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Maria e Luigi
Beltrame Quattrocchi

News - Commento di Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese all'Amoris Laetitia di Papa Francesco

Note su “Amoris Laetitia”

di Giulia P. Di Nicola e Attilio Danese

 

"Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo capiamo sempre meglio"

(dal Diario di Giovanni XXIII)

 

 

Dopo una attesa particolarmente attenta della Chiesa e dell’opinione pubblica, il Papa l'8.IV.2016 ha pubblicato l’esortazione Amoris laetitia incontrando, come e più del solito, l’accoglienza entusiasta di chi spera nel cambiamento e le critiche di chi vorrebbe l’applicazione pura e semplice della dottrina secondo Tradizione. Questi ultimi, freddini nei commenti, sono sopraffatti dal timore di concessioni a relativismo, individualismo, permissivismo e commentano l’esortazione forzandone la continuità con la dottrina di sempre e chiudendo gli occhi sulle ‘cose nuove’ che l’esortazione annuncia sulla base di   una   lettura più profonda del Vangelo (“ho ancora molte cose da dirvi, ma voi non potete capirle ora. Queste ve le dirà lo Spirito di verità, vi guiderà nella verità intera”, Gv, 16, 12-14). Sorprende che cattolici fedelissimi alla dottrina, ma non lo siano altrettanto al Papa, proprio quando, al contrario, gli anticlericali ne assumono le difese.

Da parte mia, mi soffermo volentieri su qualche aspetto particolarmente incisivo ai miei occhi.

1. Continuità discontinua. Papa Francesco ha assunto una sapiente equidistanza dalle posizioni polari: «I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche» (AL 2).

Non c’è alcuna concessione dunque al “desiderio sfrenato” di novità, ma una mano tesa a tutti i fratelli, in diversa misura peccatori, in risposta a quanto insegnato e praticato da Gesù. Ben oltre le citazioni inusuali di Martin Luther King e Erich Fromm, di poeti latinoamericani e del film “Il pranzo di Babette” (per spiegare la gratuità), colpisce nella Amoris laetitia la chiave di lettura della misericordia che convoca i presunti ‘buoni’ a integrare i presunti ‘cattivi’, fuori   regola,   nel circuito della comunità dei credenti:   «La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere ‘valori insiti nella norma morale’ o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa» (AL, 301).

L’esortazione arriva a noi dopo i cambiamenti cui abbiamo assistito negli ultimi cinquant’anni: nel 1956 il vescovo di Prato, Pietro Fiordelli, anch’egli appassionato sostenitore della famiglia, considerato iniziatore della pastorale famigliare, definì, secondo il sentire della Chiesa del tempo, ‘pubblici peccatori’ due battezzati che si erano sposati in municipio (fu per questo accusato di diffamazione e, portato in tribunale, perse il primo processo, ma vinse in appello). Oggi quasi tutte le famiglie hanno nel parentado coppie, anche cattoliche, che convivono senza essersi sposate né in municipio né in Chiesa e per di più la mentalità comune accetta questa realtà senza farne tragedia e gli stessi parroci non si disperano. La Relatio sinodale non demonizza le convivenze sempre più numerose in Occidente, al contrario, apprezza l’amore della coppia, auspicando che esso conduca a tempo debito alla decisione di sposarsi in Chiesa (Relatio finalis 2015 n.70-71). Tuttavia nel Catechismo varato nel 1992 da Giovanni Paolo II, attento studioso dei temi della corporeità e della coppia, estimatore della famiglia, si afferma che quanti rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica alla loro relazione non dovrebbero avere rapporti sessuali: «L’atto sessuale si può avere solo nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale» (n. 2390).

Nella prassi sono aumentate anche le coppie di divorziati risposati che si comunicano e i parroci che danno ad esse l’Eucaristia. Nella Familiaris consortio, esortazione apostolica post-sinodale del 22 novembre 1981, papa Wojtyla chiede ai pastori di fare un ‘discernimento’ tenendo conto soprattutto del coniuge innocente, ma raccomanda che le persone divorziate e risposate promettano di vivere come fratello e sorella, escludendo decisamente dalla comunione i divorziati risposati, salvo quelli che vivono in regime di continenza sessuale con il nuovo coniuge. Di ciò non si parla nella Amoris laetitia. Già la Relatio finalis del Sinodo, cercando di ottenere il consenso dei Padri, aveva preparato la strada all’esortazione pontificia riprendendo nella sostanza la Familiaris consortio, ma senza dire che in certi casi le persone divorziate e risposate potevano accedere alla Comunione (difficile diversamente ottenere la maggioranza dei due terzi anche sul il n. 85 della Relatio).

Di fronte a detti “nobili compromessi” tesi ad ottenere il massimo di convergenze possibili tra difensori della dottrina tradizionale e sostenitori del cambiamento, il Papa sollecita l’attenzione al "caso per caso", in un dialogo di approfondimento che conduce a interrogare la propria coscienza in relazione alle condizioni della propria vita e di conseguenza a far emergere la risposta alla domanda sull’accostamento o meno al sacramento dell’Eucarestia.

 

2. Sensus fidei e storia. Non è il caso di turbarsi per tali movimenti del Magistero. Va ricordato che l’esortazione non dà seguito solo ai suggerimenti dei Padri sinodali, ma a tutta la catechesi svolta da Papa Francesco e in particolare, al lavoro della Commissione teologica internazionale nel documento “Teologia oggi: prospettive, principi e criteri”, approvato dalla Congregazione per la dottrina della fede e pubblicato l’8 Aprile 2015, indispensabile alla comprensione dell’esortazione. In essa si sottolinea il rapporto tra l’insegnamento della Chiesa e il sensus fidei o fidelium basato sulla funzione profetica universale dei seguaci di Gesù. Si riconosce coraggiosamente che il Magistero cattolico è stato troppo timoroso, ha ecceduto in prudenza, nel giudicare fenomeni quali Illuminismo, democrazia, rivoluzione francese, socialismo, movimenti di emancipazione delle donne, temuti come sfide pericolose alla dottrina della Chiesa. Non avremmo avuto la Rerum Novarum senza la rivoluzione operaia, né la Mulieris dignitatem senza la rivoluzione femminista, per fare solo qualche esempio. L’attenzione alle rivoluzioni continue dello Spirito nella storia (l’espressione è hegeliana) è indispensabile ad una reale comunione nella Chiesa che non sia solo discendente dalla gerarchia al popolo, che non sia una adesione passiva dal basso a ciò che viene sistematizzato in alto, ma esprime questo mutuo circolare di intelligenze, sentimenti, critiche, suggerimenti, che contribuiscono ad una visione più completa della realtà. Si comprende meglio così che il compito della gerarchia è un servizio di comunione nella Chiesa.

Respingendo la distorta rappresentazione di una gerarchia attiva e di un laicato passivo, e in particolare la nozione di una rigorosa separazione fra Chiesa docente (Ecclesia docens) e Chiesa discente (Ecclesia discens), già il Concilio aveva chiarito che tutti i battezzati partecipano, secondo il modo che è loro proprio, alle tre funzioni di Cristo profeta, sacerdote e re. Aveva inoltre sottolineato che Cristo esercita la funzione profetica non soltanto per mezzo della gerarchia, ma anche attraverso il laicato. Il Sensus fidei è un grande aiuto per la Chiesa, onde prevenire altri casi Galileo che la obbligherebbero - in ritardo e obtorto collo - a riformulare l’ermeneutica biblica, facendo di necessità virtù.

Si legge nel documento della Commissione, «Il sensus fidei aiuta a leggere i segni dei tempi, a giudicarli nella luce della Parola di Dio… gioca un ruolo non solo reattivo ma anche proattivo e interattivo. In questo senso può aprire nuove vie anche se ciò esige tempi lunghi e infinita pazienza da tutte le parti, se si vuole realizzare un franco e veritiero processo di discernimento e realizzare una conclusione che sia “conspiratio pastorum et fidelium[1]. Di fatto però spesso si creano tensioni, quando la maggioranza dei fedeli resta indifferente alla dottrina morale e alle decisioni del Magistero, o le rifiuta del tutto. E’ il caso di domandarsi: è ciò segno di mancanza di fede da parte dei fedeli oppure di mancanza di comunione, se le decisioni vengono prese senza riguardo al sensus fidei (o anche selezionando un target limitato ed elitario di fedeli)?

L’ascolto reciproco è necessario ad evitare che una raccomandazione del magistero cada nell’indifferenza e venga  non supportata dalla vita dei cristiani. Non si tratta solo, d’accordo con S. Tommaso, del fatto che un credente, anche sprovvisto di conoscenze teologiche, può e deve resistere, in virtù del sensus fidei, al suo vescovo se questi predica teorie eterodosse[2]. Si tratta anche del dovere della gerarchia di ascoltare e raccogliere quelle intuizioni che nascono dal basso e attualizzano gradualmente la percezione del messaggio evangelico nel tempo, grazie da una parte al contributo critico costruttivo dei teologi e dall’altra al sensus fidei fidelium, orientato al confronto con la storia, due fronti che nel tempo hanno aiutato l’autorità della Chiesa a riconoscere il modo in cui lo Spirito parla attraverso gli eventi. Secondo Papa Francesco “le richieste e gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia”, attraverso i quali “la Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell'inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia”» (AL 31). E. Mounier, che aveva compreso l’importanza degli eventi, che chiamava: “il nostro maestro interiore”[3].

 

3. Coniugalità. A fronte della storica insistenza del Magistero sull’intero nucleo famigliare e sulla procreazione, nell’Esortazione viene maggiormente in luce la centralità della coppia sponsale. Il Papa riparte da Giovanni Paolo II parlando della famiglia per poi passare quasi inavvertitamente a centrare l’attenzione sulla coppia che sta a fondamento e della famiglia e della procreazione: «La famiglia non è dunque qualcosa di estraneo alla stessa essenza divina. Questo aspetto trinitario della coppia ha una nuova rappresentazione nella teologia paolina quando l’Apostolo la mette in relazione con il “mistero” dell’unione tra Cristo e la Chiesa» (AL, 11). Continua poi: «È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è "il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio" (Sir 36, 26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: "Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio" (2,16; 6,3). Da questo incontro che guarisce la solitudine sorgono la generazione e la famiglia» (AL, 12-13).

Proprio l’incipit dell’esortazione ci dice che il Papa pone l’accento sull’amore, ovvero sulla ‘sinfonia dell’amore cristiano’ (G. Gigli), un discorso che valorizza la passione, l’eros così come il Creatore lo ha iscritto nelle creature, discorso sinora inedito nei documenti pontifici, ma preparato da Benedetto XVI, quando nella Deus caritas est scriveva al n. 5: «l'eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni»; e al n. 7: «Nel dibattito filosofico e teologico… tipicamente cristiano sarebbe l'amore discendente, oblativo, l'agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall'amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall'eros... In realtà eros e agape — amore ascendente e amore discendente — non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro… Anche se l'eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell'avvicinarsi poi all'altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell'altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà " esserci per" l'altro. Così il momento dell'agapesi inserisce in esso; altrimenti l'eros decade e perde anche la sua stessa natura. D'altra parte, l'uomo non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere».

Papa Francesco riprende il tema ponendo l’accento - ancor prima che sull’istituzione, sui doveri, sul fine della procreazione - sull’eros in termini concreti (la concretezza è una cifra dell’intera esortazione), psicologici e positivi nel senso che il bacio, la carezza l’amplesso non sono solo soddisfacimento delle pulsioni istintuali, ma costituiscono il dinamismo del processo che sostenuto da buone intenzioni fa il suo percorso verso l’agape, quale viene presentato da S. Paolo nell’inno alla Carità (1 Cor 13,4-7), approfonditamente e concretamente commentato e attualizzato nella esortazione (nn. 90 -119). Il Papa si spinge nell’autocritica: «…spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione» (AL, 36). Un accento critico è rivolto anche contro la tendenza a «essere astratti, teorici, idealisti», sorvolando sulla realtà del matrimonio come «combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri» (Al 126). Di qui il richiamo a evitare «un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (AL 36). Ciò vale nei confronti degli sposi come pure nei confronti dell’educazione dei figli, come un invito a rispettare la gradualità di percorsi educativi a tappe «che possano essere compresi, accettati e apprezzati» (AL 271).

 

4. Coscienza e discernimento. Significativo l’incoraggiamento a riporre fiducia nella coscienza dei fedeli stessi, adeguatamente illuminata. È lo Spirito Santo a conferire ai fedeli una conoscenza personale e intima della fede della Chiesa. Nella sua Prima Lettera, san Giovanni dice ai fedeli: «Voi avete ricevuto l’unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza»; «l’unzione che avete ricevuto da lui [da Cristo] rimane in voi, e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca»; «la sua unzione vi insegna ogni cosa» (1Gv 2, 20-27).

La Chiesa assume un compito che potremmo chiamare “ecologico”, nel senso di aiutare i cristiani a ripulire l’anima dalla polvere del male e renderla più capace di percepire nitidamente la voce dello Spirito nella coscienza,   luogo della responsabilità della persona che ascolta, si confronta e assume responsabilmente le decisioni.   San Giovanni Paolo II ha un significativo passaggio su questo punto nel libro Varcare le soglie della speranza, nel quale fa riferimento a S. Tommaso eJohn Henry Newman, due autori distanti secoli, ma uniti dalla stessa attenzione al primato della coscienza inviolabile: «È nota la posizione di san Tommaso: egli è così coerente in questa linea di rispetto della coscienza, da ritenere illecito l’atto di fede in Cristo posto da chi, per assurdo, fosse convinto in coscienza di far male a compierlo (cf Summa Theologiae, I–II, q. 19, a. 5). Se l’uomo avverte dalla propria coscienza un richiamo, quand’anche erroneo, che tuttavia gli appare incontrovertibile, deve sempre e comunque ascoltarlo. Ciò che non gli è lecito è indulgere colpevolmente all’errore, senza cercare di giungere alla verità.Se Newman pone la coscienza al di sopra dell’autorità, non proclama nulla di nuovo rispetto al permanente magistero della Chiesa. La coscienza, come insegna il Concilio, “è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria....Nella fedeltà della coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità i problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale»[4].

Di qui la necessità di fare spazio alla formazione della coscienza dei fedeli, accompagnandoli senza invaderli: «Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL 37). Tutti devono crescere nella capacità di discernimento, i credenti e coloro che l’accompagnano nella fede: nel confronto dialogico è possibile evitare l’autoassoluzione da una parte e l’invadenza dall’altra. C’è da notare che il percorso d'accompagnamento spirituale in foro interno viene fatto con riferimento non solo ad un sacerdote, ma anche a "laici che vivono dediti al Signore", come risulta dal seguente passaggio: «Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale. E invito i pastori ad ascoltare con affetto e serenità, con il desiderio sincero di entrare nel cuore del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa» (AL 312).

 

4. Aprire le porte della Chiesa. Dottrina e pastorale. L’esortazione, in linea con i principi evangelici, è un abbraccio accogliente a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, specie i ‘peccatori’, i ‘lontani’, coloro che vivono situazioni ‘irregolari’, patiscono le ferite del male e si sentono troppo spesso respinti proprio da quanti dovrebbero testimoniare l’amore misericordioso di Dio. Il Papa chiama tutti a sentirsi membra vive della Chiesa, ad ascoltare e parlare liberamente, a collaborare individuando il proprio modo di contribuire al bene di tutti. È come se si rivolgesse a quei non pochi fedeli - spesso maggiormente qualificati – che non si sentono a proprio agio nel rappresentare la loro situazione e nell’esprimere le loro opinioni nelle sedi ecclesiali, temendo di essere giudicati. Spesso costoro finiscono col disertare le riunioni o tacere di fronte a quanti si accontentano di ripetere il già detto. Abbiamo usato altrove l’espressione “emigrazione interiore”, a proposito di chi non se la sente di abbandonare la Chiesa ma non si sente a casa in essa e finisce col trascinare una appartenenza fredda corazzata nella scissione tra fede acquisita e lontananza psicologica e spirituale. Una sorta di duplicità schizofrenica si traduce in comportamenti contraddittori: grandi applausi in piazza S. Pietro e agire morale opposto alla predicazione, frequenza all’eucarestia e disordine nella vita affettiva, difesa teorica della vita e pratica dell’aborto ritenuto “necessario” a certe condizioni….Di qui il compito di ricomporre le fratture e recuperare la tradizionale forte alleanza tra famiglia e parrocchia, che ha garantito la formazione cattolica delle nuove generazioni.

A tal fine l’esortazione distingue tra dottrina e pastorale (la prassi, l’applicazione dei princìpi nelle concrete situazioni), il che non è affatto semplice ma decisamente praticabile. Egli compie quella che è stata chiamata 'una rivoluzione non rivoluzionaria', evitando il disco verde generalizzato sulla annosa questio dell'accesso all'Eucarestia che avrebbe rafforzato la divisione nella Chiesa, benché – come è stato notato - nella nota 351 dell'esortazione, con riferimento all'aiuto della Chiesa verso i divorziati risposati, si legge: «in certi casi potrebbe essere anche l'aiuto dei sacramenti. Per questo, "ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore" (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia ‘non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli’ (ibid., 47: 1039)”.

La Amoris laetitia trasuda tenerezza pastorale per i cosiddetti “lontani” e realismo nel prendere atto che le sfide del nostro tempo e le crisi delle famiglie non si risolvono “solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla Grazia” (AL, 37). Deciso il richiamo all’integrazione ecclesiale per i divorziati risposati, per gli sposati solo civilmente, per i conviventi e per altre categorie di persone: «i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili… La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa… Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli» (AL 299). «Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita’»(AL 297). A tal proposito papa Francesco nel suo primo Angelus citò le parole di un’umile anziana donna che egli incontrò una volta: «Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe»; e il Papa aggiunse l’ammirato commento: «Quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo»[5].

 

5. Condanna della violenza. Nel breve ma incisivo paragrafo dedicato alla questione femminile, il Papa condanna la violenza contro le donne come ‘codardia’ e ‘vergogna’ di un falso stile mascolino, denuncia che tanto raramente ascoltiamo dalla bocca dei predicatori della Domenica: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico, c’è ancora molto da crescere in alcuni paesi. Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne in alcune coppie di sposi contraddice la natura stessa dell’unione coniugale. Penso alla grave mutilazione genitale della donna in alcune culture, ma anche alla disuguaglianza dell’accesso a posti di lavoro dignitosi e ai luoghi in cui si prendono le decisioni» (AL, 54). Il Papa accenna anche all’ “utero in affitto” e alla «strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica» per poi concludere plaudendo allo stile di reciprocità in famiglia e all’affermarsi del riconoscimento dei diritti e della dignità, significativamente interpretati come opera dello Spirito: «C’è chi ritiene che molti problemi attuali si sono verificati a partire dall’emancipazione della donna. Ma questo argomento non è valido, ‘è una falsità, non è vero. E’ una forma di maschilismo’[6]. L’identica dignità tra l’uomo e la donna ci porta a rallegrarci del fatto che si superino vecchie forme di discriminazione, e che in seno alle famiglie si sviluppi uno stile di reciprocità. Se sorgono forme di femminismo che non possiamo considerare adeguate, ammiriamo ugualmente l’opera dello Spirito nel riconoscimento più chiaro della dignità della donna e dei suoi diritti» (AL, 54).

 

6. Le chiese locali. Il Papa guarda a matrimonio e famiglia tenendo «i piedi per terra» (AL 6), come un   «compito ‘artigianale’» (AL 16) rispetto al quale la Parola di Dio «non si mostra come una ‘sequenza di tesi astratte’, bensì come una compagna di viaggio anche per le famiglie che sono in crisi o attraversano qualche dolore, e indica loro la meta del cammino» (AL 22). L’accento posto sull’inculturazione, in epoca di globalizzazione, conferma la linea di Francesco sin dall’inizio del suo pontificato. Si legge: «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (AL, 3). Per alcune questioni «in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, “le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale [...] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato”» (AL 3). Questa valorizzazione delle Chiese locali si esprime anche nelle frequenti citazioni di documenti dei singoli episcopati nazionali.

 

7. Famiglie imperfette. Tutti aspettavano un pronunciamento sulle situazioni cosiddette “irregolari”, intese come situazioni che non rispondono pienamente ‘a quello che il Signore ci propone’. Il Papa innanzitutto attacca un linguaggio che di per sé è esclusivo: «Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare (…). Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti» (AL 325). Si coglie la tendenza a far cadere la distinzione fra "regolari" e "irregolari", poiché nessuno è perfetto e nessuno é condannato ed escluso senza rimedio. Quando si parla di famiglie irregolari si finisce con l’assemblare in una categoria astratta e in regole universali una molteplicità di situazioni tra loro diverse, come è diversa la storia di ogni singola persona: «sono da evitare - si legge - giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (AL 296). Così, «poiché il ‘grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi’, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi, ‘nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave» (AL 300). In altri termini: «ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma» (AL 304).

Facendo perno su tre verbi: “accompagnare, discernere e integrare”, il Papa ribadisce la necessità di coniugare la verità con la carità e la misericordia, senza le quali la verità è un capestro. Nello stesso tempo questa attenzione ai singoli casi non coincide con l’“etica della situazione” e con l’“individualismo etico”, che ergono a norma le circostanze oppure l’io.

Si sentiva il bisogno di uno sguardo della Chiesa positivo e non lamentoso e critico sui mali della famiglia, di sentire la Chiesa vicina alla realtà concreta delle donne e degli uomini, senza con ciò rinnegare l’ideale alto e mai raggiunto dell’armonia trinitaria, ma accompagnando il percorso accidentato di chi vive situazioni complesse e traumatiche e ha particolarmente bisogno di una mano fraterna, di una Chiesa che si fa prossima a tutti, senza scartare nessuno, tanto meno in nome di Dio.

 

8. Spiritualità coniugale. Non sono da sorvolare i passaggi sulla spiritualità coniugale e famigliare, preparati da anni di approfondimento da più versanti e che pongono fine alla considerazione del sesso come peccato in sé e del mtrimonio come ‘remedium concupiscientiae[7]:   «coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica» (AL 316).

Nel matrimonio la vita di fede trova il suo luogo eccellente di verifica nelle relazioni interpersonali, a cominciare dalla qualità del rapporto tra i coniugi, che costruisce l’atmosfera relazionale e spirituale, la vita di comunione e di fede della famiglia. La riuscita di un matrimonio è condizionata dalla capacità di rapportare la fede all’amare e agire a servizio e per il bene del coniuge e dei figli, valorizzando intelligenza, intuizione, silenzi, parole e talora, in situazioni particolari, anche la sospensione di certe buone pratiche pur di mantenere l’unità coniugale. L’altro, con le sue risorse e le sue vulnerabilità reclama una sollecitudine che va calibrata specificamente su di lui\lei imparando a interpretare le domande, le necessità, i segni dell’amore e orientando di conseguenza i propri comportamenti alla felicità dell’altro come a Gesù stesso, facendo al contempo la felicità di se stessi e del mondo circostante.

L’accento è posto da un lato sulla cura: “Ognuno, con cura, dipinge e scrive nella vita dell’altro» (AL 322), specie se sa riconoscere in lui\lei il volto del Cristo stesso: «esperienza spirituale contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei» (AL 323) e dall’altro sulla ferialità della vita evangelica:   «i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione» (AL 317). Si valorizza così   ogni momento della vita quotidiana, superando la contrapposizione tra sacro e profano, tra evento solenne e insignificante, giacché niente appare secondario agli occhi dell’amore e della fede.

Come da tempo si va sostenendo, l’esortazione ribadisce l’importanza di educare la persona all’attitudine unitiva e donativa della persona, proponendo l’ideale dell’amore cristiano a tutti, nel rispetto del percorso spirituale di ciascuna persona e ciascuna coppia, in modo da sostenere la capacità di formare una bella famiglia e contribuire a prevenire futuri fallimenti: “Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307).

Il Papa tiene conto anche delle aumentate aspettative di vita: se oggi la vita   si è prolungata, anche i coniugi fedeli restano insieme per cinque o sei decenni e devono “scegliersi a più riprese» (AL 163). E’ una realtà che impone la continua rigenerazione e il cambiamento dei registri dell’amore: «Non possiamo prometterci di avere gli stessi sentimenti per tutta la vita. Ma possiamo certamente avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere uniti finché la morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità» (AL 163).

Da non sottovalutare l’importanza della raccomandazione circa la formazione dei sacerdoti, partendo dalla costatazione diffusa che   «ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie» (AL 202). Occorre dunque migliorare la formazione psico-affettiva dei seminaristi e a tal fine coinvolgere maggiormente la famiglia nella formazione al ministero (cfr AL 203). Egli ritiene che "può essere utile" l'apporto di donne nel percorso di studi, tenendo conto della «esperienza della lunga tradizione orientale dei sacerdoti sposati» (AL 202).

***

Un grazie a Papa Francesco, che ha voluto elevare un canto all’amore sponsale e alla famiglia, facendo proprio, nel nome dell’incarnazione del Figlio di Dio e falegname di Nazareth, lo sguardo di amorevole e universale misericordia di Gesù.

Sarà in grado la Chiesa tutta, nelle associazioni, nelle parrocchie, nei diversi dicasteri della curia di accogliere con gioia l’esortazione e passare alle azioni pastorali conseguenti?

 

[1] C. T. I., Il Sensus Fidei nella vita della Chiesa, in https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20140610_sensus-fidei_it.html#_ftn78, nn. 70 e 71.

[2] Tommaso d’Aquino, Sup. III Sententiarum, d. 25, q. 2, a. 1, sol. 4, ad 3: «[Il credente] non deve dare il proprio assenso a un prelato che pecca contro la fede (...). Esso non è del tutto scusato per l’ignoranza, poiché l’habitus della fede inclina a rifiutare una tale predicazione, in quanto insegna tutto quanto è necessario alla salvezza».

[3] E. Mounier, Lettre à J.-M. Domenach, in Oeuvres complètes, Seuil, Paris 1963, p.817.

[4] «... Quanto più dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità: Ma ciò non si può dire quando l’uomo si cura poco di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diviene quasi cieca in seguito all’abitudine di peccare», Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, 209.

[5] Papa Francesco, Angelus, 17 Marzo 2013.

[6] Catechesi  del 29 aprile 2015), L’Osservatore Romano, 30 aprile 2015, p. 8.

[7] Ci piace ricordare i movimenti di spiritualità coniugale sorti negli ultimi 70 anni, come le Equipes Notre Dame  (Parigi nel 1938). In Italia  nel 1948 si formarono a Milano i primi Gruppi di spiritualità familiare, nati nell'ambiente dei Laureati di Azione Cattolica. Dopo il Concilio si  sono moltiplicati anche all'interno di movimenti più ampi: Incontro matrimoniale, Oasi di Cana, Movimento Famiglie Nuove, Famiglie dell'AC, del RNS, dei Catecumenali,  Amarlui (Associazione Maria e luigi Beltrame Quattrocchi) e in particolare l'accademia INTAMS con sede a Bruxelles che ha tanto lavorato in forma accademica, laica ed ecumenica per indirizzare gli studi sulla spiritualità coniugale con ciò contribuendo ai due Sinodi sulla Famiglia.