beltrame Quattrocchi, Catechismo, inedito, dattilo, abbr. SS000021, 50.

[60] E. Mounier, Révolution …, cit.,192.

[61] G. Madinier, Conscience et amour, Paris 1962. Cf J. Lacroix, Panorama della filosofia francese contemporanea, tr. it. Roma 1971, 31.

[62] E. Mounier, Le personnalisme, cit., 453.

[63]Cf.L.von BERTHALANFFY, Teoria generale dei sistemi, trad.it. ISEDI, Milano 1971.

[64] Solo in questi termini, per G.M.Zanghì si può intendere l'umanesimo che ha fatto tesoro del cristianesimo: « Se...l'accento è posto sulla singolarità come tale - e non sulla comunionalità - della coscienza cristiana, avremo o la deriva verso l'immanentismo (fino al nichilismo e all'individualismo radicale) o la fuga verso una trascendenza tentata dal richiamo di un oriente illusorio...fuga sempre verso un nihil, un nulla. E` solo il fratello, verso il quale si compie l'esodo, che si pone fra me e il nulla e che trasforma il nihil (sia esistenziale sia di dicibilità) in pa­rola d'amore» (G.M.ZANGHI', Umanesimo e mistica, in « Nuova Umanità», n.57 (1988),pp.11-31, p.17).

[65] G. P. II, Messaggio per la giornata della pace 1995, n. 6, Per una documentazione sui testi magisteriali papali del 1995 e per alcune reazioni cf. G.P. Di Nicola –A. Danese ( a cura di), Il papa scrive. Le donne rispondono, EDB, Bologna 1996.

[66]    E. Mounier, Traité du caractère , Oeuvres complètes, Seuil, Paris 1961-63, II, pp. 534-535.

[67]    Ivi, II, p.143.

[68] Cf I. Giordani, Famiglia comunità d'amore, Città Nuova, Roma 1969, 1994, p.71.

[69] «Dal dì che nozze e tribunali ed are/diero alle umane belve esser pietose/di se stesse e d'altrui…» (U. Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 91-93).

[70] A. Vergote, Psicologia religiosa, tr. it. Roma 1979, 288.

[71] D. Bonhoeffer, Création et chute, Les Bergers et les mages, Paris 1989, pp. 50-54.

[72] Gn 1, 27.

[73] “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi” (Mt 19, 3-7).

[74] Ef 2, 19.

[75] Teresa di Lisieux, Ms A 83 v.

[76] Lc 3, 22.

[77] Mt 23, 9.

[78] 1 Gv   4, 10.

[79]http://www.tempi.it/papa-francesco-gesu-e-risorto-ce-la-speranza-per-te-link-urlhttpwww-tempi-itvideogallerypapa-francesco-messaggio-urbi-et-orbi-uvqkdqtor1cvideolink#ixzz3QUfMbSTU

[80] RM, 10.

[81] RM, 10-11.

[82] Il testo (che ha avuto una traduzione spagnola) riporta come prefazione una lettera di Don Paolino alla madre, datata 3 ottobre 1940, festa di S. Teresina, a testimonianza commovente di come si potenzi, nella tenerezza e nell’amore, un rapporto di sangue trasfigurato dal comune amore per Cristo: «Mamma cara, eccoti dunque lo schema del libro che abbiamo concertato insieme. Se avessi avuto davanti a me un po’ di tempo e di calma, probabilmente sarei riuscito a stenderlo per intero. È un libro che sento molto, che ho ‘scritto’ tante volte nelle anime giovani e che ho visto ‘leggere’ da loro con tanta avidità, con tanto profitto, con tanta gioia. Te lo consegno come una cosa che mi è tanto cara, perché rivivendolo tu stessa nel tuo cuore di “Mamma vera”, tu lo completi, lo sviluppi, gli dia carne e colorito, e ne faccia un “libro”, un tuo libro. Se l’abbozzo che ti mando può valere qualcosa, lascia pure che te l’offra… così, senza una parola di più, Tuo don Paolino» «L'abbozzo sembrò che valesse ed anche il suo sviluppo voglio sperare che valga almeno a fare un po' di bene a qualcuna, MBQ» (M. L. Beltrame Quattrocchi, Fiore che sboccia, Paoline, Roma 1954, abbr. FS, 5-6. La prima edizione risale al 1943, poco prima della fine della guerra. Concepito davanti al mare del Quarnaro ai confini con la Iugoslavia, in occasione di un periodo trascorso insieme a don Paolino ad Abbazia, su invito del vescovo di Fiume, mons. Camozzo, per parlare, insieme al figlio, alla Settimana della giovane e alla Settimana della mamma).

[83] FS, 12.

[84] I pochi passi dedicati alle mestruazioni sono molto velati e tendono ad orientare verso la consapevolezza dell’attitudine materna contrastando l’abitudine popolare a considerale un peso o un fastidio o una sorta di impurità legata alla donna.

[85] FS, 79. Denota sensibilità per la vita moderna anche l’includere entro l’attenzione al corpo e alla salute l’educazione stradale, anticipando di molto il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica. Le regole del codice della strada non sono puramente formali, ma un invito a rispettare ed essere rispettati, ad assumere in pieno la responsabilità del soggetto nel riconoscimento delle regole della convivenza, superando tentazioni di imprudenza, impazienza, ira, trascuratezza, nella manutenzione del motore e in tutte le precauzioni necessarie a prevenire eventuali incidenti. L’occasione è propizia per passare dal codice della strada al codice della vita.

[86] Cf Ap 6,10 e 1Pt 2, 9: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce».

[87] Nel pensiero di Maria si riscontra un’intuizione ardita di quanto sarà chiaramente espresso dalla Familiaris consortio: «La Chiesa prega per la famiglia cristiana e la educa a vivere in generosa coerenza con il dono e il compito sacerdotale ricevuti da Cristo sommo sacerdote. In realtà, il sacerdozio battesimale dei fedeli, vissuto nel matrimonio sacramento, costituisce per i coniugi e per la famiglia, il fondamento di una vocazione e di una missione sacerdotale, per la quale le loro esistenze quotidiane si trasformano in ‘sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo’ (1Pt 2, 5): è quanto avviene non solo con la celebrazione dell’Eucarestia e degli altri sacramenti e con l’offerta di se stessi alla gloria di Dio, ma anche con la vita di preghiera» (F. C., n. 59).

[88] Clemente Alessandrino, Str. III, 10, 68, 1. Si legge nella Familiaris consortio: «Ai membri della famiglia cristiana si possono applicare in modo particolare le parole con le quali il Signore Gesù promette la sua presenza: “In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio, che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19s)».

[89] LV, 72.

[90] FA, 62-64.

[91] Gv 4, 34.

[92] Dante, La Divina Commedia, Paradiso, XXX, 40-42.

[93] Dante, La Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, 124-6.

[94] Dante, La Divina Commedia, Paradiso, XXVIII, 108

[95] Gal 2, 20.

[96] Dante, La Divina Commedia, Paradiso, XXIX, 18.

[97] Cf LV, 25.

[98] LV, 37.

[99]http://www.chiesedisicilia.org_chiese_di_sicilia/ufficio_stampa/00003926__CAMMINARE_INSIEME_VERSO_UN_NUOVO_UMANESIMO_.html.

[100] G. Brunelli, Italia - Chiesa storie degli uomini, storie di Dio. Verso il V Convegno ecclesiale nazionale, in «Il Regno», n.20(2014), p 681 e ancora :«Firenze è ancora lontana. E molto si può fare per arricchire, precisare, approfondire le riflessioni che sono state presentate come traccia di un dibattito e di una partecipazione che, se non sarà reale e viva, rappresenterà una battuta d’arresto nel vissuto delle nostre Chiese in un momento difficilissimo del nostro paese. Forse servirebbe una lettera di incoraggiamento di papa Francesco alla Chiesa italiana che si prepara a Firenze. Forse Firenze dovrebbe essere l’inizio di un cammino pluriennale delle Chiese e dei cattolici italiani con strumenti nuovi di più ampio coinvolgimento. Perché il paese vive la sua condizione più difficile (sociale, economica, culturale, morale, istituzionale) dal dopoguerra».

 

[101] Lc 3, 22.

[102] Mt 23, 9.

[103] 1 Gv   4, 10.

[104] È noto il passo di Tertulliano in cui, dopo aver lodato il matrimonio cristiano nella concordia dei coniugi, aggiunge: “Cristo vede questo e nell'ascoltare gioisce. A loro manda la sua pace” (Alla moglie 2, 8, 6 ss).

[105] Verso Firenze 2015: l'umanesimo dell'incarnazione, in Avvenire del 28.12.2014.

[106] Mt 20,28; Mc 10,15.

[107] Lc 1, 30-38.

[108] Rielaborazione scenica di M. Maghenzani, Attenzione, Simone Weil. Proposta per più voci recitanti, in Il tempo dell'utopia (a cura di G. P. Di Nicola), Dehoniane, Roma 1992, 138-139.

[109] Mt 18, 20.

[110] La frase segue la constatazione: "Ogni conflitto termina o con la vittoria di uno dei due rivali oppure con l'inervento di un Terzo o sopra o in mezzo o contro i due rivali. In altre parole, se un conflitto ha da essere risolto con la forza, uno dei due deve essere eliminato; se deve essere risolto pacificamente, occorre che emerga un Terzo cui le parti si affidino o si pieghino (N. Bobbio, Il terzo assente, Torino 1990,p. 217).

[111] S. Weil, Cahiers II, Plon, Paris 1953, p.379; e ancora: «L'invariante appartiene sempre a un ambito trascendente rispetto a quello della variazione. ogni cosa è miscuglio di variazione e di invarianza» (ID., Cahiers III, Plon, Paris 1956,, III, 279).

[112] Gv, 13-34.

[113] “Vieni”, Gv 1, 39, “Vengo”, Lc 18, 5.

[114] Lc 20, 35. La traduzione di Matteo (22, 30) è: «Alla risurrezione, infatti, non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo», dove entrambi sono attivi.

[115] http://www.firenze2015.it/gesu-cristo-maestro-di-umanita-una-sintesi-della-traccia/

[116] RM, 10.

[117] RM, 10-11.

[118] LDG, 286 e 289. La stessa convinzione si trova nella prefazione di VF, 15: «Più l'emancipazione dei figli dal focolare s'impone… e più il culto del focolare dev'essere intimo, quasi per concentrare nei pochi momenti da trascorrere nella casa, tutta l'intimità, onde la vita familiare è più calda». Il capitolo XLIII porta per titolo proprio: Il culto della casa. Spirito di sacrificio e religiosità (200-201). L’espressione “angelo del focolare” ha questa valenza religiosa e sacerdotale: «La pace di una famiglia è principalmente affidata al cuore, alla comprensione, allo spirito di sacrificio in una fanciulla che può e deve essere l’angelo del suo focolare per il benessere spirituale dei suoi, per la propria formazione interiore… Non vorrai tu appartenere a questa elettissima schiera di angeli del focolare?» (LG, 288 e 290).

[119] VF, 211.

[120] VF, 217.

[121] Lettera del 23 Giugno 1922, rip in QB,127-8. «Padre mio, vi consegnerò io stessa le tre consacrazioni dei miei ragazzi. Voglio essere anch’io il prete che le offre, in questo giorno di festa per il Cuore di Gesù, attraverso le vostre mani. Credo che è mio diritto di madre cristiana e mia moneta d’oro puro, per conquistare le anime al divino Amico e Re. Mi aiuti, padre, soprattutto per questa intenzione… Non è dunque giusto ed equo che l’Amico oggi m’esaudisca in ciò che Gli domando per gli altri, anche se si tratta di un miracolo, se gli pago in anticipo la mia richiesta con l’amore col quale gli presento la mia offerta?».

[122] Maria ne trae indicazione per interrogarsi a sua volta sulla grave responsabilità del dono della fede e della Parola: “Anch’io ho frodato il mio prossimo quando ho mancato di fargli parte della Parola tua”» (FA, 70).

[123] LDG, 590-591.

[124] LDG, 586.

[125] «Ridere è un bisogno quasi direi fisiologico del fanciullo, e sbagliano quelli che lo condannano o lo reprimono senza senso alcuno di psicologia. C'è perfino qualche volta bisogno di avvertire i maestri che le risate incoercibili dovute quasi a un convulso che si sprigiona dal sapere che in quel momento non si dovrebbe ridere, non sono da imputarsi a mancanza di rispetto o d'obbedienza, ma che vanno sedate con bonarietà, o mostrando quasi di non avvedersene» (VF, 126).

[126] RM, 9.

[127] Vale per entrambi i coniugi quanto la teste M.O. Bartolini dice di Maria: «L’impressione che conservo è di una donna che ha vissuto in modo straordinario l’ordinarietà della vita quotidiana» ( CPMCBQ, M. O. Bartolini, a 29, ad 31).

[128] Teresa di Lisieux, Ms A 83 v.

[129] FA, 19.

[130] R. Garrigou Lagrange O.P., Introduzione a FA, 13.   Verso questa stessa meta di perfezione Maria indirizza anche i figli come raccomanda loro nella lettera del maggio1919: «Fate che la vostra Mamma, la vostra Maria, veda compiuto in voi, nelle care anime vostre, ciò che fu così imperfetto in lei; fate che io non abbia il rammarico di dover attribuire a me stessa un progresso spirituale in voi appena mediocre. Duc in altum! … Fate che per l’amore che mi portaste e la memoria che serbate di me, che almeno queste parole che io vi lascio… non vadano perdute, ma abbiano la forza in voi di propositi, energie di buona volontà, slanci di entusiasmo santo verso tutto quel che ci rende migliori…Ciascuno di voi… sappia che è dovere e che è nel potere vostro di lasciare il mondo migliore che non l’abbiate trovato, facendo sempre del vostro meglio, per la maggior gloria di Dio» (QB, 106-107).

[131] Cf MF121026.

[132] LV, 86.

[133] RM, 17.

[134] FA, 227.

[135] LV, 109-10.

[136] Cf LV, 114.

[137] La distinzione richiama quella weiliana tra il linguaggio della piazza e quello della camera da letto.

[138] FA, 171.

[139] Rispettivamente Mt 5, 17, 21, 22, 27, 28, 31-48.

[140] At 8, 32

[141] FA, 209.

[142] FA, 171.

[143] FA, 59.

[144] FA, 84.

[145] FA, 202-3.

[146] FA, 205-6.

[147]FA, 191.

[148] E. Mounier, Lettre à J.-M. Domenach, in Oeuvres, Seuil, Paris 196-63, IV, 817.

[149] FA, 51-52.

[150] LV, 72.

[151] FA, 62-64.

[152] FA, 259-260.

[153] LDG, 570.

[154] FA, 305.

[155] LV, 151.

[156] LDG, 484.

[157] Lc 24, 5-6.

[158] « Già non attendere io tua dimanda/s'io m'intuassi come tu t'immii» (Dante, Paradiso, IX, 80-81).

[159] 1 Cor 2, 9.

[160] «Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perchè chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 46-50).

[161] «“Figlio, perchè ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perchè mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole» (Lc 2, 48-50).

[162] Gv 20, 17.

[163] Mt 19.

[164] Mt 19, 10.

[165] Gv 4, 10.

[166] Cf Giovanni Paolo II, Catechesi sulla sessualità, a cura di G. Concetti, Logos, Roma 1984.

[167] «Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei» (Lc 1, 38).

[168] «Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc   1, 34-35).

[169] «Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perchè quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt    1, 19-20).

[170] «Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perchè quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1, 20).

[171] «Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 26-27).

[172] Mt 8, 21-22.

[173] Mt 1, 19.

[174] Valga per tutte S. De Beauvoir: «Solo accettando la funzione subordinata che le è assegnata, ella ascenderà alla gloria. “Sono la serva del Signore”. Per la prima volta nella storia dell’umanità la Madre si inginocchia di fronte al Figlio; riconosce liberamente la propria inferiorità. Nel culto di Maria si avvera la suprema vittoria del maschio: la femmina acquista una riabilitazione nel compimento della propria disfatta… In quanto serva la donna ha diritto alla più splendida apoteosi. E poiché in quanto madre fu ridotta a serva, in quanto madre sarà amata e venerata» (S. de Beauvoir, Il secondo sesso, tr. it. Il Saggiatore, Milano 1961, I parte, 218-220).

[175] Lc 2, 34.

[176] Perciò la Weil scrive: «Sofocle è il poeta greco in cui la qualità cristiana dell’ispirazione è più visibile e forse più pura. Per quanto ne so, egli è molto più cristiano di qualunque poeta tragico degli ultimi venti secoli. Questa qualità è gene­ralmente riconosciuta nella tragedia Antigone, che potrebbe essere un’illustrazione delle parole “E’ meglio obbedire a Dio che agli uomini”» (S. WEIL, Intuitions pré-chrétiennes, La Colombe, Paris 1951, 18, tr. it. Intuizioni precristiane della Grecia antica, Borla, Torino 1967, 109-267; e Id., La Grecia e le intuizioni precristiane, cit., 130).

[177] Lc 2, 49.

[178]Gv, 17-21.

[179] Rm 8, 19-21.

[180] Cf C. Lubich, L’Eucarestia, Città Nuova, Roma 1977.

[181] Gv 12, 24

[182] Ch. Péguy, Eve (1913), 847ss, rip. in X. Lacroix, Le corps et l'Esprit, cit., 76.

[183] Pio XII, Radiomessaggio al Congresso eucaristico di Torino, 13 Sett. 1953.

[184] Testo riportato in I. Giordani, Famiglia comunità d'amore, Città Nuova, Roma 1969, 1994, p. 70.

[185] Jean Baptiste Marie Vianney, in Il pane che dà la vita. 365 pensieri sull’Eucaristia, San Paolo, Milano 1999, p. 91.

[186] Cf D. Negro, Eucaristia, Spirito e matrimonio, Luce e vita,   Molfetta 1997.

[187] Certosino (Un), La messa mistero nuziale, Gribaudi, Torino 1991.

[188] P. G. Eymard, La Santissima Eucarestia, Sacerdoti del SS. Sacramento, Torino 1934-42.

[189] Riprendiamo qui una suggestione di R. Henckes, opportunamente modificata (Au rendez-vous de Cana. Pages d’Evangile pour les couples, Fidelité, Namur 1999, pp. 156-159).